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Il pantano della guerra e la crisi dell’Unione europea

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Politica estera

30/11/2025

da Il Manifesto

Massimo De Carolis

Quale accordo Dopo i recenti scandali, sembra molto improbabile che Zelensky e i suoi possano conservare il potere dopo un’eventuale cessazione delle ostilità, a meno di un successo straordinario al tavolo negoziale

Nel febbraio del 2023, a un anno dall’inizio dell’invasione russa, una visita ufficiale di Joe Biden a Kiev sancì il pieno sostegno dell’Occidente a un’Ucraina che stava dimostrando sul campo un’impressionante capacità di resistenza militare. Da quel momento apparve chiaro qual era il pericolo maggiore.

Non l’eventualità, ormai remota, che gli invasori conquistassero l’intero paese o dilagassero persino oltre frontiera. La vera minaccia era che lo stallo militare si tramutasse in una guerra senza fine, alimentata non dall’obiettivo di una vittoria schiacciante dell’uno o dell’altro ma da una rete di forze esterne e interne avvantaggiate dal protrarsi della guerra e interessate a farla evolvere in una specie di normalità duratura.

Forze del genere esistono in ogni conflitto, a cominciare dall’immancabile complesso militar-industriale. Di norma però la loro spinta è frenata dall’autorità politica, la cui legittimità poggia in fondo sulla pretesa di garantire alla popolazione ordine e pace e il cui interesse quindi, almeno in linea di principio, è di ricorrere alla guerra solo in casi inevitabili o di sicuro successo. Perché una guerra si dilati all’infinito occorrono perciò almeno due condizioni aggiuntive. Che al governo sia insediato un gruppo dominante di scarsa legittimità, portato a sfruttare l’emergenza bellica per disciplinare la popolazione ed eliminare i nemici interni. E che sussista un terzo interessato: una potenza esterna avvantaggiata dal conflitto e in grado di imporre il proprio interesse anche a scapito dei belligeranti.

Ora, nel 2023 sembravano sussistere in effetti entrambe le condizioni. Putin aveva già dichiarato in più di un’occasione che la guerra avrebbe «purificato» e rafforzato il suo regime. E, grazie all’emergenza bellica, era già iniziata la catena di morti accidentali tra rivali e oppositori che, di lì a qualche mese, sarebbe culminata con l’esplosione dell’aereo su cui viaggiavano i leader del gruppo Wagner e con l’eliminazione in carcere di Aleksei Navalny. D’altro canto, sul fronte esterno, l’amministrazione Biden sembrava decisa a trarre dalla guerra almeno tre frutti preziosi: rivitalizzare l’alleanza atlantica, accentuare la dipendenza militare ed energetica dell’Europa dagli Stati uniti, impantanare la Russia in una guerra di logoramento, costosa e impopolare. Se oggi le speranze di un accordo di pace sono più consistenti di qualche anno fa è perché entrambe le condizioni appaiono tendenzialmente esaurite. Il vassallaggio europeo alla Nato è ormai un fatto assodato e d’altra parte, almeno in superficie, gli oppositori e i rivali di Putin sono tutti scomparsi o ammutoliti. La dirigenza americana e quella russa hanno entrambe perciò buone ragioni per voler chiudere un conflitto che, a lungo andare, rischierebbe di appannarne l’immagine e penalizzarne gli interessi commerciali.

Per un macabro rovesciamento dei ruoli, però, la spinta a prolungare il regime di guerra potrebbe oggi venire proprio da chi, all’inizio del conflitto, ne subiva le peggiori conseguenze. Dopo i recenti scandali, sembra molto improbabile che Zelensky e i suoi possano conservare il potere dopo un’eventuale cessazione delle ostilità, a meno di un successo straordinario al tavolo negoziale.

Questo potrebbe indurli, se non a boicottare, quanto meno a diluire il processo di pace. Per di più, come ha appena osservato Edgar Morin sulle pagine di questo giornale, i meno disponibili a un accordo realistico restano, al momento, i volenterosi europei. E non per un vago difetto di legittimità ma perché un’autorità politica legittima, nell’Unione Europea, semplicemente non esiste. Non è prevista dai trattati, che lasciano ampio margine agli opportunismi dei singoli stati nazionali. La conseguenza è che Polonia e stati baltici spingono per coinvolgere l’intero continente in un’ostilità antirussa che, nel loro specifico caso, è tutt’altro che priva di ragioni. Mentre la Germania punta apertamente sul riarmo per dare ossigeno alla sua industria e, nello stesso tempo, per accarezzare il sogno proibito di un’egemonia non più solo economica ma anche militare. Di per sé, questo genere di ambizioni nazionali potrebbe anche apparire comprensibile.

L’assurdità è che a veicolarle siano, spesso e volentieri, esponenti della Commissione, come Kallas e von der Leyen, che dovrebbero in teoria rappresentare l’interesse comune dell’Europa e non quello dei singoli stati nazionali cui devono di fatto la loro carriera politica. Proprio per scongiurare una simile assurdità, già nel maggio del 2022, a conclusione della Conferenza sul futuro dell’Europa, il Parlamento europeo aveva avanzato la più elementare delle proposte di modifica istituzionale: l’elezione diretta del presidente della Commissione, connessa a liste transnazionali che coinvolgessero, in uno stesso giorno, tutti i cittadini dell’Unione.

Inserita in un pacchetto articolato di modifiche istituzionali (che includeva, tra l’altro, il voto ai sedicenni), la proposta aveva l’obiettivo dichiarato di trasformare le consultazioni elettorali «in una vera e propria elezione europea, in particolare con l’istituzione di una circoscrizione a livello dell’Unione, invece della somma di 27 elezioni nazionali distinte, come avviene attualmente». Molto meno di un’effettiva unificazione politica, che richiederebbe un vero e lungo processo costituzionale di cui le attuali forze politiche europee sono palesemente incapaci. Ma il requisito minimo per rivendicare una parvenza di legittimità, da far pesare in un contesto geopolitico sempre più fragile e allarmante. Di una tale proposta sembra sparita ogni traccia, non solo nel dibattito istituzionale ma anche nei movimenti pacifisti e nelle manifestazioni di questi anni, incluse quelle dichiaratamente europeiste. Una rimozione sconcertante che sarebbe ora di superare, se non vogliamo che le speranze di pace restino nelle mani poco raccomandabili di Trump e Putin.

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