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Il fallimento di Trump in Iran

Il fallimento di Trump in Iran

Politica estera

09/04/2026

da Valigia blu

Marco Arvati

Quando Donald Trump ha annunciato l’inizio delle operazioni di guerra contro l’Iran aveva parlato di “resa incondizionata” come unica possibilità della fine del conflitto.

A un mese di distanza ha accettato un fragilissimo cessate il fuoco, che non gli concede nulla di quanto annunciato. Questo perché pressato da un’opinione pubblica contraria e da un rialzo generale dei prezzi negli Stati Uniti, dovuta alla chiusura dello Stretto di Hormuz, un braccio di mare libero in cui prima della guerra passavano 135 petroliere al giorno e successivamente requisito e bloccato dall’esercito iraniano.

Il punto centrale da cui partire è che Trump non ha ottenuto nulla da questo conflitto. Il regime, infatti, nonostante l’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei, è ancora in piedi: quel regime change paventato da Stati Uniti e Israele, una delle prime motivazioni per cui far scoppiare il conflitto, non si è nei fatti concretizzato. L’uranio arricchito di proprietà iraniana, che gli Stati Uniti avrebbero dovuto distruggere o requisire una volta per tutte, è ancora in mano a Teheran, e non è stata del tutto distrutta nemmeno la capacità missilistica. 

Ciò che è mancato a Trump, fin dall’inizio, è una chiara motivazione: nessuno ha capito veramente perché il presidente si stava impantanando in un conflitto mediorientale, dopo aver fatto campagna per anni contro le guerre della presidenza Bush, e Trump non è mai stato in grado di spiegarlo. 

Inizialmente la motivazione era impedire all’Iran la possibilità di sviluppare un’arma atomica, poi si è parlato di cambio di regime: addirittura, pressato da più parti per uscire dalla situazione in cui si era messo, ha annunciato su Truth che il cambio di regime era avvenuto, semplicemente con l’avvicendamento dei nuovi leader della Repubblica Islamica, che hanno sostituito quelli uccisi dalle forze israelo-statunitensi nei primi giorni di guerra. 

Anche per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz Trump si è contraddetto più volte: prima andava aperto a tutti i costi, poi era arrivato a dire che era un problema di europei e asiatici, dato che gli USA mantenevano un’autosufficienza petrolifera, poi è arrivato il messaggio di Pasqua in cui ha intimato ai “pazzi bastardi” di “aprire il fottuto stretto”, minacciando in caso contrario crimini di guerra e “l’annientamento di un’intera civiltà”. Un messaggio che ha posto nuovi dubbi sulle capacità fisiche e mentali del presidente, in quello che sicuramente è stato il suo post più senza freni inibitori del nuovo mandato (e durante l’anno ha chiesto pubblicamente alla sua segretaria alla giustizia di perseguire i suoi avversari politici).

Come ha constatato Jennifer Rubin, nelle ultime giornate prima del cessate il fuoco Trump aveva iniziato a utilizzare un tono messianico, quasi da apocalisse religiosa. Il segretario alla Difesa Hegseth aveva persino affermato che si stava combattendo “per conto di Gesù”. Un presidente sempre più senza freni, che strizza l’occhio a possibili crimini di guerra e alla distruzione di interi paesi in una notte, figlio di una situazione politica in cui nessuno cerca di contraddirlo. I repubblicani a Washington sono muti da giorni e non hanno commentato queste uscite, mentre continuano ad abdicare a quella che è la funzione preminente del Congresso: dichiarare guerra e controbilanciare i poteri del presidente.

Rispetto alla posizione statunitense, l’Iran aveva due obiettivi, chiari e semplici: il primo, ovviamente, quello di resistere agli attacchi e il secondo, nel caso il primo fosse andato a segno, ottenere una qualche compensazione dai danni causati dalla guerra. E qui arriva quella che è una possibile grande sconfitta per Trump: la gestione post-bellica dello stretto. Sembra, infatti, che l’Iran non abbia intenzione di far tornare le cose allo status quo precedente, con il tratto di mare liberamente navigabile, ma vorrebbe mantenere una tassa per il passaggio. Già durante il conflitto, le navi di specifici paesi sono state fatte passare previo pagamento di due milioni di dollari per garantirne la sicurezza, e oggi il Financial Times afferma che il paese vorrebbe corrisposto 1 dollaro per ogni barile di petrolio trasportato, da pagare espressamente in criptovalute.

Non si sa se questo reggerà alla fase di negoziati, ma il punto è che a oggi non sappiamo a partire da quali punti i due paesi inizieranno i loro colloqui in Pakistan: Trump aveva parlato di un accordo a partire da dieci punti inviati dall’Iran, che non sono stati resi pubblici. Le condizioni precedentemente rese note dalla Repubblica Islamica, che dovrebbero riguardare solo in parte il negoziato, presentavano condizioni irricevibili per qualsiasi presidenza statunitense, a meno di ammettere una cocente sconfitta: i punti infatti chiedevano la fine delle sanzioni, il decongelamento dei proventi del petrolio iraniano, l’abbandono statunitense delle basi mediorientali e la fine della guerra di Israele contro Hezbollah.

Proprio la posizione di Israele è un punto fragilissimo del cessate il fuoco: secondo Pakistan e Iran, infatti, la tregua comprende anche le operazioni militari portate avanti da Netanyahu in Libano, cosa su cui Israele non concorda. Ieri, infatti, il paese ha lanciato un nuovo attacco nel sud del Libano, causando centinaia di morti e mettendo seriamente a rischio le fondamenta della tregua.

La situazione interna a Israele è tesa per via di questo cessate il fuoco: Yair Golan, che fa parte dell’opposizione al governo Netanyahu, ha affermato che questa guerra contro l’Iran ha reso il paese più insicuro, proprio per i punti sopra elencati, programma nucleare e missili balistici intatti e un regime ancora al suo posto. Secondo una ricostruzione del New York Times, Netanyahu è stato centrale nel convincere Trump a entrare in guerra, prospettandogli, a partire dall’eliminazione della guida suprema, una rivolta popolare che avrebbe portato al cambio di regime. Piani definiti dagli ufficiali statunitensi “distaccati dalla realtà”, e addirittura “farseschi” dal direttore della Cia John Rathcliffe.

Il cessate il fuoco si poggia su basi poco solide, e non è detto che resisterà a queste due settimane; nel frattempo, è importante analizzarlo per quello che è: una resa temporanea del presidente degli Stati Uniti che è entrato in guerra senza né chiari obiettivi né idee concrete su cosa fare dopo gli attacchi, e ha peggiorato la situazione del suo paese e del resto del mondo.

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