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Il prezzo della guerra: la carenza di gas peggio del petrolio

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Economia

27/03/2026

da Remocontro

Piero Orteca 

Con la guerra all’Iran gli Stati Uniti e Israele hanno colpito in modo serio l’economia di tutto il pianeta. In particolare, secondo il Wall Street Journal, ne esce sconvolta la cosiddetta ‘rete di sicurezza energetica globale’, che sta progressivamente cedendo. E a essere interessato non è solo il petrolio, ma anche il Gas Naturale Liquido (GNL), altrettanto prezioso.

Teheran alza il prezzo della guerra

Ormai è allarme rosso. E a chi si chiede da dove arrivino le spericolate acrobazie strategiche di Donald Trump, che nel Golfo Persico sta alternando bombe da una tonnellata e missili Cruise a una diplomazia ‘a casaccio’, gli basterà guardare i mercati dell’energia. Letteralmente sull’orlo di una crisi di nervi. Il mantra è sempre lo stesso: con lo Stretto di Hormuz bloccato, manca improvvisamente l’offerta di un 20-25% di petrolio a livello globale. Ma siccome le disgrazie non camminano mai da sole, molti in questa aritmetica della paura si dimenticano di inserire anche un altro ‘convitato di pietra’, il Gas liquido (GNL), che proprio nel Golfo Persico viene prodotto a milioni di tonnellate ed esportato in tutto il mondo (anche in Italia). Tra gli strateghi (della domenica, ci sia consentito) quasi nessuno immaginava attacchi diretti delle Guardie rivoluzionarie iraniane contro gli impianti di estrazione e liquefazione del gas situati in Qatar e negli Emirati Arabi. La palese sottovalutazione della capacità (e volontà) di reazione, mostrata dal regime degli ayatollah, che ha attaccato tutto e tutti per alzare il prezzo della guerra alle stelle, in pratica ha finito per sorprendere diversi Stati del Golfo. Che pensavano, tutto sommato, di poter restare neutrali (almeno ufficialmente) senza pagare dazio, né con Teheran e nemmeno con gli americani. Solo che gli sciiti iraniani sapevano benissimo di essere visti come fumo agli occhi dagli altri islamici della regione, arabi e sunniti. E sapevano anche che, sotto banco, sia il principe bin Salman, l’uomo forte dell’Arabia Saudita, sia il Qatar (fedelissimo alleato Usa), che gli Emirati (con le tasche piene di ‘asset’ americani) stavano giocando con due mazzi di carte.

Attaccati Qatar ed Emirati

Fatti quattro conti, chi comanda a Teheran in questo momento (probabilmente l’ala più dura che si sia vista fin dai tempi di Ahmadinejad) ha dunque deciso di prendere di mira gli impianti di estrazione e liquefazione di GNL che si trovano in Qatar, per l’esattezza a Ras Laffan. L’attacco è avvenuto all’inizio del mese, portato da due droni. Dopodiché la produzione di GNL è stata immediatamente fermata. In Arabia Saudita, invece, è stata attaccata la raffineria di petrolio della Aramco, a Ras Tanura, che ospita un grande impianto offshore per l’esportazione di petrolio. Grossi problemi anche per il GNL degli Emirati. Le autorità di Abu Dhabi sono state costrette a interrompere tutte le operazioni di estrazione del gas nel giacimento di Bah, e di liquefazione nell’impianto di Habshan. In questi due siti sono stati intercettati diversi missili in arrivo dall’Iran, che non hanno fatto vittime, ma hanno seminato il panico, per il timore di qualche colossale esplosione.

Allarme del Wall Street Journal

Per tanto tempo, il Gas naturale liquido è stato considerato una specie di affidabile ‘energia di riserva’, in occasione di tutti gli shock petroliferi del passato. Quando l’offerta di greggio veniva improvvisamente a essere tagliata o i prezzi del barile aumentavano per qualsiasi motivo, o per politiche ‘di cartello’, il ricorso al GNL rappresentava una vera e propria ciambella di salvataggio, per molti Paesi cronicamente in crisi con l’approvvigionamento energetico. Incapaci (come l’Italia) di sviluppare un valido programma che garantisse la soddisfazione della domanda per un bene ‘strategico’ anche in periodi di crisi. «Ora – scrive il Wall Street Journal – il GNL è diventato esso stesso il campo di battaglia. La guerra in Iran ha frammentato ogni nodo della sua catena di approvvigionamento regionale. Gli attacchi iraniani contro il Qatar, uno dei principali produttori mondiali di GNL, hanno danneggiato l’impianto di Ras Laffan, mettendo fuori uso circa il 17% della sua capacità per un massimo di cinque anni, e hanno ritardato i massicci piani di espansione del Paese. QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore su alcuni dei suoi contratti di fornitura di GNL, compresi quelli con clienti in Cina, Corea del Sud, Italia e Belgio. Nel frattempo, il traffico marittimo attraverso lo stretto di Hormuz, che di solito trasporta circa un quinto del GNL mondiale, è paralizzato».

Perché è peggio del petrolio

Se la fiducia degli acquirenti nelle forniture del Golfo è stata minata, bisogna anche aggiungere che, nel caso del GNL, gli effetti sono potenzialmente molto più negativi di quelli indotti dalla carenza di greggio. E la spiegazione la fornisce, in poche battute, sempre il giornale finanziario di New York, il quale sostiene che se anche si dovesse arrivare a un accordo di pace o a una tregua di qualsiasi tipo con l’Iran, gli effetti sui mercati avranno bisogno di anni per essere assorbiti. “A differenza del petrolio greggio – spiega il WSJ – il mondo non possiede grandi riserve strategiche di gas da sfruttare in caso di emergenza. Mentre parte del petrolio mediorientale può aggirare lo Stretto di Hormuz tramite gasdotti terrestri, il GNL del Qatar non dispone di vie di fuga alternative. Gli impianti di liquefazione, inoltre, sono megaprogetti ingegneristici altamente specializzati, che richiedono anni per la costruzione e tempi di riparazione significativamente più lunghi rispetto ai giacimenti petroliferi convenzionali. ‘Dunque, anche se la guerra finisse da un giorno all’altro, ci vorrà molto più tempo perché il mercato del gas torni alla normalità rispetto a quello del petrolio’, sostiene Adi Imsirovi, docente all’Università di Oxford. «Gran parte del deficit del sistema veniva colmato dal GNL – aggiunge – quindi le ripercussioni a catena ora sono enormi».

Pagheranno ricchi e poveri

La crisi del GNL, secondo gli analisti del Wall Street Journal minaccia sia le nazioni ricche che quelle povere. Perché l’inflazione indotta dal rialzo dei costi energetici non guarda in faccia nessuno, e finirà per spalmarsi su tutto e tutti ma, ovviamente, con aggravi diversi, in base alle capacità di resilienza. Così, la prolungata ondata di inflazione causata dal settore energetico, costringerà le fragili economie emergenti a razionare il carburante, a chiudere gli stabilimenti produttivi e a generare disoccupazione. Un quadro che anticipa scenari di recessione.

  • Sentenzia, infine, il WSJ manifestando un certo cupo pessimismo: «La carenza di GNL mette inoltre a repentaglio i raccolti globali – il gas è una materia prima vitale per i fertilizzanti – e potrebbe paralizzare la produzione di semiconduttori, riducendo drasticamente l’offerta di elio, un sottoprodotto del gas naturale».
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