Calabria Due fermi per il rogo di Amendolara: omicidio plurimo. Il sopravvissuto: mai pagati da aprile, lite in auto con i caporali. Le indagini: dai trafficanti di esseri umani allo sfruttamento totale nei campi. L’ombra delle ’ndrine
Il viaggio prima dell’alba da Villapiana a Scanzano passato a litigare per lo stipendio mai pagato e per gli straordinari nemmeno riconosciuti. I toni che si alzano. Le minacce.

E il ritorno all’ora di pranzo interrotto alla stazione di servizio Ip di Amendolara, sulla statale 106 che attraversa la provincia di Cosenza. La benzina sparata dentro l’abitacolo, il fuoco appiccato con l’accendino. Le portiere bloccate mentre dentro il fumo nero riempie tutti gli spazi e brucia i polmoni. Un rogo in cui lunedì sono morti, probabilmente asfissiati, tre uomini afgani e un pachistano, lavoratori agricoli nella raccolta delle fragole. Esiste un video del momento della tragedia, ieri l’ha rilanciato sui social anche il governatore della Calabria Roberto Occhiuto.
C’È UN SUPERSTITE, Taj Mohammad Alamyar, classe 1991, afgano pure lui. Ha ustioni sulle braccia e sulla schiena, è scappato dal bagagliaio abbassando il sedile posteriore. E ci sono due fermati dalla procura di Castrovillari per omicidio plurimo aggravato, si sanno solo i nomi con cui si facevano chiamare: Alì e Bat.

Lavoratori delle campagne, pachistani di origine e, secondo gli inquirenti, caporali. Tutte le mattine, con il loro minivan, andavano a Villapiana a prendere «i colleghi» per portarli nei campi. La polizia li ha presi lunedì sera a Villapiana. Ci sarebbe anche un altro scampato, sempre afghano, che lunedì non è andato a lavorare, e questo probabilmente gli ha salvato la vita.
IN TEORIA tutti i lavoratori avevano un regolare contratto – cominciato il 20 aprile dopo almeno tre settimane di nero totale – ma di soldi sin qui pare non ne avessero mai visti. L’accordo era per 45 euro a giornata di otto ore. Lunedì i due presunti killer avrebbero addirittura chiesto un contributo per il viaggio. Che però nessuno era disposto a sborsare. Sarebbe questa l’origine del litigio. Una tragedia dello sfruttamento. Alamyar, che di questa storia non è solo il superstite ma anche il testimone, a una mediatrice culturale della Flai Cgil ha raccontato che i due pachistani non erano intenzionati a pagare alcunché. Dicevano che per il vitto e l’alloggio a Vallepiana non c’erano problemi, ma di soldi era meglio non parlare. Ordini dall’alto di tale Kassan, pachistano, che darebbe ordini e li farebbe rispettare dietro la minaccia di usare le armi. Pistole e coltelli che spesso e volentieri parta con sé e non ha problemi a mostrare ai più riottosi.
I PASSEGGERI del minivan dato alle fiamme – oltre al sopravvissuto, un 19enne, due 29enni e un 35enne – hanno insistito. E chi li trasportava ha probabilmente deciso di dar loro una lezione. Non solo a loro, ma anche agli altri schiavizzati: colpirne cinque per educare tutti gli altri. Nei mesi scorsi, si legge nelle cronache locali, di auto e furgoni dati alle fiamme se ne contano almeno 14. Mai però c’erano state vittime.
IL CAPORALATO qui c’è sempre stato ed è diffusissimo: dal territorio di Cosenza a Matera fino a Taranto, raccontano dalla Cgil dell’Alto Ionico. E a nulla sono servite le denunce: le operazioni di contrasto sono state poche. L’ultima famosa è del giugno del 2020: l’operazione «Demetra» che portò all’arresto di 60 persone e al sequestro di 14 aziende agricole tra la Calabria e la Basilicata per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. I braccianti, scrisse il gip nella sua ordinanza, «venivano trattati come scimmie».
ADESSO il procuratore di Castrovillari Sandro D’Alessio vuole partire dal rogo di Amendolara per andare a guardare cosa c’è dietro. La Sibaritide è un territorio che ha tutte le caratteristiche perché il caporalato la faccia (letteralmente) da padrone: forte richiesta di lavoratori stagionali nell’agricoltura, molte comunità etniche chiuse e separate tra loro, prossimità con le rotte di arrivo dei migranti. Investigatori, sindacalisti, attivisti e studiosi concordano sul fatto che dietro lo sfruttamento ci sia la ’ndrangheta, ma sin qui nessun processo è arrivato ad accertarlo. Del resto il caporalato è un fenomeno complicatissimo da leggere per via giudiziaria: è un sistema più che un’associazione a delinquere, una rete più che una catena. Nel senso che recidere un anello ha un valore solo contingente, perché il meccanismo non si spezza mai.
DA QUANDO, alla fine dell’estate del 2021, i talebani sono tornati al potere, la tratta degli afghani sarebbe cresciuta di numero e di intensità. Si chiama «smuggling» il contrabbando di migranti che l’Onu definisce ufficialmente così: «Il procurare, al fine di ottenere un vantaggio finanziario o materiale, l’ingresso illegale in uno Stato di cui la persona non è cittadina o residente permanente». In Italia (e non solo) questo fenomeno incontra il caporalato, lo sfruttamento sistematico per pagare i debiti contratti per partire e, magari, per mandare anche qualcosa indietro alle famiglie rimaste a casa. Un continuum criminale, dal trafficante al caporale, che non risparmia nessuno: anche chi sfrutta e sceglie chi deve lavorare e chi no è a sua volta uno sfruttato.
I DUE PACHISTANI fermati per l’omicidio plurimo di Amendolara erano infatti anche loro raccoglitori di fragole. Manovalanza che un giorno magari serve in campagna e il giorno dopo serve nelle strade per lo spaccio o per altre faccende. Carnefici per un giorno, schiavi per una vita.

