03/01/2026
da Left
Le caratteristiche delle forze impiegate e la rapidità dell’intervento su un territorio sovrano evidenziano invece una vera invasione
La presenza della più grande nave da guerra del Pianeta Terra nelle acque del Mar dei Caraibi non era solo un deterrente. Era il segnale di una operazione dal profilo evidentemente bellico, non di contrasto al narcotraffico internazionale. L’attacco al territorio venezuelano, annunciato come missione contro i narcos, solleva questioni di legittimità che richiedono chiarezza immediata.
Finora erano state distrutte circa venti imbarcazioni con oltre 70 persone a bordo. La Casa Bianca afferma che si trattava di narcos con carichi di cocaina diretti negli USA, ma non ha mai fornito prove dettagliate oltre i filmati dei missili che colpivano ed facevano esplodere i natanti. Questo tipo di evidenza visiva non sostituisce affatto un dossier investigativo che comprovi la natura e la destinazione dei carichi, né giustifica, da sola, un’aggressione su larga scala.
Le caratteristiche delle forze impiegate e la rapidità dell’intervento su un territorio sovrano evidenziano invece una vera invasione. Assetti militari e modalità operative non possono essere in alcun modo riconducibili a un’operazione antidroga. Non sorprende quindi che siano emerse in passato simulazioni della CIA riguardo operazioni in territorio venezuelano. Alla base dell’iniziativa bellica c’è l’obiettivo politico di rimuovere il governo di Caracas. Meno del 3% della cocaina che arriva negli USA proviene dal Venezuela.
Il Paese è pressoché irrilevante nella produzione di droghe sintetiche come il fentanyl. Il pretesto antidroga, dunque, non regge sul piano pratico. L’intento vero è il cambio di regime voluto a sostituire Maduro con una nuova leadership favorevole agli interessi statunitensi. Il presidente venezuelano e sua moglie sono stati sequestrati e deportati. In questo scenario Corina Machado è già indicata come possibile figura di transizione.
Le implicazioni geopolitiche di questa invasione sono profonde. Gli alleati di Maduro adottano per ora atteggiamenti controllati. Pechino e Mosca osservano con attenzione gli sviluppi, valutando la propria risposta in termini strategici e di influenza regionale.
La domanda se la Cina possa replicare tattiche analoghe – ad esempio, aumentando la pressione su Taiwan in risposta a queste mosse statunitensi – non è banale. Attori regionali come il colombiano Gustavo Petro condannano l’operazione, ma la loro capacità di incidere sullo scacchiere internazionale rimane limitata. Ciò non significa che gli effetti siano trascurabili.
L’imprevedibilità politica di Trump e le «nuove regole» della geopolitica che egli rappresenta possono trasformare una crisi locale in un conflitto di più ampia portata che coinvolga Russia, Cina e i loro interessi nelle rispettive aree di pertinenza. È ora essenziale chiedere verifiche indipendenti, trasparenza su prove eventualmente fornite e un confronto multilaterale che eviti l’escalation.
La Comunità Internazionale deve valutare con rigore l’intervento militare che è stato condotto in palese violazione del diritto internazionale, perché da questa fase possono dipendere stabilità regionale, equilibri globali e la vita di migliaia di civili. Non possiamo accettare pretesti vaghi per giustificare azioni il cui vero obiettivo è la riorganizzazione politica di uno Stato sovrano. La prudenza, la verifica e la diplomazia devono prevalere sull’impulso alla forza. Il rischio è quello di un’umanità in perenne conflitto e la sua possibile estinzione.
L’autore: Vincenzo Musacchio è giurista, criminologo, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark. È inoltre ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. È stato allievo di Giuliano Vassalli e ha collaborato con Antonino Caponnetto

