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Il cappio israeliano: sì alla pena di morte, solo per i palestinesi

Il cappio israeliano: sì alla pena di morte, solo per i palestinesi

Politica estera

31/03/2026

da Il Manifesto

Eliana Riva 

L’unica democrazia Il parlamento approva la legge voluta da Ben Gvir e appoggiata dal premier: impiccagione e nessuna possibilità di appello

Violenza e suprematismo sono i due principi fondamentali su cui si regge la legge approvata ieri dal parlamento israeliano. Quel cappio che i deputati e le deputate hanno esibito con orgoglio dai banchi della Knesset è il sigillo legale di un sistema che valuta le vite dei palestinesi meno di niente e che, soprattutto, attribuisce allo Stato ebraico un primato etico tale da permettergli di formulare norme rimanendone però immune.

LA LEGGE CHE PREVEDE la pena di morte per i palestinesi rappresenta una conquista personale per il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, esponente dell’estrema destra e leader del partito Potere ebraico, che distribuisce armi a coloni e residenti di Gerusalemme, ma solo nei quartieri ebraici. Ha portato avanti sui social e nelle strade una campagna elettorale violentissima, promettendo morte ovunque si trovasse. Ha inondato i social di video in cui parla di affogare, strangolare, folgorare, avvelenare i «terroristi». È così che figure come Ben Gvir chiamano i palestinesi.

La norma, approvata con 62 voti favorevoli e 48 contrari, prevede l’impiccagione. Mira non solo a consentire, ma a obbligare i tribunali che giudicano i palestinesi a pronunciare la condanna a morte. Formalmente Israele già prevedeva l’eventualità della pena capitale, alternativa all’ergastolo, in caso di omicidio, anche per i suoi cittadini; nella sua storia, tuttavia, è stata applicata una sola volta, nel 1962, contro il nazista Adolf Eichmann.

LA NUOVA LEGGE introduce la condanna a morte esclusivamente per coloro accusati di crimini «nazionalistici», definiti «terroristici», ossia per i palestinesi. L’applicazione delle norme ordinarie resta invece garantita per i cittadini israeliani che commettono un omicidio. La formulazione stessa del reato costituisce un’esenzione per i soli cittadini ebrei: l’atto deve essere commesso «con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele». Ai tribunali sarà consentito commutare la pena capitale in ergastolo solo in presenza di imprecisate «ragioni speciali» o «circostanze eccezionali».

LA CORTE POTRÀ disporre l’esecuzione anche in assenza di una specifica richiesta dell’accusa e non sarà richiesta l’unanimità tra i giudici. La pena sarà immediatamente applicabile in tutti i territori occupati da Israele: la Cisgiordania e parte della Striscia di Gaza. Saranno già i militari, durante le indagini, a qualificare un atto come «terroristico» e, dal momento in cui il tribunale emetterà la condanna, l’amministrazione penitenziaria avrà 90 giorni per eseguirla. Il limite temporale è concepito per impedire appello o clemenza. È anche per questo che alcuni rappresentanti politici e militari israeliani hanno avvertito che la legge potrebbe violare il diritto internazionale ed esporre gli ufficiali a mandati di cattura.

NON SONO BASTATI questi avvertimenti, né le deboli obiezioni di Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia, che hanno pubblicato una dichiarazione congiunta la scorsa domenica. Nel documento, pur riconoscendo il «carattere discriminatorio» della norma, si contesta soprattutto il ricorso alla pena di morte in generale, descritta dai quattro Paesi europei come una «forma di punizione disumana e degradante».
Il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani, intervistato da Bruno Vespa, ha dichiarato che il documento è servito a segnalare a Israele che nella legge «ci sono delle cose che non vanno».

Ma tra i banchi della Knesset, in prima fila a votare a favore, era presente anche il primo ministro Benyamin Netanyahu, accanto al ministro della difesa Israel Katz. Alcuni esponenti dell’opposizione avevano dichiarato che avrebbero sostenuto la legge solo in presenza di un sostegno pubblico del primo ministro. «Oggi stiamo facendo giustizia storica – ha dichiarato Ben Gvir dal pulpito – È arrivato il momento. Stiamo riportando l’orgoglio al popolo di Israele». Tra brindisi e abbracci, ha poi minacciato che «presto li conteremo uno per uno».

IN REALTÀ, il leader suprematista ha già condannato a morte diverse persone, prima ancora che questa norma venisse siglata, costruendo un sistema di tortura e orrore per i prigionieri politici palestinesi, in larga parte detenuti senza accuse. Su indicazione del ministro, il cibo è stato ridotto a livelli minimi di sopravvivenza. I detenuti subiscono vessazioni da parte delle guardie e dei soldati. L’uso della tortura è stato definito «sistematico» anche dalle Nazioni unite. Abusi sessuali, aggressioni e mancanza di cure sono all’ordine del giorno. Ma Ben Gvir difende l’operato dei militari, anche quelli che sono stati ripresi mentre violentavano un detenuto palestinese, causandogli orribili lesioni interne.

LA COALIZIONE Hadash-Ta’al, formata da partiti arabo-israeliani, ha annunciato ricorso alla Corte suprema per chiedere l’annullamento della legge, definita un atto di palese razzismo istituzionale che cristallizza un sistema di apartheid nei confronti del popolo palestinese. Un dispositivo selettivo che espone gli arabi alla pena massima mentre «garantisce impunità ai criminali ebrei».

Quella impunità che in Israele è già da tempo in vigore. Che lascia in libertà i coloni illegali che uccidono, picchiano e rubano ed evita di sottoporre a interrogatorio i soldati che massacrano una famiglia palestinese mentre torna a casa con i suoi quattro bambini.

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