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Il lungo braccio di ferro tra il Quirinale e Palazzo Chigi per smussare il decreto

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Politica italiana

21/10/2026

da Il Manifesto

Andrea Colombo

La sfilata Il presidente Mattarella ha imposto la rimodulazione del testo

L’interlocuzione tra governo e Colle alla vigilia del dl Sicurezza varato ieri è stata lunga, ore di contrattazione, e a tratti anche aspra. Mattarella ha bocciato senza appello il conferimento dei poteri di polizia giudiziaria ai militari inviati come rinforzo per la difesa dell’ordine pubblico. Il presidente ha detto chiaramente che con quella norma avrebbe respinto il dl. La premier, nel video di rivendicazione del decreto, ha affrontato il punto critico a velocità da comiche finali proprio per non doversi soffermare sullo smacco subito. Il ministro Piantedosi, in conferenza stampa, ha invece assicurato che stamattina, nella riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza di Milano, si cercherà un modo per assegnare ai militari «qualche funzione innovativa». Cioè per aggirare, nella sostanza o più probabilmente nell’immagine, il veto del Colle. Le fonti del Quirinale assicurano che da parte del capo dello Stato non ci sono state altre richieste di modifica. È possibile però, data la lunghezza e l’asprezza del confronto, che ci sia stata almeno qualche ulteriore limatura rispetto alle intenzioni iniziali del governo.

Meloni non ha partecipato alla conferenza stampa al termine del cdm. In compenso ha registrato un video mirato soprattutto a moltiplicare quella che spera sia una succulenta resa propagandistica del decreto. Faccia severissima, toni gravi, esaltazione di misure dipinte come ancor più draconiane di quanto già non siano. Le critiche dell’opposizione di sinistra non la preoccupano, anzi le fanno gioco: tra le righe, senza mai dirlo apertamente, cerca continuamente di attribuire alle forze del centrosinistra complicità e tolleranza nei confronti «dei violenti». A preoccuparla sono invece le accuse di mollezza da parte dell’opposizione di destra, del Vannacci che, già in riflusso, spera di sfruttare la circostanza per bloccare e invertire il rapido declino.

La premier annuncia prima di tutto il lieto evento: «Nasce un nuovo reato, la partecipazione violenta alle manifestazioni». Fino a cinque anni di galera e 20mila euro di multe più aggravanti varie. Secondo: «Chi rompe paga e se si tratta di minorenni pagano i genitori. Lo Stato potrà rivalersi sui beni delle famiglie». Le quali potranno poi opporsi e il collasso finale dei tribunali sarà garantito. Poi il fermo preventivo anche dei minorenni, annunciato senza ulteriori specifiche. Come al solito, quando decreta sulla sicurezza, il governo riesce a coniugare norme odiose ma anche di certa inefficacia.

Ma il video della premier non serve a illustrare le geniali trovate inserite nel provvedimento. L’obiettivo è politico. «In piazza c’erano le frange antagoniste di sempre», assicura Meloni anche se il ministro Piantedosi ammette in conferenza stampa che non risultano collegamenti tra quelle frange e i ragazzini di Milano. La metà dei fermati e arrestati, prosegue, «è di origine straniera». Tra gli arrestati, per la verità, la percentuale risulta decisamente più contenuta, il 22%, ma questo il pubblico a breve votante non è tenuto a saperlo e il messaggio per cui a devastare sono gli immigrati è già passato. Rincarato dalla conclamata attesa del governo che «tutte le norme incluse quelle dei recenti dl Sicurezza siano applicate con rigore». I magistrati sono avvertiti.

Ma attenzione, non si confondano i teppisti con le altre categorie che protestano. Gli autotrasportatori e gli agricoltori sono potenziali elettori, spesso vicini alla destra: «Lo Stato che dice no alle violenze è lo stesso Stato che ascolta chi protesta rispettando gli altri». Sull’ipotesi che qualche ragione di protestare ce l’avessero anche i giovanissimi di Milano invece neppure mezza parola.

L’affondo arriva alla fine: «Chiedo chiarezza a tutte le forze politiche. Le violenze vanno condannate senza ambiguità e senza giustificazioni. È gravissimo che rappresentanti delle istituzioni pubblicizzino i riferimenti per l’assistenza legale gratuita dopo le devastazioni. Chi ha responsabilità politica dovrebbe essere il primo a ricordare che nessuna causa autorizza ad aggredire le forze dell’ordine e distruggere le nostre città». Non è il dl Sicurezza, è campagna elettorale. Ma in fondo è la stessa cosa.

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