ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta?

Il duo Trump-Netanyahu in che catastrofe precipitano il pianeta?

Politica estera

20/04/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

La percezione della minaccia che incombe sul mondo sta diffondendosi oltre prevenzioni ideologiche o di schieramento. Trump-Netanyahu: uno dei due un criminale ricercato per crimini di guerra, e l’altro un caricaturale mancato Nobel per la pace che s’è fatto trascinare in una guerra catastrofica da cui la sua personalità disturbata non sa come uscirne. Ma siamo sicuri di aver misurato sino in fondo i tempi e la portata della minaccia sul futuro nostro e del mondo?

Tutti sull’orlo del baratro

Sabato il nostro Piero Orteca ci ha dato i numeri della catastrofe economica della presidenza Trump che batterà tutti i record di scasso delle finanze pubbliche e gli Stati Uniti sprofonderanno sotto 40 trilioni di dollari di debito federale. 90 miliardi al mese di interessi». Provate a compitare questa cifre in numeri. Scrivete 4 e aggiungete 13 zero! In dollari. Per un assaggio più moderato, solo per gli ‘interessi annui’, 90.000.000.000, gli zeri si riducono a dieci. Da fatto, la superpotenza planetaria è a rischio fallimento. Ma la politica (e la Casa Bianca) giocano sporco. All’inizio degli anni 2000, il debito pubblico statunitense era del 34% del Pil e il governo federale aveva un surplus in cassa. Quando scoppiò la crisi finanziaria del 2008, il debito pubblico era al 35% del Pil. Quando arrivò il Covid-19, al 79% del Pil. Il 2026, dalle guerre Israeliane in Medio Oriente, dall’Ucraina e ora in Iran, si viaggia verso il 120%. Grave il fatto che il rapporto con questi numeri allarmanti era noto ma fu nascosto prima che Stati Uniti e Israele colpissero l’Iran bloccando il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz facendo schizzare i prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile.

  • Rischio reale di crak dell’economia della superpotenza Stati Uniti. Qualcuno di noi gente comune, riesce ad immaginare cosa significherebbe una crisi di questa portata sull’economia di tutto il pianeta, la nostra piccola e povera Italia per prima? Una storia dell’orrore che lasciamo a dei fanta economisti dell’orrore.

Una guerra da 10.300 dollari al secondo

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti aveva riferito al Congresso che i primi sei giorni di guerra sarebbero costati 11,3 miliardi di dollari. Secondo il Congressional Budget Office, per le prime 100 ore di campagna, sono stati spesi circa 3,7 miliardi di dollari. Dettagli: munizioni per circa 1,5 miliardi di dollari; operazioni aeree 125 milioni; operazioni navali 64 milioni e operazioni terrestri 7 milioni; difesa aerea attorno a 1,7 miliardi. Secondo Marine Insight, gli Stati Uniti starebbero spendendo circa 10.300 dollari al secondo per questa guerra, con una quota principale al consumo di munizioni per 320 milioni di dollari al giorno. Seguono le missioni aeree, 245 milioni di dollari al giorno, e le operazioni navali, che aggiungono ulteriori 155 milioni di dollari ogni 24 ore. Più recentemente l’American Enterprise Institute organizzazione di ricerca e analisi politica di Washington, con una stima molto più ampia e aggiornata, il costo finora sostenuto sarebbe tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Citazioni di passaggio

Ieri, il calendario delle disgrazie del mondo di Antonio Cipriani su Polemos. «Prima del Covid, prima di Putin in Ucraina, prima del 7 ottobre 2023, prima della ferocia genocida israeliana, della pavida indifferenza europea; prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, del suo Nobel per la Pace a colpi di guerra, del suo essere ostaggio del governo Netanyahu, prima delle bombe israeliane su tutti i paesi sovrani del vicino Oriente. Prima della Meloni e dei suoi sciagurati». Oppure, a scelta: «Quando il settore della difesa diventa centrale per favorire l’accumulazione di capitale, l’economia diventa dipendente dalla guerra», denuncia Romaric Godin. O Michele Serra sulla stretta attualità. «Nel frattempo Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati ‘Hezbollah’, e per essere sicuro di colpire il mio nemico, distrugge tutto ciò che gli sta attorno. È già accaduto a Gaza. Intanto il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che a pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo».

L’Entità militare israeliana

Lo Stato ebraico è una delle principali potenze militari al mondo per spesa in rapporto al PIL, con un bilancio della difesa che ha raggiunto i 34,63 miliardi di dollari per il prossimo anno. L’apparato militare è sostenuto da una forte industria interna e da alleanze strategiche. Industria Militare Interna: Israele possiede un complesso militare-industriale avanzato, con entità statali come Israel Aerospace Industries (IAI) e Israel Military Industries (IMI), affiancate da attori privati come Elbit Systems Ltd. Il settore è all’avanguardia in guerra elettronica, tecnologie di intelligence e produzione di sistemi come il carro armato Merkava. Le recenti operazioni militari hanno avuto un impatto pesante sull’economia, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità a lungo termine. L’economia israeliana si basa su un terziario forte (quasi l’80% del PIL), trainato da settori ad alta tecnologia. Fattori Esterni: Israele è dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori e sistemi avanzati, e beneficia di investimenti da parte di grandi istituzioni finanziarie internazionali.

Israele potenza regionale

L’economia israeliana è una delle più militarizzate al mondo. Secondo i dati della Banca mondiale, Israele destinava l’equivalente del 4,5% del suo PIL del 2022 alle spese militari. Una cifra più che doppia rispetto a quella della Francia, ma eccezionalmente bassa per Israele: tra il 2010 e il 2021, la percentuale oscillava infatti tra il 5 e il 6% del PIL. Nel 2022, l’Iran ha speso il 2,1% del suo PIL per l’esercito e gli Stati Uniti il 3,4%. Lo Stato ebraico era allora il dodicesimo paese al mondo in termini di spesa militare rapportata al suo reddito nazionale. Il problema principale delle spese militari in senso stretto è la loro natura profondamente improduttiva. L’esercito costa molto e rende poco, La priorità della difesa dello Stato è quindi fondamentale. Naturalmente, tale specializzazione non avrebbe potuto svilupparsi senza lo stretto legame che Israele intrattiene con gli Stati Uniti. Gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, che non sono subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito, in particolare nel campo delle tecnologie avanzate.

«Neoliberismo falco»

L’esercito fornisce tecnologia e manodopera a un settore che finanzia la difesa e i suoi veterani. Con questo modello, l’economia israeliana è diventata, in apparenza, una delle più dinamiche del mondo occidentale. Ma oltre un settore tecnologico molto produttivo e legato all’esercito, il resto dell’economia è segnato da una produttività molto bassa, inferiore del 6,7% alla media dei Paesi dell’OCSE. Troppi militari sotto le armi. E la priorità della difesa dello Stato diventa quindi fondamentale. Naturalmente, gli aiuti diretti degli Stati Uniti a Israele, non solo subordinati all’acquisto di materiale statunitense, hanno permesso di mantenere un alto livello di ordini da parte dell’esercito.

  • Ed ecco l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania ad alimentare il nazionalismo e mantenere l’esercito in stato di allerta. Una soluzione di pace comporterebbe infatti gravi problemi per l’economia politica israeliana così come si è sviluppata dalla metà degli anni ’90. Senza un esercito in attività, la dinamica tecnologica faticherebbe a mantenersi, mentre il resto dell’economia israeliana è troppo poco produttivo e quindi troppo poco competitivo. Oltre a consentire un pericoloso processo per corruzione e rischio carcere per Netanyahu.
share