02/05/2026
da Remocontro
Il nodo energetico, questione chiave per la sicurezza del continente, oltre che come emergenza economica. Negli anni recenti l’Unione ha importato oltre il 50% del proprio fabbisogno, sono bastati 60 giorni di conflitto in Medio oriente per far salire la spesa di 27 miliardi. sono bastati 60 giorni di conflitto in Medio oriente, con il blocco dello stretto di Hormuz, per far salire di 27 miliardi di euro la spesa per l’acquisto di combustibili fossili, con una perdita calcolata di 500 milioni al giorno.
Il costo europeo della guerra: «500 milioni al giorno»
«Davanti agli eurodeputati, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha riportato al centro delle preoccupazioni europee i numeri della strutturale esposizione dell’Ue in termini energetici». Ma i conti pesanti hanno anche altre origini, non è tutto, avverte Andrea Valdambrini sul Manifesto. «Già con la crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina, i prezzi del gas hanno registrato picchi fino a dieci volte superiori alla media storica, trascinando con sé il costo dell’elettricità. Al secondo shock in pochi anni, la leader tedesca alla guida Ue risponde riannodando il filo del superamento delle fonti fossili, non solo una scelta climatica ma anche, se non soprattutto, come necessità strategica».
I pentiti del fossile politicamente facile
«La presidente della Commissione ha poi insistito sulla traiettoria della transizione ecologica, indicando elettrificazione, rinnovabili e anche il nucleare come pilastri per stabilizzare i prezzi nel medio periodo». L’ipotesi di ritorno all’atomo, molto discussa e avversata da una parte del mondo ambientalista, su cui invece preme la Francia, già attrezzata, e su cui insiste il ministro dell’Ambiente italiano. Sul terreno degli aiuti contro il caro energia, von der Leyen è diretta. Invita a «non ripetere lo stesso errore», ricordando che durante l’ultima crisi oltre 350 miliardi sono stati spesi in misure non mirate, mentre solo un quarto è arrivato davvero a famiglie e imprese vulnerabili.
Basta furberie politiche elettorali
Il riferimento è alle politiche adottate da diversi paesi – l’Italia certo, ma anche Germania e Francia – che hanno privilegiato sconti generalizzati: misure in grado di portar consenso nell’immediato ma costose e perfino controproducenti. «Abbassando i prezzi dell’energia in modo generalizzato, tali interventi hanno finito per sostenere, anziché ridurre, la domanda di combustibili fossili». Esecutivo europeo stretto fra le richieste di intervento da parte degli stati e l’esigenza di non contraddire la ‘decarbonizzazione’. Il ‘come fare’ dalla vicepresidente della Commissione, la spagnola Teresa Ribera, sull’esempio virtuoso di casa.
Limite temporale e vincoli degli aiuti
Regole vincolanti: il «limite temporale e il carattere mirato» dei provvedimenti». Aiuti rivolti alle industrie energivore e ai trasporti, spiega Ribera, attraverso compensi fino al 70% dei costi aggiuntivi pagati per l’aumento dei prezzi del carburante, o dei fertilizzanti nel caso del settore agricolo. Però «si valuta caso per caso», ribadisce la socialista spagnola, così da escludere il rischio che, anche la nuova disciplina sugli aiuti di stato, finisca per incentivare il consumo di idrocarburi, dato che parte della bolletta la pagano le casse pubbliche, finendo così per alleggerirne i costi. Oltre le già denunciate tentazioni di favori diffusi e soltantpo elettorali.
‘Vantaggio asimmetrico’
- Clientele e il rischio del cosiddetto ‘Vantaggio asimmetrico’. Le economie con ‘maggior spazio fiscale’ (meno debiti), – Germania in primis – hanno più possibilità di intervento, ampliando così le divergenze nel mercato unico, dato che rendono più forte chi già lo è, lasciando gli altri indietro. «La misura economica più importante sarebbe quella di ristabilire la pace e la normalità, solo che la guerra non dipende da un’iniziativa dell’Ue», sottolinea Ribera tornando a puntare il dito contro la guerra israelo-americana. Che l’Europa respinge, ma di cui paga comunque tutte le conseguenze.

