21/06/2026
da Il Manifesto
Altro che cafonal Quando la politica internazionale come a Evian viene trascinata dai protagonisti nel gossip significa che qualcosa è andato davvero storto
Trump, dopo la batosta nel Golfo, è messo male non riesce a fare la pace con i nemici e neppure con gli amici. Ma quando la politica internazionale come a Evian viene trascinata dai protagonisti nel gossip significa che qualcosa è andato davvero storto: gli attori sono nervosi perché il capocomico dell’Occidente, il presidente Usa, sta attraversando non solo una crisi personale di consenso ma qualcosa di molto più concreto, un fallimento geopolitico accompagnato da grandi mutamenti. E così ci rimette chi capita a tiro come la Meloni.
Che pensava di andare a Evian, sulle note di Felicità di AlBano, come a una scampagnata.
Gli iraniani minacciano la chiusura di Hormuz se continuano i bombardamenti in Libano: in questo caso i nemici sono gli iraniani, gli Hezbollah libanesi ma soprattutto l’alleato di ferro Netanyahu che ritiene gli accordi di Trump con Teheran una «catastrofe» e non ha nessuna intenzione di rinunciare a un pezzo del Libano e alla sua ampia “fascia di sicurezza”. Ne va della sua rielezione, sempre più incerta secondo i sondaggi. La tregua annunciata ieri da Tel Aviv è sempre in bilico.
Trump tra due anni sarà in pensione, si è fatto uno scudo di leggi e leggine per proteggere dai tribunali se stesso e i suoi inguardabili famigliari e amici. Ma Netanyahu no. Il premier israeliano è una sorta di ergastolano costretto a restare al potere a vita per non finire alla sbarra o persino dietro le sbarre, senza contare che è pure inseguito come Putin da un mandato della Corte penale internazionale. A regola non può venire neppure nei resort italiani che stanno comprando nel sud Italia gli investitori israeliani e l’intelligence di Tel Aviv. Trump è inferocito con Netanyahu: se non fosse per me saresti in prigione gli ha detto. Sono frasi pesanti, di solito nei films sono seguiti dai colpi di pistola dei protagonisti.
Ma tra gli stati la gratitudine non è una virtù, come del resto tra i criminali. Trump è infuriato perché Netanyahu gli ha rifilato la più grossa fregatura della sua vita: gli aveva promesso una facile e rapida vittoria contro la repubblica islamica e gli Usa hanno perso, per il momento, la battaglia dello Stretto di Hormuz contro un Paese che non ha neppure una Marina militare, una fiasco paragonabile per certi versi alla sconfitta della Russia nel Mar Giallo contro il Giappone nel 1905. La prima vittoria di una potenza asiatica contro una occidentale nell’era moderna (pensate la Russia allora era considerata Occidente). Invece in questa crisi bellica ed energetica mondiale è emerso ancora una volta il ruolo decisivo della Cina. Mentre Trump e Putin andavano Pechino da Xi Jinpig, senza portare casa molto di concreto, la Cina agiva.
Pechino, il maggiore rivale strategico di Washington, si è comportato in maniera responsabile, come sottolinea un dettagliato articolo di Internazionale. I cinesi hanno ridotto massicciamente le loro importazioni di petrolio: a maggio hanno comprato 6,7 milioni di barili al giorno attraverso le petroliere, il 40 per cento in meno rispetto alla media del 2025; circa quattro milioni di barili al giorno in meno che equivalgono al consumo di Germania e Francia messe insieme; sempre a maggio le importazioni di greggio complessive sono state di 7,8 milioni di barili al giorno, il dato più basso degli ultimi otto anni, un terzo di meno rispetto al periodo precedente la guerra contro l’Iran.
Non può sfuggire il peso politico di questa vicenda. Fino a poco tempo fa la Cina era uno dei paesi che con i suoi consumi esplosivi contribuivano di più all’ascesa del prezzo del petrolio, oggi si impone come potenza stabilizzatrice, quasi quanto l’Arabia saudita, lo swing producer, il maggiore esportatore mondiale con gli Usa. Il contrario degli Stati uniti di Trump che, forse convinto di impossessarsi dell’Iran come aveva fatto con il Venezuela, ha precipitato il mondo nel baratro insieme al suo “socio” Netanyahu.
È questo lo scenario geopolitico del teatrino di Evian dove il capo comico Trump appariva abbacchiato e irritato allo stesso tempo.
E ora il presidente Usa rincara la dose anti-Meloni. Certo la premier italiana, dicono, che ha pagato la sua opposizione a concedere le basi agli Usa. Ma lo hanno fatto anche altri e non si è scesi a livelli di insulti trumpiani così umilianti.
Perché allora? Per Trump la premier Meloni si era sdilinquita, per lui voleva il Nobel della Pace, mentre i pro-Pal erano delinquenti e li bastonava nella piazze, lei sempre amica di Israele e dei sionisti contro ogni evidenza criminale, e ora in un mesetto è stata umiliata da un ministro israeliano (Ben Gvir) e da un presidente Usa. Le sue risposte sono sempre state verbali e poco concrete: ha annullato una bilaterale a Miami con Tajani ma stiamo aspettando di vedere gli italiani che saliranno a Venezia sul mega yacht dell’ambasciatore Usa Fertitta. Fermiano almeno il Cafonal. Ma la signora Meloni è arrogante, forte con i deboli, debole con i forti, un simbolo del peggior conformismo italico: lei “Alberto Sordi se lo merita tutto” (Ecce bombo 1978). Forse a Evian avremmo dovuto mandare il capocomico più credibile Nanni Moretti.

