14/05/2026
da Valori
Tra derivati e speculazione sulle materie prime agricole, i conflitti diventano occasioni di profitto mentre cresce il rischio carestie
Nelle ultime settimane si è discusso tantissimo dei possibili impatti legati alla chiusura dello stretto di Hormuz. Non solo per il mancato transito del petrolio: ricadute pesanti sul commercio globale, rischio di crisi e recessione, blocco dei voli. Sono solo alcune delle possibili conseguenze della guerra decisa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Ma, come spesso accade, una crisi globale può essere una gallina dalle uova d’oro per alcuni. In primo luogo, ovviamente, l’industria delle armi. Abbiamo spiegato come l’inasprirsi dei conflitti porti quasi univocamente a un aumento del valore delle azioni delle imprese del settore, mentre notizie di pace ne provocano il crollo. In secondo luogo, se si hanno notizie riservate “in anteprima” è possibile guadagnare scommettendo sulla pace o sulla guerra. Un comportamento illecito ma che troppe volte sembra essersi manifestato nelle ultime settimane.
La guerra in Iran alimenta la speculazione sul cibo
Per chi sa approfittarsene, sono anche altre le opportunità di profitto. Come titola un articolo uscito in questi giorni, «dall’inizio della guerra in Iran, i trader hanno moltiplicato le scommesse sull’aumento del prezzo del cibo». Anche questo meccanismo non è nuovo: tramite strumenti finanziari chiamati derivati è possibile scommettere sul prezzo futuro delle materie prime, e del cibo in particolare.
Maggiore è l’incertezza e l’instabilità, più possono variare i prezzi, più posso guadagnare sulla differenza di prezzo tra acquisto e vendita, ovvero dalla speculazione. È in questo senso che la guerra e la chiusura dello Stretto di Hormuz si trasformano in splendide opportunità per chi sa coglierle e soprattutto non si fa troppi scrupoli a scommettere sulla sofferenza di altri esseri umani. Le ricadute sono infatti state particolarmente pesanti per settori quali quello dei fertilizzanti, da cui dipende direttamente la produzione di cibo. Una quota rilevante di diversi prodotti chimici necessari per realizzarli, a partire dall’urea, passavano dallo stretto. Le difficoltà di approvvigionamento si traducono in costi maggiori e minore disponibilità per gli agricoltori.
Come spiegato nell’articolo, nelle ultime settimane si sono registrati «miliardi di dollari di scommesse sull’aumento dei prezzi del cibo come risultato della guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran, per estrarre profitti da un conflitto che si prevede impoverirà gli agricoltori in tutto il mondo e spingerà decine di milioni di persone verso la fame».
Come i derivati fanno aumentare i prezzi alimentari
Il problema non è nemmeno nella mancanza di scrupoli di chi specula sul prezzo del cibo. È che gli afflussi di capitali su una determinata materia prima, ovvero l’aumento delle scommesse sul prezzo del grano o del mais, porta a un aumento artificiale della domanda e quindi dei prezzi. In altre parole la speculazione contribuisce in maniera sostanziale sia all’instabilità sia all’aumento dei prezzi del cibo che sono alla base dei guadagni ricercati dagli stessi speculatori. E la spirale si auto-alimenta sulla pelle dei piccoli contadini che il cibo lo producono e su quella delle persone più povere e vulnerabili del pianeta che hanno maggiori difficoltà a nutrirsi.
Al Chicago Mercantile Exchange, una delle principali piazze finanziarie per le materie prime, nei due mesi tra la fine di febbraio e quella di aprile sono raddoppiati gli investimenti in alcune delle principali materie prime alimentari quali grano, soia e mais. Una montagna di scommesse che non si registrava da quattro anni. Si, esatto, dal momento dell’invasione russa dell’Ucraina, che aveva portato a una crescita delle scommesse in particolare sul grano.

Nello stesso momento, l’agenzia ONU per il cibo (World Food Programme) ha dichiarato che se la guerra non finirà entro breve, 45 milioni di persone in più potrebbero dovere fronteggiare una grave carestia a causa dell’aumento dei prezzi del cibo. Non solo morti e vittime dirette dei conflitti. In maniera crescente, ogni guerra significa sofferenza per milioni di altre persone vulnerabili in tutto il mondo. La guerra è davvero un brutto affare. Tranne per i pochi per i quali, al contrario, è davvero un ottimo affare.

