06/11/2026
da Il manifesto
Metà mandato Il capo del Pentagono Hegseth in cima alla lista. Rischia anche lo zar delle deportazioni. Gli yes-man iniziano a riposizionarsi: JD Vance critica in pubblico l’uomo a cui non si è mai opposto
È open season, la stagione della caccia come la chiamano i commentatori americani, nel partito e nell’amministrazione repubblicana. La travolgente sconfitta del midterm non potrà che trascinare con sé molti nomi di punta di questo governo e della squadra di Donald Trump alla Casa bianca.
Ed è anche sullo stesso presidente contro cui nessuno sinora aveva osato opporsi, sancendo la «trumpizzazione» del Gop, che comincia ad aprirsi il fuoco di fila. A partire dal suo vice – JD Vance – che all’indomani del voto pubblica un lungo post su X in cui attribuisce la sconfitta solo ed esclusivamente a una cosa: la guerra in Iran.
AL DI LÀ DELLE FACILI ironie sul fatto che se ne sia accorto solo quando quella guerra sta per entrare nel suo nono mese, è significativo che Trump, in un’intervista successiva al Wall Street Journal conceda che parte della disfatta sia da attribuire a quel conflitto. Un atteggiamento remissivo nei confronti di una grave contestazione delle sue politiche impensabile solo fino a pochi giorni fa. Seguita però da un avvertimento a proposito del 2028: «Molte persone si candideranno», dice Trump delle primarie Gop per le presidenziali.
«Magari lui non lo farà», aggiunge. Alludendo a una pessima sorte politica per Vance se continua a distanziarsi da lui, evidentemente in cerca di una coalizione che guarda ai «Maga dissidenti» che da tempo hanno rotto con Trump: l’area di Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e del neonazi Nick Fuentes. La messa in discussione della guerra in Iran rende il segretario della difesa Pete Hegseth uno dei primi nomi nella lista delle teste pronte a saltare.
La sua disastrosa gestione del conflitto è ormai apertamente discussa nel partito. Già a settembre, il deputato repubblicano Thomas Massie aveva introdotto alla Camera otto articoli di impeachment contro Hegseth, accusato di abuso di potere e di aver violato la War Powers Resolution, che imponeva di porre fine alle ostilità contro Teheran. Massie ha già fatto sapere che intende introdurre il voto sull’impeachment non appena il Congresso tornerà in sessione il 9 novembre.
Secondo un retroscena pubblicato ieri dal Washington Post, Trump potrebbe invece scegliere di «sacrificare» il generale a capo del Joint Chiefs of Staff, Dan Caine, o l’ammiraglio che supervisiona la guerra Brad Cooper. Tutti e tre, fonti anonime dell’amministrazione dicono al Post, sono colpevoli in diversi momenti di aver dato una rappresentazione rosea al presidente sulla Caporetto americana nella Repubblica islamica.
Tra le teste pronte a saltare si rincorre, già da prima del voto, anche il nome della capa di gabinetto di Trump, Susie Wiles, una delle persone più vicine al presidente sin dalla sua sconfitta nel 2020: c’è lei dietro il suo ritorno sulla scena pubblica quando sembrava che l’assalto a Capitol Hill lo avrebbe seppellito per sempre.
NON È SOLO LA GUERRA in Iran, come analizza a scoppio ritardato Vance, l’unico fattore di questa sconfitta: gli sticker «I voted» incollati sui memoriali delle vittime dell’Ice – come quelli di Renee Good e Alex Pretti e Minneapolis – ne sono la prova. All’indomani del voto di midterm, inizia lo stillicidio di retroscena, provenienti dalla Casa bianca, sull’architetto della grande deportazione: il consigliere speciale di Trump, Stephen Miller. Indice di una volontà di liberarsi di un uomo che ha fatto della pulizia etnica lo scopo dichiarato di questa amministrazione e che ha istituito delle quote di persone da arrestare e deportare quotidianamente.
Un report del New York Times ricostruisce i tentativi da parte di Susie Wiles, durati mesi, di convincere Trump a cambiare linea sull’immigrazione. Il Wall Street Journal pubblica invece un retroscena sulla scontentezza della stessa moglie del presidente, Melania Trump, nei confronti di Miller: avrebbe detto al marito di conoscere alcune delle persone che stavano venendo deportate e che ci si era spinti troppo in là.
IL GRAN NUMERO di lavoratori della sanità eletti al Congresso e nelle amministrazioni locali – a partire dal dottore Abdul el Sayed in Michigan e la futura senatrice del South Carolina Annie Andrews, una pediatra – mette seriamente in discussione anche la tenuta di Robert Kennedy Junior, il ministro della sanità che ha fatto piazza pulita degli obblighi vaccinali (ieri erano arrivati a sei i morti di morbillo in Pennsylvania) e delle competenze all’interno delle agenzie sanitarie, a partire proprio dal Centro per le malattie infettive.
E poi ci sono i tech bros: i magnati del digitale che hanno scelto la strada dell’asservimento a questa Casa bianca nel giorno stesso dell’insediamento di Trump, a cui avevano partecipato in primissima fila. La loro «avanguardia», quell’Elon Musk che ha dato un fondamentale contributo alla vittoria del presidente Maga, si ritrova oggi con un ammanco – certo risibile per lui – di mezzo miliardo di dollari investiti nei candidati repubblicani al midterm. Un suo post di martedì sulla sua piattaforma X – «Ho votato rosso» – è stato prontamente rimosso in seguito alla dilagante sconfitta.
UN RIPOSIZIONAMENTO della Silicon Valley sarebbe un colpo notevole per un’amministrazione che ha potuto sinora contare sull’asservimento dei principali proprietari dei canali di comunicazione più usati al mondo.
Ironicamente, il miglior indicatore del malumore presidenziale è proprio il suo Truth Social: nella notte elettorale Trump ha passato ben tre ore senza postare, un record imbattuto in momenti di sommovimento politico Usa, mentre da allora i suoi post arrivano con cadenza molto rarefatta. In pubblico, ha preferito continuare a parlare della sua ballroom: «Sarà la più bella che il mondo abbia mai visto».

