03/03/2026
da Pagine Esteri
Motivazioni infondate, dichiarazioni contraddittorie, il rischio di alti costi umani ed economici. La nuova guerra di Trump all’Iran non convince neanche tutta la base del movimento Maga
Non sembra che l’opinione pubblica statunitense – seppur per motivi diversi – abbia accolto con entusiasmo la nuova aggressione militare contro l’Iran.
Un sondaggio condotto tra sabato e domenica da Reuters/Ipsos rivela che appena il 27% del campione è a favore dell’ennesima avventura militare, mentre il 43% si dichiara contrario e ben il 29% non si pronuncia. L’elemento ancora più interessante è che solo il 55% degli elettori repubblicani appoggia il presidente, mentre i democratici si dichiarano contrari al 74%. Il sondaggio evidenzia anche che per il 56% degli americani (il 23% dei repubblicani, l’87% dei democratici e il 60% dei cittadini non schierati) il tycoon è troppo propenso ad utilizzare la forza militare.
Un altro sondaggio, condotto da YouGov rileva un 34% di approvazione a fronte di un 44% di contrari. Tra i repubblicani il sostegno sale al 69%, ma tocca il fondo tra gli elettori democratici (10%) e tra gli indipendenti (20%). La metà degli intervistati afferma che potrebbe sostenere un’azione militare prolungata se si concludesse con l’imposizione di un governo filoamericano a Teheran o la fine del programma nucleare.
Anche una rilevazione della CNN, pubblicata ieri, ha evidenziato che il 59% del campione disapprova la guerra di Trump e il 60% non crede che il presidente abbia una strategia chiara.
A pesare sono vari fattori: l’infondatezza delle ragioni addotte per giustificare l’attacco, il pericolo di un’escalation che mandi di nuovo all’aria tutto il Medio Oriente e finisca per mettere a rischio gli interessi statunitensi, il rischio di un aumento record del prezzo degli idrocarburi, la possibilità di un alto numero di vittime tra i militari coinvolti.
Il prolungamento degli attacchi e l’allargamento del conflitto a tutto il Medio Oriente – già in atto dopo le rappresaglie iraniane contro le petromonarchie del Golfo e la decisione israeliana di bombardare il Libano – possono ridurre ulteriormente la quota di statunitensi propensi ad appoggiare Trump, il che potrebbe influire sull’appoggio ai repubblicani alle elezioni di medio termine previste per novembre.
Le contraddittorie dichiarazioni del presidente non contribuiscono di certo a rasserenare gli animi. Sabato il tycoon ha assicurato che gli attacchi sarebbero durati «due o tre giorni». Domenica, invece, al New York Times ha detto che gli Stati Uniti e Israele sono pronti a continuare i bombardamenti contro l’Iran «per quattro o cinque settimane». Ieri in un’altra dichiarazione, dopo aver detto che «l’azione militare andrà avanti finché sarà necessario» ha paventato la possibilità di una rischiosissima invasione di terra.
Anche rispetto alle motivazioni alla base dell’aggressione militare il team della Casa Bianca rimane sul vago. L’azione militare servirebbe, secondo Trump e i suoi, a provocare o a favorire un “regime change” a Teheran, indebolendo il regime e la sua struttura repressiva; di qui gli inviti, lanciati alla popolazione iraniana, ad “approfittare” del momento per cacciare gli ayatollah. Però in alcune dichiarazioni il presidente americano ha affermato di voler perseguire per l’Iran una strategia “alla venezuelana”, lasciando intendere che dopo l’uccisione di Khamenei e la decapitazione della direzione del regime Washington potrebbe permettere alle seconde file di governare il paese per conto degli Stati Uniti.
Le dichiarazioni sulla volontà di porre fine per sempre al programma nucleare iraniano ed impedire così che Teheran si doti di testate nucleari appaiono poi alquanto contraddittorie anche ai settori meno distratti dell’opinione pubblica interna, visto che lo stesso Trump aveva assicurato già nei mesi scorsi che i pesanti bombardamenti di giugno avevano completamente distrutto gli impianti necessari all’arricchimento dell’uranio.
Per cercare di convincere gli americani della bontà della propria azione, ieri Trump ha nettamente esagerato, affermando che «l’Iran è una minaccia colossale non solo per il Medio Oriente, ma anche per l’America, i suoi missili potrebbero raggiungere l’America. (…) Il regime possedeva missili capaci di colpire l’Europa e le nostre basi, e presto avrebbe avuto missili capaci di raggiungere la nostra splendida America».
Anche sul carattere “preventivo” dell’attacco israelo-statunitense a Teheran i dubbi sono diffusi, soprattutto dopo che domenica alcuni funzionari del Pentagono hanno ammesso, durante un briefing a porte chiuse al Congresso, che nessuna informazione di intelligence suggeriva che l’Iran avesse intenzione di attaccare le forze statunitensi schierate nella regione.
Non stupisce che Gideon Rachman, in un editoriale sul Financial Times, abbia scritto che il piano di Donald Trump per il futuro dell’Iran manchi di realismo e ignori le sanguinose lezioni apprese da Washington in Medio Oriente negli ultimi venti anni.
Anche il Washington Post ha dedicato un editoriale molto critico alla mossa della Casa Bianca. Secondo il quotidiano la decisione di imbarcarsi in una massiccia campagna di bombardamenti dell’Iran rappresenta «la decisione di politica estera più rischiosa» del mandato di Trump. «Il pericolo di lanciare bombardamenti senza portare a termine l’operazione è che i leader iraniani potrebbero diventare più determinati che mai a ottenere una bomba per scoraggiare futuri attacchi» afferma il WP. Se non ci sarà un’occupazione del paese, l’ipotesi più probabile è che il regime diventi ancora più repressivo e vendicativo, oppure che il paese di 93 milioni di abitanti «si frammenti lungo linee etniche» scatenando guerra civile e instabilità che potrebbero causare all’intervento degli eserciti dei paesi confinanti.

Trump ha messo in allarme ed ha scontentato anche una parte importante della base del “movimento Maga”, con alcune figure decisamente schierate a destra – da Tucker Carlson a Milo Yiannopoulos, da Cassandra McDonald a Nick Fuentes – che hanno descritto la decisione di bombardare l’Iran come “malvagia e disgustosa”, accusando il presidente di trascinare il paese in una guerra che obbedisce esclusivamente agli interessi di Israele.
L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene si è unita al coro di coloro che affermano di aver appoggiato Trump per avere “zero guerre e l’America first” e ora si ritrovano con un presidente attivo in un conflitto dietro l’altro.
Sui social circola un video di Charlie Kirk – l’influencer di estrema destra che dopo esser stato assassinato nel settembre del 2025 è entrato nel pantheon dell’alt right trumpiana – che prima di morire denunciava quella che definiva l’ossessione degli Stati Uniti per l’Iran «patologicamente malata». Altri ricordano quando Donald Trump – era il 2016 – prometteva ai suoi sostenitori che in caso di vittoria avrebbe smesso «di correre a rovesciare regime stranieri di cui non sappiamo nulla».
Oppure quando il presidente, lo scorso anno, esautorò il suo consigliere alla sicurezza John Bolton, accusandolo di tramare con gli israeliani per coinvolgere gli Stati Uniti in un conflitto con l’Iran che la Casa Bianca ha a lungo definito non prioritario e a rischio di scatenare la Terza Guerra Mondiale.
Anche alcuni parlamentari repubblicani come Rand Paul, non ostili di per sé alla scelta di Trump, rimproverano però al presidente di aver per l’ennesima volta iniziato una “guerra presidenziale” mettendo il Congresso davanti al fatto compiuto. Il senatore della “destra libertaria” Thomas Massie, invece, si è espresso apertamente contro la guerra. E non sono pochi coloro che accusano il tycoon di puntare più a farsi acclamare come eroe della storia americana che al benessere del paese.
La retorica sulla necessità di “liberare il popolo iraniano” utilizzata da Trump e dai suoi a molti degli ambienti reazionari che sostengono Trump sembra un’argomentazione propria dei Democratici e non in linea con le promesse “pacifiste” che durante la campagna elettorale del 2024 riuscirono a mobilitare milioni di elettori tradizionalmente non repubblicani. Molti dei suoi ormai ex sostenitori accusano “potus” di utilizzare la guerra contro l’Iran per distogliere l’attenzione dal suo coinvolgimento nei crimini di Jeffrey Epstein.
Il vicepresidente JD Vance e alcuni influencer dell’area Maga si stanno spendendo parecchio per convincere la base repubblicana che il conflitto durerà poco e non risucchierà gli Stati Uniti in un pantano prolungato e rischioso. Ma le continue giravolte di Trump e l’ammissione da parte del Pentagono che quattro militari statunitensi sono già morti stanno provocando nuovi allarmi.
Intanto al Congresso – in cui i due schieramenti sono divisi da pochi voti – la gestione delle autorizzazioni e dei finanziamenti militari diventa terreno di scontro. Nelle prossime ore infatti il Congresso dovrebbe votare una risoluzione sui poteri di guerra del presidente che stabilisce che Trump debba ottenere l’autorizzazione del parlamento prima di poter ordinare la continuazione delle azioni militari contro Teheran. Il testo è stato presentato da un deputato democratico della California, Ro Khanna, e dal repubblicano del Kentusky Thomas Massie.
Tra i Democratici – la maggior parte dei quali attacca la scelta bellicista di Trump esclusivamente per opportunità, essendo il partito all’opposizione – solo l’ala sinistra, rappresentata dal sindaco di New York Zohran Mamdani, dalle deputate Alexandra Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib e dal senatore Bernie Sanders, critica l’intervento militare in sé. La maggior parte del partito contesta soprattutto l’esautoramento del parlamento. Ma c’è anche chi difende Trump, come l’influente senatore John Fetterman, molto vicino a Israele.

