01/07/2026
da Il Manifesto
Legge elettorale Con la scusa dei treni in ritardo e degli impegni delle opposizioni l’esecutivo prende tempo
A Matteo Salvini possono essere imputati tanti guai. Ma lo slittamento della legge elettorale non può essere solo una responsabilità del suo ministero, forse ha un concorso di colpa ma se c’è è per la sciagurata decisione di aver candidato Roberto Vannacci alle elezioni europee di due anni fa. Ad agitare il centrodestra sono le preferenze, che FdI vorrebbe e tutti gli altri no, e la crescita dei sondaggi del generale.

OGGI alle 14 la capigruppo della Camera si riunirà per stabilire il contingentamento dei tempi e la data del voto finale sul Melonellum. Questo era atteso per la prossima settimana, giovedì 9 o al più tardi venerdì 10 luglio: la parola d’ordine, fino a poco tempo fa, era stata «accelerare» per chiudere la pratica alla svelta entro la chiusura estiva del Parlamento, che andrà in ferie il 13 agosto fino alla seconda settimana di settembre. Da ieri mattina, però, nella maggioranza hanno iniziato a ventilare l’ipotesi del dietrofront: aspettiamo almeno un’altra settimana, così da sciogliere tutti i nodi. Le motivazioni addotte sono sostanzialmente due: l’iniziativa delle opposizioni a Napoli l’8 luglio e il caos che investirà le ferrovie la prossima settimana. Mercoledì 7 luglio è previsto uno sciopero, mentre per tutta la settimana sarà bloccato lo snodo di Firenze per i lavori programmati sul cavalcaferrovia «Ponte al Pino» che rallenteranno le corse e diminuiranno i treni. Per cui arrivare a Roma sarebbe troppo complicato per voti così delicati.
MOTIVAZIONI reali, ma credibili fino a un certo punto, anche alla prova dei fatti: le opposizioni avranno un’altra iniziativa anche la settimana successiva a Padova, e gli stessi identici lavori riprenderanno nella settimana del 26 luglio. E poi nel corso di questa legislatura, incluso l’iter del Melonellum, mai si era vista tanta delicatezza nel maneggiare il calendario e gli impegni delle minoranze: per approvare entro la fine dell’anno la riforma della Corte dei conti il Senato fu convocato sabato 26 dicembre, senza contare le maratone notturne e le sedute fiume che hanno accompagnato anche i lavori in commissione della legge elettorale.
I NODI in realtà sono due, le preferenze tanto chieste dai Fratelli e i sondaggi di Futuro nazionale. Ieri sera gli sherpa di maggioranza si sono riuniti per cercare una sintesi. Dopo oltre due ore di conclave in via della Scrofa hanno comunicato di «aver valutato tempi e modi del proseguimento dei lavori. Dopo la capigruppo di domani proseguiranno altri incontri». «Di preferenze si è parlato marginalmente. Noi le vogliamo, non cambia la nostra posizione», ha detto Giovanni Donzelli di Fdi: la mediazione non c’è.
I FRATELLI hanno portato nelle ultime settimane diverse opzioni a Forza Italia e Lega, per motivi diversi molto ostili alla loro introduzione. Il «modello europee», ovvero con il nome del candidato da scrivere sulla scheda, è vissuto come una competizione interna al partito che non farebbe bene. Ma anche le altre prospettive non piacciono: un tentativo di mediazione è stato fatto con il «modello Toscana», un capolista bloccato con un listino di cinque candidati tra cui scegliere.
UN’ALTERNATIVA sarebbe aumentare i capilista a due o tre. Su questo soprattutto i forzisti hanno se possibile ancora più dubbi: in molti casi i candidati del listino dovrebbero investire in una campagna elettorale competitiva senza alcuna certezza se non quella di portare voti al capolista. Aumentando i nomi blindati, poi, l’esito è scontato: conti alla mano si eleggerebbero con le preferenze al massimo una manciata di parlamentari in tutta Italia. Con una postilla: consentendo le candidature in più collegi inserire le preferenze, dicono, rischia di innescare un flipper che porterebbe molti candidati a correre al buio. Tra scivoli e scelta del collegio d’elezione, nessuno avrebbe certezze anche dopo aver raccolto consensi.
MA NON C’È solo l’ostinazione di FdI a rendere spinoso il caso. Ieri Vannacci ha risposto a Meloni che gli chiedeva di smettere di votare contro il governo: «Se non vuole perdere gli attributi, almeno sulla legge elettorale e le preferenze dia un segnale, porti almeno un risultato a casa». I suoi deputati hanno già depositato un emendamento in materia, che potrebbe minare il campo dell’approvazione. E ieri un altro sondaggio di Swg lo dava sopra la Lega. Allora meglio prendere tempo, con questo calendario si potrà al massimo votare alla Camera, per il Senato «ne riparliamo a settembre». E vediamo che fare.

