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Il circolo vizioso che fa salvi solo i consumi dei ricchi

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26/08/2026

da Il Manifesto

Filippo Belloc

Extraprofitti Per mesi il governo ha lasciato intendere che la partita si giocasse a Bruxelles, aspettando un intervento comunitario mai realmente necessario

Il governo che si professa sovranista e nemico dei vincoli di Bruxelles ha aspettato per mesi una iniziativa dell’Unione che non serviva affatto: la Commissione europea ha ribadito all’Italia che la competenza sulla tassazione degli extraprofitti è sempre stata in mano ai governi nazionali.

Già lo diceva esplicitamente la comunicazione AccelerateEU della Commissione (22 aprile, pagina 7): «Gli Stati membri possono già adottare misure di tassazione degli extraprofitti per garantire equità sociale». La puntualizzazione della Commissione arrivata adesso non fa che confermare quanto scritto nero su bianco quattro mesi fa.

Eppure per mesi il governo ha lasciato intendere che la partita si giocasse a Bruxelles, aspettando un intervento comunitario mai realmente necessario. Quando l’Italia ha chiesto di mettere il tema all’ordine del giorno del prossimo Ecofin, la Commissione ha risposto ripetendo l’ovvio: la competenza è già degli Stati membri. Il rimpallo di responsabilità si chiude in un vicolo cieco, e il governo italiano resta senza più l’alibi europeo.

La contraddizione è evidente. Il governo che rivendica sovranità ha invocato per mesi, su questo dossier, un inquadramento europeo mai davvero necessario. La tassazione degli extraprofitti è una scelta politica che l’esecutivo ha preferito non compiere, scaricando intanto la copertura dei tagli alle accise sulla fiscalità generale.

Il costo di questa scelta è altissimo. Da marzo il governo ha speso oltre 2 miliardi di euro, con una serie ininterrotta di decreti, e l’ultimo, prorogato fino a oggi, costringe il Consiglio dei ministri all’ennesima mini proroga – mini perché limitata al diesel e di breve durata, non perché poco costosa.

Ma questi soldi dove sono finiti davvero? Nel breve periodo l’offerta di carburanti è quanto di più rigido si possa immaginare: la capacità di raffinazione è fissa, non si costruisce un impianto in due mesi. E quando l’offerta è rigida, il beneficio di un taglio fiscale non arriva al consumatore ma resta a monte, nei margini di chi raffina – pochi operatori e nessun incentivo a scendere con i prezzi, specie se un intervento pubblico allenta la pressione competitiva invece di aumentarla. L’esatto opposto della «mano invisibile» che l’esecutivo invoca quando parla di privatizzazioni e virtù del mercato. Ed è proprio qui che la tassazione degli extraprofitti servirebbe: se i tagli fiscali finiscono per gonfiare le rendite di chi raffina invece di abbassare i prezzi, tassare quella rendita colpirebbe il margine anomalo generato dalla crisi e restituirebbe risorse a un bilancio che si indebita per un meccanismo che, come visto, funziona poco.

Ma il governo ha scelto un’altra strada, doppiamente contraddittoria per un esecutivo che si professa sovranista. La capacità di raffinazione italiana è sempre di più in mani straniere: dopo la vendita di Saras all’olandese Vitol e l’ingresso della statale azera Socar su Trecate e Falconara, la quota estera sfiora l’80%. Il governo dell’«interesse nazionale» sovvenziona margini che finiscono in gran parte fuori dai confini.

E, nel frattempo, il taglio generalizzato continua ad avvantaggiare chi consuma di più: il suv del vacanziere più dell’utilitaria di chi va a lavoro. Altra contraddizione: perché questo è anche il governo che rivendica di parlare agli ultimi, mentre finanzia di più, in proporzione, i consumi dei ricchi.

Ma il vero nodo resta quello di sistema: nessun euro di quei 2 miliardi costruisce l’unica vera exit strategy dal fossile, e cioè l’accelerazione di rinnovabili ed elettrificazione, indicata dalla stessa Commissione come priorità strutturale. Il governo insegue il prezzo alla pompa settimana per settimana, senza strategia di medio periodo, mentre il conto pubblico cresce e le coperture sempre più difficili da trovare. Non è emergenza: è un vuoto di politica industriale ed energetica nazionale, riempito da decreti-tampone.

Ora il governo non sa come uscirne. Ogni proroga crea l’aspettativa della successiva, ogni scadenza un piccolo psicodramma politico. Interrompere la sequenza significherebbe ammettere che due miliardi sono stati spesi quasi inutilmente; proseguire aggrava un conto che qualcuno, in manovra, dovrà far quadrare. In entrambi i casi, tra l’annuncio «a difesa degli italiani» e le azioni concrete resta la differenza tra un governo che guida i mercati e uno che ne insegue i limiti.

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