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Il destino del mondo nelle mani di quest’uomo?

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Politica estera

01/06/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Un uomo troppo potente per essere ignorato, un uomo troppo instabile per essere creduto. E gli Stati Uniti sono ora una super potenza inaffidabile. L’Amministrazione Trump continua a mischiare le carte in tavola e a rendere instabile ciò che fino a poche ore prima appariva una scelta compiuta. Con un susseguirsi di minacce che si rivelano azioni militari di pura esibizione, e «successi politici clamorosi imminenti» che non arrivano mai. Comico se non fosse tragico.

Instabile di fatto ma attenti a dargli del pazzo

La ‘teoria del pazzo’, è una invenzione di politica estera che punta a spaventare i propri nemici convincendoli che li si potrebbe attaccare con reazioni enormemente sproporzionate, cioè da pazzi. Era stata attribuita a Richard Nixon, che ne fece un elemento fondamentale della propria interpretazione della politica estera statunitense, negli anni in cui fu presidente. Diplomazia teatrante portata all’eccellenza da Trump, che poi ha esagerato scoprendo i bluff. Troppe minacce a vuoto e a svelare incoerenza politica e probabilmente anche mentale del presidente. O siamo di fronte a una diabolica malizia? «Il fatto che gli USA possano diventare irrazionali e vendicativi, nel caso che i loro interessi vitali siano attaccati, dovrebbe far parte dell’immagine che diamo in quanto nazione. È giovevole per la nostra condotta strategica che alcuni elementi possano sembrare fuori controllo», recitava un documento riservato Usa (rapporto STRATCOM), svelato nel 2000 da Noam Chomsky.

Nell’altalena caricaturale di accordo e apocalisse

Il mondo e i media non fanno in tempo ad attribuire una concreta credibilità negoziato con l’Iran che Donald Trump riesce a rovesciate tutto inventando ‘attacchi per autodifesa. Mentre lui pontifica verso un mondo che ormai lo ascolta solo per educazione. Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Giordania Egitto e Bahrein ingrati: «dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo». E lui, moderno profeta biblico «portando vera forza, potere e pace in Medio Oriente per la prima volta in 5.000 anni». «Se non lo faranno, non dovrebbero far parte di questo accordo, poiché ciò dimostrerebbe cattive intenzioni». Ma lui solo e ultimo esponente occidentale, predica e insiste. Oltre a dettare l’agenda ai leader di Turchia e mondo arabo, Trump arriva ad estendere all’Iran l’invito a siglare gli Accordi di Abramo. Oltre a dettare l’agenda ai leader di Turchia e mondo arabo, Trump arriva ad estendere all’Iran l’invito a siglare gli Accordi di Abramo.

‘Un grande accordo o niente’

Trump ha affermato che ci sarà “un grande accordo o niente” e il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha attribuito agli Stati Uniti la responsabilità del ritardo nel raggiungimento di un accordo, affermando che Washington stava continuamente cambiando posizione, «il che naturalmente ostacola qualsiasi negoziato». Sul piano militare, il 26 maggio le forze statunitensi hanno attaccato siti missilistici nel sud dell’Iran e imbarcazioni dei pasdaran che, secondo il Pentagono, tentavano di posare mine nello Stretto di Hormuz. Attacchi “per autodifesa”, risposta a un attacco subito di cui però non vi è traccia. Poi la 'questione ‘Uranio arricchito’. Il New York Times scrive di tre opzioni: l’uranio arricchito iraniano consegnato agli Stati Uniti o distrutto sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, quando nelle trattative e era emersa la proposta di consegnarlo o porlo sotto la supervisione russa. L’opzione russa avrebbe tranquillizzato Washington e Tel Aviv su programmi atomici militari di Teheran che a sua volta avrebbe evitato di accettare imposizioni rispetto al successo nella “Guerra dei 40 giorni”.

Successo o sconfitta, di chi?

Un successo certamente mancato che analisti e media statunitensi continuano a sbattere in faccia a Trump che risponde a suo modo contro il New York Times, il Wall Street Journal e CNN. Ma cosa sta accedendo sottotraccia, per il poco chi si riesce a svelare? Secondo quanto riportato da Al Arabiya, Teheran chiede agli Usa di sbloccare metà dei fondi iraniani congelati per siglare il memorandum d’intesa con Washington. Una volta firmato il documento, la Repubblica Islamica vorrebbe accesso libero alla seconda parte degli asset bloccati entro 60 giorni dal raggiungimento dell’accordo. Secondo Al Arabiya, la visita del presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf in Qatar aveva lo scopo di discutere i meccanismi per lo sblocco dei beni congelati, stimati complessivamente in 24 miliardi di dollari. La pretesa di adesioni di massa del mondo islamico agli Accordi di Abramo appare a molti come una forzatura dettata forse da Israele, forse dai falchi repubblicani come i senatori Ted Cruz e Lindsay Graham che avevano duramente contestato la bozza di accordo di Teheran, o forse da entrambi.

Intanto molti bluff si scoprono

  • Significativo il No del ministro della Difesa pachistano a qualsiasi accordo sia di Abramo o semplicemente con Trump: «Come ci si può sedere al tavolo con persone di cui non ci si può fidare nemmeno per un solo giorno?». E il problema insuperabile è quello che ponevamo all’inizio di questa riflessione. L’immaturità mostrata dall’Amministrazione Trump in questi negoziati, motivata da debolezza interna o da condizionamenti esterni (Israele), evidenzia l’inaffidabilità degli Stati Uniti come potenza politica e diplomatica e il crollo di ogni credibilità di Washington agli occhi di alleati e rivali.
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