25/05/2026
da Pagine esteri
Il mondo sta assistendo a un rapido disinvestimento negli strumenti collettivi di gestione dei conflitti e alla nascita di approcci di potere economici e politici per singoli stati.
Il 2025 ha rappresentato un punto di svolta critico per l’architettura della sicurezza globale, segnando un declino senza precedenti delle operazioni di pace multilaterali che mette in discussione decenni di cooperazione internazionale. Secondo i dati pubblicati oggi dal SIPRI (l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma), il numero totale di operazioni attive è sceso a 58, distribuite in 34 paesi o territori, segnando la prima volta dal 2016 in cui tale cifra scende sotto la soglia delle 60 missioni. Il dato più allarmante riguarda però la consistenza numerica del personale schierato: al dicembre 2025, si contavano solo 78.633 operatori di pace internazionali, una cifra che rappresenta il minimo storico degli ultimi 25 anni. Questo numero indica un crollo del 17% rispetto al 2024 e, dato ancora più significativo, una riduzione del 49% rispetto ai livelli registrati nel 2016. Il mondo sta assistendo a un rapido disinvestimento negli strumenti collettivi di gestione dei conflitti, proprio mentre la complessità delle crisi globali sembra aumentare.
Le cause di questo arretramento sono profondamente radicate in una combinazione di fattori politici, geopolitici e finanziari che hanno paralizzato le principali organizzazioni internazionali. Le Nazioni Unite, che gestiscono ancora il 67% di tutto il personale schierato, hanno affrontato nel 2025 una crisi di liquidità di proporzioni devastanti. All’inizio del ciclo di bilancio nel luglio 2025, le operazioni ONU presentavano un deficit di circa 2 miliardi di dollari, pari a oltre il 35% del budget totale richiesto di 5,6 miliardi. Questa carenza, dovuta ai ritardi o ai mancati pagamenti dei contributi da parte degli stati membri, ha costretto a tagli immediati del 15% sulle spese operative e a una riduzione del 25% del personale in divisa in diverse missioni chiave. La pressione finanziaria è stata accompagnata da una volontà politica decrescente, esemplificata dalle posizioni degli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump, che ha ordinato il definanziamento o la chiusura di missioni storiche, come avvenuto con il ritiro programmato della UNIFIL in Libano entro l’agosto 2026.
La geografia delle operazioni di pace sta subendo una mutazione altrettanto profonda, con un netto contrasto tra le diverse regioni del mondo. L’Africa subsahariana continua a ospitare la maggior parte del personale globale (70%), ma è anche l’area che ha subito i tagli più drastici, con una riduzione del 21% degli effettivi nel corso dell’anno. La chiusura di missioni come la SAMIDRC nella Repubblica Democratica del Congo e la transizione problematica tra ATMIS e AUSSOM in Somalia riflettono un contesto in cui le organizzazioni regionali africane faticano a sostenere i costi dei propri interventi, specialmente a causa dello spostamento dei finanziamenti europei (EPF) verso le priorità di difesa nazionali o verso il teatro ucraino. Al contrario, l’Europa ha registrato un incremento del 10% del personale, spinto quasi interamente dal rafforzamento della missione KFOR della NATO in Kosovo in risposta alle crescenti tensioni regionali. Nelle Americhe si è registrato un aumento statistico del 61%, sebbene legato a una missione in Haiti, la GSF, che opera ancora ben al di sotto dei livelli autorizzati.
Le conseguenze di questa ritirata del multilateralismo sono già visibili nella crescente frammentazione e deistituzionalizzazione della gestione dei conflitti. In assenza di una risposta collettiva efficace, si sta affermando un modello basato su interventi ad hoc, spesso bilaterali o condotti da piccole coalizioni di stati, definiti “mini-laterali”. Potenze medie come Brasile, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno guadagnato spazio di manovra, agendo per sostituire o integrare i quadri di sicurezza multilaterali, spesso però con l’obiettivo primario di avanzare i propri interessi nazionali. In diverse zone dell’Africa subsahariana, stati come il Ruanda e l’Uganda hanno schierato truppe sulla base di accordi bilaterali che sfuggono al controllo delle organizzazioni internazionali. Questo spostamento verso interventi meno istituzionalizzati comporta il rischio concreto che la gestione delle crisi si concentri esclusivamente su risultati di sicurezza a breve termine, ignorando le cause profonde dei conflitti. Gli interventi potrebbero rispecchiare gli interessi nazionali di chi guida le missioni ma non è escluso che una organizzazione politica possa portare a risultati più veloci in alcuni contesti.
Un’altra conseguenza critica presentata dallo studio SIPRI riguarda l’erosione dei quadri normativi internazionali che hanno governato le operazioni di pace per decenni. Nel 2025 si sono registrati tentativi, in particolare da parte statunitense, di eliminare dai mandati delle missioni (come UNMISS in Sud Sudan) linguaggi precedentemente concordati relativi ai diritti umani, alla protezione dei civili, alla parità di genere e all’impatto dei cambiamenti climatici sulla sicurezza. Sebbene questi tentativi siano stati in gran parte respinti dagli altri membri del Consiglio di Sicurezza, essi segnalano una tendenza preoccupante verso una gestione della pace “transazionale” e priva di una base di valori universali. In generale, la mancanza di investimenti coordinati e la crescente divisione geopolitica suggeriscono che il mondo stia entrando in una fase di maggiore instabilità, dove la riduzione dell’impegno multilaterale potrebbe portare non a una diminuzione dei conflitti, ma alla loro recrudescenza e a una maggiore gravità delle conseguenze umanitarie.
Guardando al futuro, il rapporto SIPRI suggerisce che la domanda di operazioni di pace non diminuirà, ma il modello d’intervento potrebbe subire trasformazioni radicali. Il mandato che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha conferito al cosiddetto Board of Peace trumpiano per affrontare la terribile situazione della Striscia di Gaza potrebbe rappresentare un precedente preoccupante. Anche la missione GSF ad Haiti potrebbe diventare un prototipo per il prossimo decennio: una forza autorizzata dal Consiglio di Sicurezza ma composta da una coalizione ad hoc, finanziata da donatori volontari e supportata logisticamente da uffici ONU ridotti al minimo. Tali modelli, a volte addirittura verticisticamente imperialisti – come di costituzione il Board of Peace, diretto e comandato dal presidente USA Donald Trump – rispecchiano interessi geopolitici e personalistici che potrebbero causare una deviazione significativa dagli obiettivi umanitari a quelli economici. Senza un rinnovato impegno verso approcci integrati e coordinati, la gestione dei conflitti rischia di diventare uno strumento di potere per singoli stati piuttosto che un mezzo per la stabilità globale.

