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Il Mar Rosso è degli Houthi. Gibuti ora diventa centrale

Il Mar Rosso è degli Houthi. Gibuti ora diventa centrale

Politica estera

12/09/2026

da Il Manifesto

Michele Giorgio

La guerra grande Lo Stato africano, affollato di basi straniere, è l’altra sponda dello stretto di Bab el Mandeb

Migliaia di yemeniti hanno celebrato ieri nei distretti di Marib le vittorie dei combattenti sciiti di Ansarullah, noti in Occidente come Houthi, sui fronti della costa occidentale, con l’espulsione delle forze governative appoggiate dall’Arabia saudita. Hanno scandito il nome del leader Abdulmalik Badr al Din al Houthi e riaffermato l’alleanza con il popolo palestinese, Hezbollah e l’Iran nella guerra contro gli Stati uniti. Volti scuri, invece, a Riyadh e in altre capitali della regione e in Occidente, dove la conquista prima della città portuale di Mokha e poi, nelle ultime ore, dell’isola di Perim, o Mayyun, ha portato gli Houthi a prendere il controllo pressoché completo della costa yemenita sul Mar Rosso e dello strategico stretto di Bab el Mandeb.

                                                                

Dopo Hormuz, controllato da Teheran, il movimento sciita yemenita ha nelle sue mani uno dei passaggi marittimi centrali per le esportazioni petrolifere dell’Arabia saudita. Direttamente minacciata, Riyadh valuta come reagire, cercando allo stesso tempo di digerire il colpo basso ricevuto dall’alleato Donald Trump. Secondo quanto riportato da Axios, che cita due funzionari statunitensi, il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato due volte giovedì al presidente degli Stati Uniti per esortarlo a lanciare attacchi contro i ribelli Houthi in Yemen. Trump ha risposto di «no», almeno per il momento. Tuttavia, stando alla Cnn, la Casa Bianca garantisce la presenza di 200 consiglieri militari statunitensi in Arabia saudita, con l’obiettivo di fornire supporto di intelligence nell’individuazione degli obiettivi da colpire al Regno nella sua campagna contro gli Houthi.

La monarchia dei Saud, intanto, fa i conti con le ripercussioni economiche della guerra di Trump all’Iran. La produzione di petrolio è crollata a 6,24 milioni di barili al giorno ad agosto, raggiungendo il livello più basso registrato dal 1990, a causa dell’interruzione dei flussi energetici in tutto il Medio Oriente. L’Arabia saudita si era affidata al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per aggirare Hormuz. Ma quel corridoio alternativo è stato sottoposto a crescenti pressioni dopo che gli Houthi hanno dichiarato l’embargo marittimo contro Riyadh il 20 luglio e hanno rivendicato attacchi contro petroliere e impianti energetici. I dati mostrano un netto peggioramento: i carichi provenienti da Yanbu sono scesi al livello più basso degli ultimi sei mesi. Nonostante ciò, l’Arabia saudita ha messo sul mercato 7,1 milioni di barili al giorno nel mese di agosto, una quantità superiore alla sua produzione dichiarata. Il Brent, intanto, ha superato i 100 dollari al barile questa settimana.

L’avanzata degli Houthi lungo la costa non ha messo in allarme solo l’Arabia saudita. Governi arabi, occidentali e africani cominciano a guardare all’altra sponda dello stretto per contenere la sconfitta dei governativi in Yemen. In questo contesto, Gibuti assume un’importanza eccezionale: il Paese africano è sulla sponda occidentale dello stretto di Bab el Mandeb e già ospita una concentrazione di basi militari straniere senza paragoni nel continente. Lì gli Stati Uniti dispongono di Camp Lemonnier, la loro principale base in Africa. La Francia mantiene una presenza che è un’eredità del periodo coloniale, con installazioni terrestri, aeree e navali. La Cina vi ha aperto nel 2017 la sua roccaforte militare all’estero, mentre il Giappone dispone dal 2011 della sua prima base militare fuori dal territorio nazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale. E ci siamo anche noi a Gibuti. L’Italia è presente dal 2013 con la base militare nazionale di supporto «Amedeo Guillet». A queste strutture si aggiungono militari tedeschi, spagnoli e britannici, che operano dalle basi americana e francese.

Gibuti potrebbe diventare il punto di raccolta di intelligence, rifornimenti e operazioni navali e aeree dirette a proteggere il traffico marittimo all’imboccatura del Mar Rosso, se Bab el Mandeb dovesse diventare un fronte stabile della guerra nella regione. Israele, intanto, non resta in disparte, avendo un interesse diretto a impedire che gli Houthi, sostenuti da Teheran e con i quali è andato ripetutamente allo scontro dopo l’inizio dell’offensiva contro Gaza, consolidino il controllo delle rotte marittime del Mar Rosso. Il porto di Berbera, nel Somaliland, che Israele, primo Paese al mondo, ha riconosciuto come Stato indipendente, offre una posizione strategica sul Golfo di Aden che intelligence e forze armate dello Stato ebraico contano di sfruttare, accelerando le relazioni militari e di sicurezza tra i due Paesi. Una recente inchiesta di Le Monde ha rivelato che gli Emirati starebbero costruendo a Berbera una base destinata all’uso congiunto con Stati Uniti e Israele.

Mai come in questi giorni, a Riyadh si rammaricano di non aver portato a termine, nel 2018, la trattativa con Gibuti per l’apertura anche di una base militare saudita. Un passo che i Saud potrebbero dover compensare con la grande offensiva navale contro gli Houthi di cui si è parlato nei mesi scorsi. Ma è un impegno militare che i regnanti Saud non possono intraprendere da soli.

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