21/06/2026
da il Manifesto
La guerra grande In Svizzera arrivano le delegazioni di Washington e Teheran. Che annuncia la chiusura di Hormuz se Israele non verrà fermato
L’offensiva israeliana in Libano, tra le più violente degli ultimi mesi, arriva in un momento di estrema fragilità per la diplomazia mediorientale. Il memorandum d’intesa firmato solo pochi giorni fa da Stati uniti e Iran non riesce a prendere il volo: prevedeva la fine delle ostilità su tutti i fronti e l’avvio di sessanta giorni di negoziati per un’intesa nucleare globale. Ma il cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah, entrato formalmente in vigore venerdì pomeriggio e mediato da Washington e Doha, si è rivelato fragilissimo. Solo poche ore dopo i raid sono ripresi con un’intensità sorprendente. L’escalation in Libano ha costretto i mediatori a rinviare a oggi i colloqui tecnici tra Usa e Iran previsti in Svizzera ieri.

Teheran continua a chiedere la fine delle ostilità in Libano e ieri il comando centrale di Khatam al-Anbiya ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico marittimo, definendola il primo passo per contrastare quella che descrive come una violazione palese degli impegni assunti dagli Stati uniti. Un’enorme leva di pressione attraverso la quale l’Iran intende costringere Washington a frenare l’azione militare israeliana. Mercati energetici in allarme, l’indice Brent inverte il suo andamento verso l’alto e supera gli 80 dollari.
IL PRIMO MINISTRO israeliano Benjamin Netanyahu vuole mantenere il controllo di una zona di sicurezza nel sud del Libano e rifiuta un ritiro totale e immediato delle truppe. Il ministro Itamar Ben Gvir, invece, è deciso a far «bruciare» il Libano. È evidente che il governo israeliano è decisamente distante dalle aspettative dei mediatori internazionali. Ecco che arriva la voce del presidente americano Donald Trump, che ha definito Netanyahu «una persona molto difficile». E, ironia della sorte, la mossa migliore di Trump per costringere il premier all’obbedienza è quella di non appoggiarlo alle elezioni israeliane d’autunno. Trump ha dichiarato di voler prima vedere chi altro si candiderà. Ma Netanyahu di questo passo tra tre mesi probabilmente sarà riuscito a riaccendere il conflitto nella regione e non avrà più bisogno di elezioni né dell’appoggio di Trump.
LA SITUAZIONE resta fluida e in costante evoluzione. Una delegazione iraniana si trova in Svizzera, guidata dal presidente del parlamento, Mohammad Ghalibaf, per monitorare l’attuazione degli impegni assunti dalla controparte americana e denunciare quelle che Teheran considera inadempienze degli alleati di Washington. Gli inviati speciali statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner sono a loro volta giunti a Ginevra per preparare i prossimi round negoziali, sebbene il clima di sfiducia reciproca resti palpabile. La presenza del vice presidente JD Vance in Svizzera è stata prima rinviata, poi confermata.
Il ministro dell’interno pachistano Mohsin Naqvi, principale architetto della mediazione, è stato ieri nella capitale iraniana per colloqui urgenti con il ministro degli esteri Abbas Araghchi, nel tentativo di scongiurare un collasso totale dell’intesa. Il portavoce del ministero degli esteri, Esmail Baghaei, ha ribadito che ogni accordo si misura nel momento della sua attuazione e che Teheran non ha firmato il memorandum per vederlo ignorato sul campo.
IN IRAN, INTANTO, il presidente Masoud Pezeshkian deve fare i conti con una dura opposizione conservatrice. Testate intransigenti accusano l’esecutivo di eccessivo ottimismo e di aver accettato clausole nucleari che limiterebbero la sovranità del paese, sostenendo che il tempo avrebbe giocato a favore di Teheran se i negoziati fossero stati prolungati. Pezeshkian è accusato dai falchi di aver messo a rischio la stabilità nazionale e la cosiddetta «resistenza» regionale. Teheran ha intanto iniziato ad accedere ai propri fondi precedentemente congelati all’estero tramite una linea di credito istituita dai paesi del Golfo. Le risorse, stimate tra 24 e 25 miliardi di dollari, saranno sbloccate gradualmente e destinate principalmente a progetti infrastrutturali. La misura costituisce uno degli elementi chiave del protocollo d’intesa.
Il conflitto ha lasciato sull’Iran profonde cicatrici in termini ambientali, economici e sociali. I danni a ecosistema e infrastrutture sono enormi con effetti devastanti su impianti petrolchimici, aree naturali protette e reti di monitoraggio ambientale. Nonostante lo sblocco di fondi esteri, l’impatto economico non si è ancora tradotto in un miglioramento dei prezzi dei beni di consumo. Mentre i diplomatici si muovono a Ginevra nel tentativo di salvare il negoziato, sul terreno la situazione continua a deteriorarsi.
I colloqui di oggi sono stati confermati, coperti da forte riservatezza diplomatica, ma restano fragili, legati all’evoluzione della crisi sul terreno. Il bilancio delle vittime cresce di ora in ora, i raid non si fermano e la possibilità che il conflitto in Libano si trasformi nell’innesco di un conflitto regionale su scala più ampia appare, agli occhi di molti osservatori, sempre più concreta.
IL DESTINO del memorandum dipende dalla capacità degli Stati uniti di vincolare Israele a un cessate il fuoco effettivo in Libano. Là dove la violenza non diminuirà, è probabile che nemmeno lo Stretto ceda il passo.

