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Il disegno di legge sui minorenni è solo ancora una volta propaganda

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Politica italiana

29/07/2026

da Valigia blu

Francesco Gatti *

Il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge per modificare l'articolo 98 del Codice Penale, che riguarda i ragazzi tra i 14 e i 18 anni.

Fino ad oggi, per i minorenni valeva la regola che la capacità di capire quello che si sta facendo (la cosiddetta capacità di intendere e di volere) dovesse essere accertata caso per caso dai giudici. Con la nuova norma, la regola viene ribaltata: si darà per scontato che un ragazzo tra i 14 e i 18 anni sia maturo e consapevole delle sue azioni, a meno che la difesa non riesca a dimostrare il contrario durante il processo.

I dati reali

Ma quanti sono i ragazzi che finora sono stati prosciolti per accertata immaturità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni? I dati dicono che i casi in cui i giudici hanno fermato un processo (sentenza di non luogo a procedere) per immaturità del minorenne sono crollati nel tempo: da 256 nel 2004 a 110 nel 2014, fino ad appena 60 nel 2024. Parliamo di numeri bassissimi se confrontati con le migliaia di processi aperti ogni anno contro ragazzi di quella fascia d’età.

Cosa la politica non dice

Ciò che la narrazione politica evita di spiegare è che la riforma non tocca minimamente gli strumenti cardine della giustizia minorile, che nella quasi totalità dei casi estinguono il reato o chiudono anticipatamente i processi a carico dei minorenni ultraquattordicenni, evitando loro dunque il carcere. Strumenti come il perdono giudiziale per i reati minori (puniti fino a due anni di reclusione) o la messa alla prova (istituto che funziona così bene che ora si utilizza anche per i maggiorenni, sulla falsariga della “probation” dei paesi di common law), un percorso rieducativo che permette di cancellare il reato ed è applicabile persino nei casi di omicidio premeditato, rimangono pienamente in vigore. Per questo motivo il processo per i minorenni resta del tutto diverso da quello per gli adulti e raramente si conclude con la prigione o senza un reinserimento.

Le conseguenze pratiche

Le conseguenze reali di questa nuova legge saranno praticamente nulle (e per fortuna). La norma anti “maranza” (parola orrenda e dalla incerta etimologia) appare quindi solo uno “specchietto per le allodole” per solleticare la pancia dell’elettorato più “duro e puro”, disorientando la parte politica di opposizione che anche in questo caso non è riuscita a dire le parole giuste, sia giuridiche che politiche. "Basta con la propaganda, la benzina è tornata a costare 2 euro”, ha commentato la segretaria del Pd, Elly Schlein.

E invece, come sottolinea il presidente dell'Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, Claudio Cottatellucci, in un'intervista ad Avvenire, c'è una questione di cultura giuridica che dovrebbe essere evidenziata e messa al centro del dibattito. Il messaggio di fondo che trasmette questo disegno di legge, spiega Cottatellucci, "è che la giustizia minorile sarebbe troppo indulgente e che punire di più significherebbe avere meno reati. Ma è una rappresentazione che i fatti smentiscono. Responsabilizzare un ragazzo non significa punirlo automaticamente: significa conoscerlo e costruire un percorso che lo porti a comprendere davvero il disvalore di ciò che ha fatto. È questo il cuore della giustizia minorile. Ed è proprio questo che, dal decreto Caivano in avanti, vedo progressivamente messo in discussione".

Si accredita l’idea – conclude Cottatellucci – "che il processo minorile debba essere semplificato perché troppo garantista, che conoscere la persona sia un ostacolo all’efficienza. Io penso esattamente il contrario. Si può semplificare, ma non banalizzare. Perché ogni ragazzo cambia continuamente: persino chi è già stato processato due anni prima può essere una persona completamente diversa. È questa attenzione alla persona che ha fatto della giustizia minorile italiana un modello riconosciuto. Ed è questo patrimonio che oggi rischiamo di indebolire".

Un fallimento?

A 14 anni la legge non permette a un ragazzo di votare, di sposarsi o di firmare un contratto perché non lo ritiene ancora pronto, ma da oggi lo considererà automaticamente maturo quando commette un reato. La criminalità giovanile esiste e va combattuta con strumenti educativi, e questa norma, come abbiamo sopra sostenuto, non risolverà un bel nulla. 

Come ha ricordato lo psichiatra Stefano Vicari nel libro “La responsabilità dei ragazzi. Il fallimento degli adulti”, se è vero che

“un ragazzo che aggredisce, rapina o compie un atto di grave violenza deve rispondere delle proprie azioni…ed essere minorenni non significa essere autorizzati a fare del male o poter contare sull’impunità, educare vuol dire anche insegnare che esistono limiti, che ogni comportamento produce conseguenze e che il danno arrecato agli altri non può essere ignorato. Ma punire un ragazzo ha senso soltanto se, insieme alla sanzione, siamo disposti a intervenire sulle condizioni nelle quali quel comportamento è maturato e a fornirgli gli strumenti necessari perché non si ripeta”.

È fondamentale, dunque, insegnare che ogni comportamento ha delle conseguenze, ma punire un ragazzo ha senso solo se si interviene sulle cause del disagio e gli si danno gli strumenti per non sbagliare più. E, ci sia consentito dirlo, sotto questo aspetto, non solo il disegno di legge di riforma proposto dall’attuale governo, ma anche il silenzio dell’opposizione, di chi dovrebbe contrastare la riforma con progetti politici ed educativi diversi, in un’ottica condivisa dell’educazione delle nuove generazioni, mostrano un generale fallimento della politica e del mondo degli adulti.

*(Avvocato del Foro di Perugia)

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