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Il dollaro che scende e la tentazione americana: svalutare per esportare. Ma c’è il rischio fiducia…

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Economia e Finanza 

01/02/2026

da Onside over

Giuseppe Gagliano

Il dollaro continua a perdere terreno e, almeno a parole, a Washington non sembra un problema. Anzi: se l’ossessione della Casa Bianca resta la bilancia commerciale, una moneta più debole è un aiuto naturale alle esportazioni e un freno alle importazioni. Ma il dollaro non è una valuta come le altre. È anche un pilastro finanziario e politico. E quando un pilastro si muove, non basta guardare al vantaggio immediato: bisogna misurare le crepe che può aprire nel medio-lungo periodo.

Il breve periodo: più competitività, meno importazioni

Il dollaro debole come dazio invisibile. Una moneta americana più debole funziona come un dazio indiretto: rende relativamente più cari i beni importati e, allo stesso tempo, più convenienti i prodotti statunitensi all’estero. Se l’obiettivo è correggere un disavanzo commerciale cronico, l’effetto è comprensibile. Ma c’è un equivoco: la competitività non si crea solo con il cambio. Si crea con produttività, infrastrutture, filiere, energia, capitale umano. Se il dollaro diventa la scorciatoia, la politica industriale rischia di ridursi a una leva monetaria.

Nel breve, però, l’incentivo è potente: un dollaro più “leggero” sostiene la narrativa del rilancio manifatturiero e offre un risultato visibile. Il problema è che i mercati, prima o poi, chiedono il conto.

Il medio periodo: deficit e debito

Rifinanziare costa di più se la fiducia cala. Qui sta la contraddizione: gli Stati Uniti hanno un debito pubblico enorme da rifinanziare e un deficit che pesa sulle aspettative. Se gli investitori percepiscono che la politica economica sta erodendo la credibilità del dollaro, pretenderanno premi più alti per comprare titoli americani. E se i tassi salgono o restano alti più a lungo, l’effetto si trasmette a tutta l’economia: costo del credito, investimenti, immobili, crescita.

In altre parole: ciò che aiuta l’export può rendere più fragile la finanza pubblica. E se la finanza pubblica diventa più fragile, la “svalutazione amica” rischia di trasformarsi in una svalutazione subita.

La Banca centrale e il rischio reputazionale

Un altro elemento è la percezione di interferenza sulla Banca centrale. Non serve dimostrare che la politica controlli davvero i tassi: basta che i mercati temano che l’autonomia sia meno solida. La fiducia nella moneta non nasce da un annuncio, nasce dalla previsione che le regole reggano quando fa caldo. Se l’idea dominante diventa “si spinge per tassi più bassi a prescindere”, allora il dollaro paga un prezzo reputazionale.

Nel medio-lungo periodo, la reputazione è più importante del movimento quotidiano del cambio. Perché la reputazione determina chi finanzia gli Stati Uniti, a quali condizioni, e con quale orizzonte.

Effetti economici globali: chi vince e chi perde

Un dollaro in discesa sposta equilibri anche fuori dagli Stati Uniti. Per l’Europa significa una moneta relativamente più forte, dunque esportazioni più difficili e importazioni energetiche potenzialmente più convenienti, ma con effetti ambivalenti sulla crescita industriale. Per la Cina significa gestire con attenzione la propria competitività senza dare l’impressione di inseguire una svalutazione, perché una corsa al ribasso destabilizza i flussi commerciali e alimenta protezionismi.

Il rischio di medio periodo è una spirale: dazi, controdazi, aggiustamenti valutari, misure amministrative sulle filiere. Non serve chiamarla “guerra valutaria” per farla esistere: basta che ogni attore agisca come se l’altro stesse già giocando sporco.

Implicazioni strategiche e di potenza

C’è poi il lato strategico, spesso ignorato nei commenti sul cambio. Il dollaro forte non è solo un vantaggio economico: è una leva geopolitica. Sanzioni, controllo dei pagamenti, attrattività dei mercati finanziari americani: tutto questo si regge sulla centralità della moneta e sulla fiducia che la accompagna.

Se nel medio-lungo periodo il dollaro scivola perché gli investitori ricalibrano la fiducia, la leva americana non sparisce, ma si logora. E quando una leva si logora, gli avversari e perfino alcuni alleati cercano alternative: più accordi in valute diverse, più infrastrutture finanziarie parallele, più tentativi di ridurre l’esposizione. Non è un crollo improvviso, è una lenta erosione.

Lettura geoeconomica: il vero punto è la sostenibilità

Il paradosso americano è tutto qui: un dollaro più debole può essere utile per “aggiustare” l’esterno, ma può complicare l’interno, cioè la capacità di finanziarsi senza tensioni. La linea di confine è sottile: se il mercato legge il movimento del dollaro come una conseguenza naturale dei fondamentali, lo assorbe. Se lo legge come una scelta politica, o come il segno di una rotta confusa, reagisce in modo più duro.

Nel medio-lungo periodo la domanda è semplice: gli Stati Uniti vogliono davvero una moneta più debole, o vogliono solo i benefici senza pagare i costi? Perché una svalutazione “conveniente” è una cosa; una svalutazione che segnala perdita di fiducia è un’altra. E la differenza, quasi sempre, la decide il mercato prima della politica.

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