28/07/2026
da Il Manifesto
Predoni di stato I vertici dell’intelligence e dell’esercito avvertono: le violenze mettono a rischio Israele. Eppure peggiorano di giorno in giorno

Alla vigilia della sua partenza per Washington, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha cercato di spianarsi la strada verso la Casa bianca approvando l’ingresso a Gaza – limitato e graduale – dell’Amministrazione tecnocratica palestinese (Ncag) e della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf). Nel giorno in cui le squadre di soccorso hanno recuperato i resti di 99 palestinesi tra le macerie del palazzo delle famiglie Abu Sharia e Al-Hassayneh a Gaza City, il premier ha dichiarato di voler «espandere il cerchio della pace» intorno a Israele. La sua «pace», ha spiegato, significa garantire «sicurezza e potenza» dello stato ebraico. È per questo, a suo dire, che incontrerà oggi il presidente Usa, per l’ottava volta dal suo secondo mandato: un primato mondiale di cui Netanyahu ha di che vantarsi. E come commiato prima delle elezioni, il leader israeliano porta negli Stati uniti l’ok del gabinetto di sicurezza all’ingresso degli organismi voluti e controllati dal Board of Peace di Trump.
CHI ENTRA LO DECIDERÀ solo Israele, si affretta a chiarire la stampa governativa, e l’esercito internazionale, che dovrebbe sostituire i caschi blu dell’Onu, sarà composto esclusivamente da stati amici e alleati di Tel Aviv. Marocco, soprattutto, e Uganda ma solo in una piccola «area pilota» di Rafah e con numeri limitati rispetto ai piani americani. Ma il dono che Netanyahu porta a Washington si è già rivelato un involucro vuoto. Il Ncag ha chiarito che non entrerà a Gaza finché l’esercito israeliano non si ritirerà. Eventualità che Tel Aviv continua a escludere. Secondo il Canale 13 israeliano, il premier avrebbe infatti comunicato al gabinetto che non intende accettare la richiesta di Washington di un ritiro dell’esercito da Siria, Libano e Gaza.
A GUASTARE il viaggio c’è anche una lettera, recapitata a Trump da centinaia di ex funzionari della sicurezza israeliana, con cui gli si domanda di convincere Tel Aviv a fermare la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata. Non che la richiesta abbia nulla a che fare con le rivendicazioni palestinesi. Al contrario – spiegano i quadri dell’esercito, dello Shin Bet e del Mossad – in ballo c’è la sicurezza d’Israele: i pogrom dei coloni, insieme all’indebolimento dell’Autorità palestinese, rischiano di mettere a ferro e fuoco la Cisgiordania, con potenziale danno agli affari di Tel Aviv e Washington. La finta quiete di questi anni ha consentito a Israele di portare avanti i suoi piani di espropriazione, occupazione e pulizia etnica nel silenzio complice dei governi, al riparo dalla stampa internazionale. Una presenza che oggi rende ridicolmente difficili certe ricostruzioni, eppure sostenute con disarmante disinvoltura contro ogni evidenza.
I FUNZIONARI precisano anche che la situazione in Cisgiordania renderà impossibile l’attuazione del piano in 20 punti per Gaza e pregiudicherà gli Accordi di Abramo. Di fronte a queste previsioni, l’approvazione simbolica del gabinetto di sicurezza diventa davvero poca roba. Soprattutto se, come sostengono alcuni analisti, il vero obiettivo del viaggio è offrire a Trump una moneta di scambio che assicuri al premier uscente il sostegno incondizionato del tycoon alle prossime elezioni. Non si sa se oltre all’Iran e a Gaza i due leader discuteranno anche di Cisgiordania, dove lo scorso venerdì Farouk Ramadan, un abitante del villaggio di Tell, ha disarmato un colono giunto nei pressi della moschea da un insediamento illegale, uccidendolo insieme a un soldato. Quattro palestinesi del villaggio sono stati ammazzati dai militari e Tel Aviv, che ha sempre minimizzato le gravissime violenze dei coloni, ha lanciato operazioni dell’esercito su larga scala in tutta la Cisgiordania. La più colpita è stata l’area di Nablus, dove sorge Tell.
LA MEZZALUNA ROSSA palestinese e Physicians for Human Rights Israel hanno denunciato che le chiusure israeliane impediscono ai palestinesi di accedere alle cure mediche. Per recarsi all’ospedale è necessario chiedere il permesso alle autorità militari che, anche se si tratta di un’urgenza, possono rifiutarsi di aprire i blocchi e di far passare le ambulanze, o ritardano i permessi. È accaduto ieri a 12 pazienti in dialisi che hanno dovuto attendere ore prima di riuscire a raggiungere l’ospedale di Nablus. Diverse donne in travaglio hanno dovuto partorire in ambulanza, in auto o centri non attrezzati. I media locali hanno riferito lunedì di un aborto spontaneo dopo che un’ambulanza è stata trattenuta dai soldati israeliani al posto di blocco di Awarta.
L’ESERCITO ha fatto irruzione in oltre venti città palestinesi. Nel campo profughi di Qalandiya, nella Gerusalemme est occupata, i militari hanno lanciato lacrimogeni in un centro di formazione professionale dell’Onu. A Jenin, Nablus, Ramallah, Hebron, le ruspe hanno abbattuto case e strutture dei residenti. Più di 120 palestinesi sono stati sequestrati, mentre i coloni attaccavano le comunità da nord a sud. Domenica hanno appiccato il fuoco a due moschee, una nei pressi di Nablus e l’altra a Tulkarem, dopo averle coperte di insulti razzisti. Nuovi outpost sono stati istituiti nei pressi di Ramallah e Gerusalemme, mentre nelle aree rurali le greggi israeliani sono guidate sui terreni palestinesi, a mangiarne le colture. A Susiya i residenti denunciano lo sradicamento di 160 ulivi.

