11/06/2026
da Remocontro
La cacciata dei migranti dal Golfo, effetto collaterale della guerra. Considerazione di Jean-Paul Sartre ancora più valida nei conflitti di oggi, che moltiplicano profughi e vittime civili. Danno collaterale del conflitto nel Golfo la cacciata di migliaia di migranti, vuoi per motivi religiosi e politici, vuoi per motivi economici conseguenti alla contrazione di attività turistiche, produttive e immobiliari. Decine di lavoratori stranieri anche vittime dirette, uccisi nel corso dei bombardamenti
La manovalanza povera dei nuovi ricchi del mondo
Il Corriere offre qualche numero del fenomeno. Una altissima percentuale degli oltre 60 milioni di abitanti delle monarchie del Golfo (Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti) sono lavoratori stranieri. Molti lavori di «tipo 3D» (acronimo di «dirty, dangerous, difficult», ovvero «sporchi, pericolosi, difficili»). «La guerra per loro diventa una “tempesta perfetta” in cui si combinano pericolo, perdite economiche e abbandono da parte dei datori di lavoro», scrive Asia Sentinel. Più di 25 milioni di migranti provengono dall’Asia. Fra questi, 9 milioni di indiani, fra i quali anche molti informatici e tecnici. E su questo ragiona Massimo Nava.
Vittime su molti più fronti
L’ultimo esempio è la morte di un marinaio indiano in un attacco l’11 marzo contro una petroliera americana a sud di Bassora, in Iraq, come riporta The Indian Express. Al di là del Golfo, Mary Ann Velasquez de Vera, una filippina di 32 anni, è morta a sua volta in Israele il 1° marzo a seguito di un attacco missilistico iraniano su Tel Aviv. Stava «assistendo con dedizione il suo paziente nel tentativo di metterlo in salvo», racconta il quotidiano filippino Philippines Daily Inquirer. Al di là del pericolo, il conflitto mette in discussione l’assetto economico che lega gli espatriati alle famiglie in patria. Per l’India, i trasferimenti di questi lavoratori ammontavano nel 2024 a circa 118 miliardi di euro. Al punto, precisa The Hindu, che «il minimo shock nel Golfo si trasforma in una vera e propria crisi sociale in Kerala». Tutti, in questo Stato dell’India meridionale, hanno almeno un parente espatriato in Medio Oriente. I redditi di questa diaspora costituiscono il 23,2% del prodotto interno netto dello Stato.
Filippine, Pakistan e Bangladesh
Anche nelle Filippine, in Pakistan e in Bangladesh, le rimesse dei salari di questi lavoratori sono vitali. Così, secondo i dati raccolti dal media filippino Rappler, nel 2025 oltre 2 milioni di filippini hanno inviato nel loro paese d’origine l’equivalente di oltre 5,5 miliardi di euro. L’impatto della crisi è drammatico per l’economia pakistana. Sono 5 milioni i pakistani che lavorano nei paesi del Golfo e molti di loro sono a rischio di espulsione. Nel 2025, in Bangladesh, le rimesse hanno raggiunto un livello storico di oltre 26 miliardi di euro, scrive The Daily Star. Il quotidiano di Dacca nota che le famiglie che finanziano l’emigrazione contraendo prestiti a tassi elevati rischiano il fallimento. «Quando i trasferimenti regolari vengono interrotti, gli interessi si accumulano e i beni dati in garanzia (terreni, gioielli, bestiame) sono a rischio. L’architettura finanziaria di un’intera famiglia può crollare in due o tre scadenze». Il prolungamento del conflitto provoca sia espulsioni sia ritorni spontanei. Quattrocento filippini sono riusciti a rientrare nell’arcipelago con l’aiuto del governo.
Evacuazione umanitaria selvaggia
«Se la guerra con l’Iran dovesse protrarsi, ciò potrebbe comportare la più grande evacuazione umanitaria di lavoratori stranieri, il che solleva la seguente domanda: siamo pronti ad accoglierli nella nostra forza lavoro affinché possano continuare a provvedere alle loro famiglie?», si chiede il Philippines Daily Inquirer. Dall’inizio della guerra, migliaia di lavoratori di fede sciita originari del Pakistan sono stati espulsi o è stato loro vietato il rientro negli Emirati arabi uniti dopo le vacanze. Una conseguenza della crescente ostilità tra la monarchia petrolifera del Golfo e l’Iran e della diffidenza di Abu Dhabi nei confronti di Islamabad, che sta vivendo un momento di riavvicinamento con l’Arabia Saudita, spiega Radio Free Europe-Radio Liberty.
Le epulsioni razziali da paura
All’inizio di aprile, Hamid Ali Shah ha ricevuto l’ordine dal suo datore di lavoro, Etihad Rail, l’operatore della rete ferroviaria nazionale degli Emirati, di presentarsi alla polizia. Questo ingegnere civile è stato interrogato per diverse ore, trattenuto in custodia per diversi giorni, poi espulso verso il suo paese d’origine, il Pakistan. «Stavo lavorando quando ho ricevuto la chiamata. Dopo due ore di interrogatorio, mi hanno infilato in un furgone con altre 13 persone e mi hanno portato in un centro di detenzione per immigrati. Il 6 aprile sono stato messo su un aereo ed espulso dagli Emirati».Shah è uno delle migliaia di pakistani espulsi. Molti di loro sono sciiti, una minoranza religiosa in un Pakistan con legami con l’Iran, il paese con la più forte maggioranza sciita al mondo. Gli Emirati hanno preso le distanze dal Pakistan, a favore di un riavvicinamento con l’India, nell’ambito di una riconfigurazione delle alleanze regionali che vede un riavvicinamento di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia e rapporti più distesi fra Emirati, India e Israele.
L’esclusione religiosa
Si calcola che 15 mila lavoratori pachistani – per lo più musulmani sciiti, molti dei quali risiedono nel Paese da decenni – siano stati fermati dalle autorità emiratine dalla fine di febbraio. Un altro esempio del deterioramento delle relazioni tra i due paesi: ad aprile, il Fondo di Abu Dhabi per lo sviluppo (ADFD) ha chiesto al Pakistan il rimborso immediato di un miliardo di dollari su un prestito. Il Pakistan, mediatore cruciale nei negoziati tra le parti belligeranti, è tuttavia un alleato di lunga data degli Emirati. «Gli sciiti pachistani residenti negli Emirati sembrano diventati i capri espiatori delle crescenti tensioni tra Abu Dhabi e Islamabad», osserva Michael Kugelman, membro associato dell’Atlantic Council, un think tank di Washington. «Negli Emirati c’è anche la percezione che il Pakistan si stia avvicinando all’Iran e gli sia troppo favorevole», aggiunge Kugelman, «soprattutto perché Islamabad sta manovrando per fungere da mediatore nella guerra e cerca di proiettare l’immagine di un paese neutrale».
E la guerra tra potenti sulla vita degli ultimi
- Gli Emirati non hanno commentato ufficialmente queste espulsioni. Ma anche il ministero dell’Interno pachistano nega che suoi cittadini siano espulsi dagli Emirati. «Non viene effettuata alcuna espulsione di pachistani residenti in questo o quel paese, in particolare negli Emirati, o appartenenti a una religione specifica». Una dichiarazione, dettata da preoccupazioni di ordine politico, che contraddice le inchieste di stampa e le valutazioni degli analisti. «Gli Emirati sono scontenti dell’alleanza che si sta profilando tra il Pakistan e l’Arabia Saudita, tanto più che le tensioni tra Abu Dhabi e Riyad stanno aumentando», commenta ancora Kugelman. «Per il momento, l’espulsione dei lavoratori pakistani dagli Emirati danneggerà l’economia pachistana», spiega Hamid Mir. «Ma avrà ripercussioni anche sugli Emirati, soprattutto perché a lungo termine dovranno affrontare una carenza di manodopera qualificata».

