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Guardare a sinistra per cambiare Milano. A colloquio con Lorenzo Pacini

Guardare a sinistra per cambiare Milano. A colloquio con Lorenzo Pacini

Politica italiana

18/09/2026

da Left

Lea Cicelyn

Casa, costo della vita, servizi pubblici e disuguaglianze. Il giovane candidato alle primarie del Pd per le amministrative di Milano, propone un «socialismo municipale» per riportare la politica nei quartieri e rivendica un Comune che non resti neutrale nei conflitti sociali

Lorenzo Pacini, classe 1996, esponente del Pd, si candida alle primarie come sindaco di Milano. E anche se non sono state ancora indette, sta conducendo la propria campagna elettorale nei quartieri della città e sulle sue pagine social, dove ha un seguito di oltre centomila follower. Pubblica quotidianamente contenuti che annunciano «cose di sinistra» che vorrebbe mettere in pratica qualora dovesse essere eletto, questioni di cui parla nel suo libro: Una cosa di sinistra, come far tornare alla politica chi non ci crede più appena uscito per Ponte alle grazie. Lo abbiamo incontrato.

Lorenzo, sulle tue pagine c’è un’idea che ritorna: il socialismo municipale. Milano è ormai preda da anni di un sistema capitalistico feroce e affermato più che in altre città, che sta divorando gli spazi pubblici. Può un sindaco contrastare un sistema così radicato?

Idee e pratiche vanno di pari passo. È essenziale cambiare il modello ideologico alla base della città, consapevoli che in questi anni non solo ci si è adeguati all’idea che il mercato sia incontrastabile, ma addirittura che questo modello vada incentivato. Milano è stata modellata per il turismo e il costo della vita è diventato insostenibile per i suoi cittadini. Il mercato può essere contrastato per dare forma ad un modello diverso e per farlo c’è bisogno di un’amministrazione che vada nella direzione opposta.

Qualche esempio di atto amministrativo che possa essere efficace nello stravolgimento di questo modello?

L’obiettivo è investire le risorse del Comune a favore di quella categoria, i lavoratori, che oggi mandano avanti la città. Non potendo agire direttamente sui salari, si dovrà intervenire abbattendo i costi dei servizi pubblici. Si dovrà investire sul verde, dato che questa città raggiunge i 40 gradi tre mesi l’anno, si dovranno aprire centri per accogliere i bambini e sollevare le famiglie dal costo delle baby-sitter. Le risorse andranno prese da quell’1% di cittadini che si è trasferito qui attraverso i sistemi di flat tax, la mia intenzione è convocarli appena sarò eletto e coinvolgerli a contribuire.

Che incentivo potrebbero avere?

L’incentivo dovrebbe essere il benessere collettivo, riflettere sul fatto che preservare la città significa preservare il benessere di tutti, ma qualora questo aspetto non dovesse convincerli ci sono le tasse di scopo, come la riforma del sistema della Tari, che permetterebbe di far pagare chi possiede di più. Il compito di un’amministrazione è anche questo: fare una battaglia politica. Al di là dell’amministrazione di Milano, penso che un sindaco dovrebbe occuparsi dei problemi dei suoi cittadini al di fuori dei confini della città. Ritengo, ad esempio, che l’Irpef sia una tassa ingiusta, perché la vera ricchezza la producono i patrimoni, non il lavoro. Immagino dunque di lavorare per una tassa sull’eredità: un milionario che muore, ed è una delle poche cose certe nella vita, potrebbe lasciare una parte del suo patrimonio sua al Comune. Questo significa cambiare una legge dello Stato, certo. Le battaglie che voglio portare avanti saranno anche a livello nazionale.

Cose di sinistra, dunque, ma non pensi che potresti raccogliere dissensi per la tua appartenenza al Pd, non sempre visto come un partito esattamente di sinistra? Come ti relazioni a questo aspetto?

Penso che la politica sia un lavoro collettivo che debba puntare all’utilità dell’azione politica. Io oggi ritengo di essere più utile dentro questo partito nel tentativo di spostare più a sinistra possibile il dibattito, gli argomenti, le proposte. Qualora non mi sentissi più utile me ne andrei, ma non fonderei l’ennesimo partito che fa l’1%, che magari è puro dal punto di vista ideologico, ma non ha impatto. La democrazia funziona con l’organizzazione delle masse, non con la ricerca della purezza ideologica.

Cosa pensi di una probabile candidatura di Mario Calabresi?

È un nome forte, sarà uno sfidante certamente impegnativo se dovesse partecipare alle primarie. Non ha ancora presentato un programma, dunque non posso fare ulteriori commenti.

Hai trascorso l’estate tra le “anguriate” di quartiere. Qual è il sentimento comune tra i cittadini?

Abbiamo incontrato più di diciotto quartieri, ma non sono sicuro che esista un sentimento comune. C’è sicuramente una grande stanchezza nei confronti della vecchia politica e dei vecchi politici. C’è l’esigenza di qualcosa di nuovo, di più coraggiose, più nette, molto più di sinistra e noi siamo qui per questo.

Che ne pensi dell’amministrazione precedente? Qual è l’aspetto più critico?

Aver puntato ad un modello di sviluppo che rende il costo della vita inaccessibile alla maggior parte dei milanesi.

Hai colto invece quale aspetto positivo dal quale prenderebbe spunto la tua eventuale amministrazione?

Il coinvolgimento dei municipi, che riescono a dare voce alle persone e va riconosciuto grande valore e a chi, con pochi strumenti, ha provato a rispondere alle esigenze dei cittadini.

Questione sicurezza. Come si interviene nell’immediato?

La risposta nell’immediato non esiste, la sicurezza si costruisce con la prevenzione che non è mai immediata. Noi dobbiamo uscire dal dibattito sicurezza, perché è solo propaganda che aiuta la destra. La risposta è sociale: per sconfiggere la criminalità, dobbiamo combattere la povertà, educativa, abitativa, economica. L’emergenza è sociale. Alcuni quartieri a Milano oggi soffrono molto l’inasprimento delle disuguaglianze.  Un’azione da compiere nell’immediato consisterebbe nell’assumere più educatori e nel pagarli di più.

Le disuguaglianze secondo te sono causa dell’ondata di questi estremismi di destra?

L’estrema destra prende consenso quando la sinistra smette di fare il suo mestiere. Per combattere l’estrema destra, abbiamo bisogno di una vera sinistra. La funzione storica dell’estrema destra è essere cane da guardia dell’oligarchia, del potere mediatico, politico, economico. Il ruolo storico della sinistra deve ritornare in auge per convincere chi ha poco che il suo nemico non è chi non ha nulla, ma che il nemico è chi ha tutto. È il potere che va contrastato. Il potere per essere contrastato deve essere redistribuito e per potere si intende quello politico, mediatico ed economico. Se Vannacci ci racconta che il nemico della classe lavoratrice italiana è l’immigrato, la riposta della sinistra deve essere chiara: l’immigrato fa parte della stessa classe lavoratrice. Non è il nemico, è il compagno. Il nemico è altrove, ed è chi opprime, non chi è oppresso.

Come portare le persone a prendere coscienza della propria condizione?

Smettendo di pensare che l’istituzione sia neutrale, da sindaco di Milano sarei in prima linea nelle manifestazioni a difesa dei lavoratori, con i Sindacati che lottano per difendere un luogo di lavoro smantellato da una multinazionale, in prima linea per chiudere i Cpr che sono dei lager. Sarei presente con la fascia tricolore al petto perché il sindaco non è neutrale e ha il dovere di mostrare che posizioni prende, perché la società vive dei conflitti e le istituzioni sono li per riequilibrare le ingiustizie.

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