03/04/2026
da Il Manifesto
Shock energetico Prima l’invasione russa dell’Ucraina, poi la guerra a Gaza e l’aggressione israelo-americana all’Iran che hanno incendiato il Golfo persico
Prima l’invasione russa dell’Ucraina, poi la guerra a Gaza e l’aggressione israelo-americana all’Iran che hanno incendiato il Golfo persico. Tragedie prima di tutto umanitarie, ma in particolare per l’Europa, Italia in testa, paurosi stress-test.
Che hanno acceso la luce sulla fragilità dei nostri sistemi energetici che dipendono in larga misura dal petrolio e dal gas che importiamo da regioni geopoliticamente insicure.
Molto meno dibattuto è un altro aspetto che rende queste guerre, in generale tutte le guerre contemporanee, guerre fossili. È il loro costo in termini climatici e ambientali. Si calcola che dalle attività militari nel mondo venga il 5,5% delle emissioni globali di gas serra, generate in maggioranza dall’uso di combustibili fossili. Significa che l’uso delle armi e il suo «indotto» sono il quarto emettitore mondiale di gas climalteranti dopo Cina, Stati uniti e India, e significa che anche i conflitti di dimensione locale sono, quanto a influenza sugli equilibri climatici, globali.
Uno studio della Initiative on Ghg accounting of war ha calcolato che nei primi tre anni del conflitto russo-ucraino sono stati rilasciati in atmosfera gas climalteranti per 237 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, quanto emettono in un anno Austria, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia messe insieme.
Ancora. Secondo una ricerca di un team di ricercatori universitari britannici e americani, sommando le emissioni di gas climalteranti collegate ai primi quindici mesi della guerra di sterminio israeliana a Gaza con quelle relative alla costruzione dei tunnel di Hamas e della barriera difensiva «muro di ferro» realizzata da Israele, si ottiene un valore uguale a tutte le emissioni climalteranti generate in un anno nei 41 Paesi che occupano la parte più bassa della classifica mondiale degli Stati emettitori di C02 equivalente.
Drammatico è il bilancio ambientale anche della guerra di Israele e Stati uniti contro l’Iran. In un report del Conflict and environment observatory sono elencati, solo per le prime due settimane di guerra, 232 incidenti ambientalmente critici, in Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Giordania, Cipro, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman e Azerbaigian.
L’Europa nel frattempo sta a guardare, preoccupandosi principalmente dell’impatto delle guerre fossili sui prezzi dell’energia. E qui emerge uno spettacolare paradosso. Se in Europa i prezzi energetici s’impennano a causa delle guerre fossili, la ragione è nella larga dipendenza dei nostri sistemi energetici dal petrolio e dal gas – 62,5% per l’Europa, 90% per l’Italia -, in larga misura importati da aree del mondo investite o lambite da conflitti. I ripetuti choc fossili di questi anni dovrebbero, secondo logica, spingere i governi europei ad accelerare nel cammino di conversione dei propri sistemi energetici da petrolio, gas e carbone alle fonti rinnovabili, per loro natura energie «casalinghe».
Come per esempio sta facendo la Spagna, che per questo tra i grandi Paesi dell’Unione è la meno toccata dalle ricorrenti impennate dei prezzi dell’energia legate a difficoltà negli approvvigionamenti. Per ora non accade, per ora ci si limita a misure tampone – defiscalizzazioni, sussidi vari – per calmierare artificiosamente i prezzi di benzina e gasolio. L’Italia del governo Meloni fa ancora peggio, proponendo di cancellare il sistema Ets che attraverso meccanismi di cap-and-trade – limiti alle emissioni climalteranti, pagamento delle emissioni in eccesso – incentiva le imprese a ridurre l’impatto climatico delle proprie attività.
L’Italia dunque, uno dei Paesi Ue che basa di più i propri consumi di energia su petrolio e gas importati, risponde al caro-prezzi dell’energia provocato dalla nostra larga dipendenza dall’importazione di fossili scoraggiando di fatto le politiche necessarie a ridurre rapidamente questa stessa dipendenza.
È un cammino autolesionista, mosso essenzialmente dagli interessi del colosso Eni, vero dominus della politica energetica italiana, ed è una delle manifestazioni più tipiche – e meno denunciate – della negazione della crisi climatica e dell’urgenza di fronteggiarla che accomuna Meloni a tutte le destre sovraniste, da Trump a Orban.
Sarebbe bene che da ora alle elezioni politiche del prossimo anno il centrosinistra metta questo tema al centro del suo discorso pubblico, tanto più che in esso si saldano due orizzonti – no alla guerra, lotta decisa alla crisi climatica – entrambi radicati nelle sensibilità dell’elettorato progressista e particolarmente in quello più giovane.
Il no nel referendum sulla giustizia ha detto che la maggioranza degli italiani vuole bene alla nostra Costituzione, è innamorata del suo spirito etico e sociale. Questo spirito si difende pure impegnandosi per denunciare e sconfiggere tre nemici che le guerre attuali incarnano: genocidio, ecocidio, per l’Europa e l’Italia anche suicidio economico.

