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A guerra ancora in corso l’incerta Ucraina del dopo

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Politica estera 

10/07/2026

da Remocontro

Massimo Nava

Quanto e perché la ricostruzione sarà difficile (e costosa), secondo il Corriere tendenzialmente tifoso. Il percorso di integrazione dell’Ucraina nella Ue –«velocissimo a parole e promesse», annota critico Massimo Nava-, «sarà ancora lungo e tortuoso, se non altro il tempo necessario al Paese per riforme strutturali, adeguare normative, stroncare la corruzione endemica. Ma intanto si velocizza la marcia dell’Ucraina verso l’integrazione in un sistema di difesa europea, a prescindere da un più o meno rapido ingresso nella Nato ancora tutto da valutare».

Sempre e per ora solo armamenti

Sul tavolo ci sono accordi con Francia, Germania e Polonia per la produzione in loco di diverse tipologie di armamenti; progressi impressionanti dell’industria ucraina della difesa che hanno fra l’altro consentito pesanti incursioni in territorio russo; i finanziamenti in corso da parte dell’Ue per sostenere la resistenza armata del Paese e infine la chiara volontà dei governi europei (o almeno dei più decisi, oltre alla Gran Bretagna) di elaborare un’«architettura» politica e istituzionale che consenta di accelerare il processo, a prescindere da regole e tempi tecnici imposti dai trattati.

L’incertezza territoriale del conflitto

È un quadro politico che si delinea pur nell’incertezza sull’andamento del conflitto, entrato nel sesto anno e in una fase di pericolosissimo stallo in cui si moltiplicano le offensive ucraine e le ritorsioni russe. Ed è un quadro politico che lascia sotto traccia (quantomeno nella narrazione mediatica) i costi della ricostruzione del Paese, costi economici e umani che resteranno molto probabilmente sulle spalle dell’Europa. Un’Europa che ha già pagato e continuerà a sopportare la lievitazione dei costi dell’energia, la sostanziale chiusura del mercato russo, le conseguenze indirette delle sanzioni, i finanziamenti già in corso a fondo perduto in favore di Kiev. Secondo uno studio della commissione esteri del Parlamento europeo, le stime aggiornate parlano di oltre cinquecento miliardi di dollari da reperire in dieci anni, senza contare quanto già stanziato per la difesa dell’Ucraina e in aiuti umanitari nel corso del conflitto.

Le distruzioni invisibili

Oltre a ciò che è materialmente visibile da ricostruire (abitazioni, strade, infrastrutture energetiche, fabbriche) ci sono i costi dell’«invisibile», ma altrettanto pesante: le contaminazioni del suolo, la bonifica dei terreni agricoli e delle acque, il reperimento di manodopera, considerando che oltre la metà dei quattro milioni di ucraini oggi rifugiati all’estero non vorrebbero tornare in patria, gli oltre 400 mila feriti e invalidi e, più in generale, il calo demografico del Paese, che dai 42 milioni all’inizio della guerra potrebbe dimezzarsi nei prossimi vent’anni. Sono calcoli approssimativi, ma l’esempio dei Balcani, con migliaia di giovani emigrati in Europa, è significativo del drammatico deperimento di risorse umane.

Ambiente, 50 miliardi di danni

Sempre secondo gli studi del Parlamento europeo, soltanto i danni ambientali sono stimati in oltre 50 miliardi di euro. La guerra «ha avuto anche un impatto negativo sulla ricca biodiversità dell’Ucraina, sulla fauna selvatica, sugli habitat naturali, compresi quelli protetti nelle riserve della biosfera e nei parchi nazionali». Risulta sopratuttto «compromesso il settore primario ucraino, vitale per l’economia del Paese e per la sicurezza alimentare globale». Rendere ancora coltivabili e produttivi i campi «richiede risorse significative, tempi lunghi e comporta rischi». E ancora: «Una parte significativa dei seminativi sarebbe inutilizzabile per anni». Si parla di milioni di ettari di terreni agricoli compromessi. 

Golosità ‘generose’

Lo studio, riportato dal sito Euractiv, parla di un percorso di ricostruzione irto di ostacoli, interrogativi e confusione di attori, dato che il settore privato industriale e finanziario (anche americano) ha già affilato le armi sui settori più interessanti (agroalimentare, terre rare, miniere, tecnologie, sistema bancario) mentre il settore pubblico rischia di dovere portare il peso enorme della ricostruzione civile e dei servizi. Finanziamenti «dirottati verso progetti di punta», ovvero sui settori in grado di attrarre capitali privati (minerali critici, infrastrutture digitali e agroalimentare). Gli investitori privati non sono molto interessati ad esempio alla bonifica delle falde e allo sminamento dei campi di battaglia. Secondo lo studio, «convogliare i finanziamenti verso settori commercialmente redditizi, trascurando le necessità di ricostruzione, è una scelta che appare ambiziosa, ma si traduce in un’allocazione di risorse inadeguate».

Paese di dimensioni e popolazione incerta

I piani di ricostruzione risulterebbero al momento irrealistici anche perché basati sul presupposto che il conflitto finisca rapidamente e che la gran parte degli ucraini riparati all’estero abbia voglia di rientrare in patria. Ma «solo il 43 per cento dei rifugiati intervistati al di fuori dell’Ucraina ha dichiarato di voler tornare». Si tratta di oltre due milioni di ucraini che rimarranno in Europa, la maggior parte in Polonia e Germania, con fenomeni di competitività sociale ed economica già evidenti. In questo ambito, anche gli ucraini, come ogni popolo, si divide fra chi sta sopra e chi sta sotto. Oltre ai super ricchi «rifugiati» a Montecarlo, con tanto di passaporto concesso dai Paesi membri della Ue come Cipro, ci sono le classi medie e i giovani che si rifiutano di combattere. A Varsavia, i prezzi delle case sono lievitati, mentre il governo deve far fronte alla cresciuta domanda di posti nelle scuole e negli asili. «Le infrastrutture dimensionate per una popolazione che non ritorna non rappresentano una ricostruzione, bensì una spesa improduttiva», scrivono i tecnici che hanno elaborato il rapporto.

Strada verso l’Ue a ostacoli

C’è poi da sciogliere il nodo del percorso istituzionale dell’Ucraina verso l’integrazione nella Ue che, in teoria, dovrebbe svolgersi in parallelo con i finanziamenti e i progetti di ricostruzione. E il tutto dovrebbe inoltre relazionarsi con la possibilità per ora aleatoria che la Russia sia chiamata a pagare i danni di  guerra. In alternativa, c’è il rischio concreto che la ricostruzione dell’Ucraina si riveli una straordinaria occasione di profitto per fondi d’investimento internazionale e multinazionali dell’agroalimentare che hanno già messo gli occhi sugli asset più redditizi. Le lobby sono al lavoro e intensificano i contatti con il sottogoverno di Kiev. Ci sono poi gli oligarchi che non vedono l’ora del ritorno alla normalità, secondo le loro regole.

Previsioni impossibili e speculazioni in campo

  • Il rapporto conclude che «nessuno, né da parte dell’Unione europea né da parte ucraina, ha attualmente l’autorità di garantire che le decisioni di investimento prese oggi soddisfino gli standard che l’Ucraina sarà tenuta ad applicare al momento dell’adesione». Intanto, ai blocchi di partenza, sono già schierati i colossi della finanza americana. Il fondo Black Rock e la Morgan Stanley hanno firmato accordi di cooperazione con il presidente Volodymyr Zelensky.
  • Se il conflitto è in stallo, qualcuno ha insomma già vinto la guerra, come chi ha speculato sull’andamento dei prezzi del settore agroalimentare e chi partecipa alla grande abbuffata del settore militare, dato che la spesa mondiale ha superato i tremila miliardi di dollari. Gli Stati Uniti, secondo i propositi del presidente Trump, stanno per raddoppiare il budget. E i governi europei – Germania, Polonia in testa, oltre alla Gran Bretagna – non sono da meno.

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