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A Hormuz Pechino sfida Washington

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16/05/2026

da Il Manifesto

Alberto Negri

«Bianluan» La tregua con l’Iran è in terapia intensiva, aveva dichiarato Trump prima di partire per la Cina. In realtà a Pechino ha appreso la terapia cinese per un mondo instabile e mutante

La tregua con l’Iran è in terapia intensiva, aveva dichiarato Trump prima di partire per la Cina. In realtà a Pechino ha appreso la terapia cinese per un mondo instabile e mutante: il termine usato da Xi Jinping è «bianluan», scriveva ieri sul manifesto Simone Pieranni.

La conversazione dei leader del G2 si è svolta su uno sfondo dolorosamente imbarazzante sul quale le parti con comunicati zuccherosi hanno voluto glissare. Trump, impegnato con Israele in una guerra contro l’Iran, sta cercando di tagliare le entrate di Teheran derivanti dalle esportazioni di petrolio. La Cina è di gran lunga il maggiore acquirente mondiale di questo greggio. Il segretario al Tesoro di Trump, Scott Bessent, presente a Pechino, ha persino accusato la Cina di finanziare di fatto il terrorismo acquistando petrolio iraniano.

Quindi la marina statunitense ha dispiegato un vasto blocco marittimo, a partire dal Golfo dell’Oman, ottenendo così il potere di decidere quali navi possono raggiungere la Cina e altre destinazioni in Asia. Secondo gli americani il blocco navale si è rivelato efficace, avendo intercettato oltre 70 imbarcazioni, anche al largo delle coste iraniane e persino molto al di là, fino all’Oceano indiano. Poi è accaduto, proprio mentre Trump era a Pechino, che almeno venti navi cinesi, favorite ovviamente dagli iraniani e con i transponder spenti, aggirassero il blocco Usa. Ma questo non è stato l’unico messaggio concreto dei cinesi. È arrivata a un’altra sfida. La Cina ha reagito alle sanzioni energetiche Usa attivando per la prima volta in modo esplicito il meccanismo di «blocking» contro le misure extraterritoriali Usa. Con l’avviso n. 21 del ministero del commercio, Pechino ha autorizzato alcune raffinerie cinesi a continuare ad acquistare greggio iraniano nonostante le restrizioni americane.

La normativa cinese vieta infatti alle imprese nazionali di conformarsi a sanzioni straniere considerate illegittime, rafforzando una pratica già diffusa tra le raffinerie indipendenti cinesi. E questo nonostante le compagnie di raffinazione restino esposte ai rischi legati al sistema finanziario internazionale dominato dagli Stati uniti, in particolare per pagamenti in dollari, assicurazioni e trasporti marittimi. Gli Usa, si sa, possono farti molto male anche dal punto di vista finanziario. Ma sul piano globale questa mossa accentua la frammentazione normativa internazionale, con possibili effetti su trasparenza dei flussi energetici, premi di rischio e dinamiche dei prezzi del petrolio.

I cinesi hanno dichiarato, cosa non nuova ma detta oggi in mezzo al conflitto nel Golfo, che sono contrari alle sanzioni Usa, anche contro quelle che da 45 anni colpiscono l’Iran. In poche parole i cinesi hanno reso esplicito agli americani che loro possono impadronirsi del petrolio colombiano, in buona parte prima venduto a Pechino in yuan, ma la Cina è pronta rispondere, forse anche con alcuni degli stessi membri del Brics riuniti a New Dehli. In questi giorni in cui tutti hanno ripreso la citazione di Xi Jinping della «trappola di Tucidide», focalizzata sulla sfida Sparta-Atene, i cinesi non intendono presentarsi soli o isolati per un nuovo ordine internazionale. Senza contare che mentre Trump vantava i suoi favolosi contratti con i cinesi, il loro maggiore mercato in Occidente rimane saldamente l’Unione europea.

Questo è il famoso sorpasso sul quale ieri titolava il manifesto. Gli Usa da quando sono esportatori di petrolio sono diventati una potenza destabilizzante che punta alle guerre e a difendere il dollaro (e il suo debito) con le armi. Inoltre con Trump fanno gli interessi israeliani e di Netanyahu umiliando alleati storici come gli europei. La Cina punta alla stabilità, ai rapporti commerciali globali soprattutto in yuan e a prendersi – prima o poi – Taiwan, cui oggi gli Usa non possono rinunciare come maggiore produttore di semi conduttori.

La Cina è un Paese che fa delle scelte strategiche, come dimostra anche il suo ultimo piano quinquennale a favore di grandi investimenti nelle energie alternative. Qual è stata la scelta strategica di Trump e di Netanyahu? Aprire un conflitto nel Golfo che ha avuto come risposta iraniana la chiusura di Hormuz (mai avvenuta in mezzo secolo) e un’onda d’urto globale che rende sempre più nera e insostenibile la maledizione del petrolio. Oggi gli Usa di Trump, spinti dal delirante progetto di Grande Israele, si sono impantanati in un conflitto vitale che sta assorbendo miliardi di risorse militari e fornisce a Pechino nuovi vantaggi.

Usa e Israele per ora hanno fallito e la prospettiva di una vittoria appare remota. Nonostante i successi tattici, non sono riusciti a neutralizzare il programma nucleare iraniano, a eliminarne le capacità missilistiche a tanto meno a rovesciare la Repubblica islamica. Neppure il regime hanno isolato, come dimostrano i rapporti quotidiani dell’Iran con Russia e Cina. Perché Xi dovrebbe fare un favore a Trump per tirarlo fuori dai guai in cui si è cacciato dando retta a Netanyahu? Che continui a negoziare con Teheran è stato il consiglio di Xi Jinping: forse, prima o poi, Hormuz si riaprirà per i Paesi amici come promette il ministro degli esteri iraniano Aragchi. Ma è certo che Pechino non farà pressioni aperte sull’Iran: non è nel suo stile fare la voce grossa con chi lotta per la sopravvivenza. Scopriremo che anche in cinese esiste il termine «via di uscita», ma non suona come da noi.

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