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I disordini giovanili che verranno nelle città europee

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Attualità

02/11/2026

da Remocontro

Massimo Nava

Il Corriere alla scoperta della violenza urbane del passato mentre Massimo Nava insegue addirittura Alexis de Tocqueville, grande pensatore francese, rispetto alle scelte esclusivamente repressive dei roboanti ma incerti governi europei in campo.

Quando i problemi si cercava di risolverli

Dopo gli ultimi disordini nelle città europee, da Parigi a Milano, e in previsione di quelli che altrettanto probabilmente verranno, può essere utile riscoprire anche le analisi sulle violenze urbane del passato, da quando i sociologi americani sostenevano che l’unica ricetta per risolvere i problemi dei ghetti e degli slum in rivolta era di abolirli, ovvero ricorrere alla riqualificazione del territorio, apportandovi case, servizi, e magari educatori. E ancora prima, rifarsi ad Alexis de Tocqueville, il grande pensatore francese che analizzò a fondo le problematiche della nascente società americana e i meccanismi della democrazia.

Paradosso diseguaglianze

Tocqueville rilevò un paradosso diventato quasi una legge sociologica: più una società è egualitaria, più le disuguaglianze appaiono insopportabili. Senza giustificare la violenza dei teppisti, questo paradosso è evidente, tanto più che quanto gli adolescenti guardano in rete confonde la realtà, impedisce di distinguere il vero dal falso, mescola le possibilità con i sogni, annulla il senso di responsabilità delle proprie azioni.

Le vetrine luccicanti

La rete stravolge a tal punto la percezione del mondo che anche in società sviluppate e con un notevole livello di servizi e protezioni sociali (come è soprattutto il caso della Francia), molta gente sia convinta di vivere in un universo insopportabile di ingiustizie. La frustrazione peraltro produce raramente una lettura politica, bensì la scorciatoia criminale dell’accaparramento violento di tutto ciò che non si possiede ed è a portata di mano, visibile in bella mostra, ma protetto da una vetrina e corredato da un cartellino con un prezzo percepito come offensivo. Non è casuale che le bande più violente non abbiano preso di mira in genere magazzini popolari, ma boutique di lusso e shop di abbigliamento sportivo firmato.

L’ordine del manganello

Il centro cittadino, con le vetrine luccicanti, i beni di lusso in bella mostra e le luminarie di Natale già accese in qualche via diventano una sorta di spazio virtuale che fa da sfondo all’organizzazione violenta dei raduni, poi canalizzati con i clic sui cellulari. Per quanto si organizzino le forze dell’ordine e aumentino gli schieramenti sul territorio, la battaglia sarà sempre impari fra la velocità dei messaggi su IPhone e lo spostamento dei reparti e dei blindati. È appunto la versione violenta del video gioco del gatto con il topo. Forse, anziché mandare gli idranti, sarebbe il caso di studiare un blocco o un controllo momentaneo delle connessioni. In questo, israeliani e cinesi, sono maestri.

Tocqueville e le diseguaglianze

Tornando a Tocqueville, nonostante lo sviluppo economico e sociale, le diseguaglianze aumentano, i ceti medi si impoveriscono, i figli percepiscono il decadimento di uno status, quando i risparmi di famiglia non supportano più i consumi, ma se ne vanno in affitti e bollette. Si è creduto di afferrare finalmente il benessere quando invece sfugge alla presa. Domenica, dopo un altro sabato caldo, risentiremo le analisi sul fallimento del sistema scolastico, sulla responsabilità delle famiglie, sulle conseguenze dell’immigrazione incontrollata, su una politica incapace di dare risposte, anche perché le risposte sono generalmente costose e i soldi o sono finiti o sono destinati ad altre esigenze e investimenti: risorse energetiche, armi, spesa corrente, sprechi. Tutto sicuramente azzeccato e condivisibile, ma relazionato alla immediatezza della cronaca, a ciò che è accaduto ieri o a ciò che accadrà domani. Dovremmo invece prendere in considerazione fenomeni non nuovi che sembrano continuamente riprodursi, anche se cambiano i volti e i vestiti dei protagonisti.

Peter Turchi, russo-americano

Il settimanale francese Le Point invita ad esempio alla rilettura di un altro pensatore, peraltro semi sconosciuto: Peter Turchin, scienziato russo-americano, autore di un saggio su «Il caos che verrà». Turchin, sulla base di dati scientifici raccolti in trent’anni di lavoro, spiega come le nostre società si consolidano, tendano a prosperare, ma possano anche disintegrarsi. Rispetto a una lettura marxista della dinamica delle classi sociali in relazione alle condizioni sociali e materiali, Turchin nota una distorsione più recente, tipica delle società più evolute, come quelle europee e come la Francia in particolare, nonostante il profondo radicamento dello Stato protettore e i principi di giustizia sociale incisi per l’eternità sulla facciata dei momenti e palazzi pubblici.

Impoverimento delle classi popolari

Si tratta di analizzare un impoverimento progressivo delle classi popolari, mentre i frutti del lavoro e della produzione sono raccolti dalla élite. In secondo luogo, c’è una sempre più ampia fascia di giovani laureati e diplomati frustrati dall’impossibilità di entrare a fare parte della élite, ovvero dalla consapevolezza di avere studiato per niente. Infine, come detto, il problema di Stati le cui casse si svuotano man mano che le richieste si accumulano e le emergenze (climatiche, belliche, energetiche) si moltiplicano.
Questo meccanismo, sintetizza Le Point, non giustifica in alcun modo le violenze, ma fa notare che la nostra società si sta «frantumando secondo regolarità “turchiniane”, e non solo per capriccio di una gioventù o di una scuola che reclamano licei nuovissimi e orari meno pesanti».

Thibault Tellier

Di grande interesse infine l’analisi di un altro ricercatore, Thibault Tellier, autore di una storia delle banlieue, dalle grandi rivolte degli anni Settanta e Ottanta a quelle più recenti. Da notare, peraltro, che sia nel periodo dei «gilet gialli» (2018/2019) sia in questa fase di grandi manifestazioni studentesche, le periferie sono apparse quasi estranee ai movimenti di protesta che si focalizzano sui licei e sulle scuole superiori.
La banlieu scende in piazza in massa quando gioca e vince il Paris Saint-Germain, talvolta quando giocano e vincono le «Nazionali» di nazioni amate per origine etnica (l’Algeria, il Marocco, il Portogallo) e ora, ma solo in piccoli gruppi, per prendere parte alla conquista violenta di beni di consumo.

La rivolta dalle periferie verso il centro

Tellier nota che il teatro delle rivolte si è progressivamente spostato dalle periferie verso i centri cittadini, acquisendo al contempo maggiore ampiezza. Questo perché sindacati (sistematicamente scavalcati da gruppi e sigle autonome) e partiti (sempre meno radicati sul territorio) non riescono più a incanalare le rivendicazioni dei movimenti sociali, il che lascia campo libero agli sfoghi. In questo vuoto, alcuni capi popolo cercano un tornaconto politico e personale, soffiando sul fuoco della protesta o cercando di capitalizzare la domanda di ordine e sicurezza.

Rete e Social con cui fare i conti

In conclusione, le violenze di queste settimane e quelle che verranno un piccolo «merito» ce l’hanno, ovvero quello di avere messo in evidenza il potenziale devastante della rete e l’influenza nefasta che i social possono esercitare sui giovani. Questo argomento potrebbe finalmente arricchire un dibattito oggi prigioniero di una diatriba fra la giustificazione sociologica che confonde violenza con ingiustizia sociale e la spinta repressiva che confonde la salute pubblica con il manganello o peggio con la responsabilità collettiva di categorie, anziché di persone singole: gli immigrati, i giovani, gli studenti, i partiti di sinistra.

I meriti dimenticati dei giovani

  • Forse è anche il caso di ricordare che 5 milioni di italiani fanno attività di volontariato e che un milione sono giovani. Oppure, per stare alla Francia, che un milione di persone (molte più di quante scendono in piazza) hanno recentemente partecipato a Parigi alla messa del Papa. Alla fine, solo bottigliette d’acqua nei cestini dei rifiuti. 
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