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Il Quirinale frena la gara a destra per le classi ghetto

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Politica italiana

2209/2026

da Il Manifesto

Luciana Cimino

Rimandata Il decreto sul tetto agli alunni stranieri può diventare un disegno di legge. I dubbi di Mattarella e della Cei: «È incostituzionale»

                                              

In difficoltà su più fronti, Giorgia Meloni rispolvera l’anti islamismo per avviare la campagna elettorale. Per tentare di superare a destra Vannacci ha scippato al suo ministro dell’Istruzione (e merito) Giuseppe Valditara la proposta di mettere un tetto agli alunni stranieri per classe. Un vecchio pallino del ministro e del suo partito, la Lega, su cui aveva lavorato di sponda con l’ex collega di partito in commissione Cultura e istruzione della Camera, Rossano Sasso, che oggi è un esponente di primo piano di Fnv. Un triplo scippo, se così si può definire. Infatti ieri Sasso ha rivendicato: «Meloni va nella nostra direzione contro l’islamizzazione delle scuole». Per dare l’idea di essere rimasti spiazzati dell’uscita della premier, ha spostato ancora più a destra l’asticella sulle lezioni di italiano destinate ai genitori di origine migrante. «Questi corsi non devono prevedere un centesimo di soldi pubblici, la conoscenza della lingua dovrebbe essere un prerequisito per chi voglia trattenersi sul territorio nazionale». E l’ex generale si è rivolge alla premier: «Con un piccolo sforzo ce la fai». «Meloni è abile a fare sue le nostre proposte», la sottolineatura del capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari.

IL MINISTRO, invece, è costretto ad abbozzare. Nello stesso momento in cui Valditara parlava al raduno del Carroccio a Pontida della sua scuola sovranista, la presidente del Consiglio lanciava la sua offensiva (oltre al tetto per gli studenti e i corsi di italiano per i genitori anche il divieto di burqa e niqab in aula) senza neanche citarlo. I contendenti di destra non avevano fatto, però, i conti con il Quirinale e il Vaticano. Le norme arriveranno giovedì in consiglio dei Ministri, probabilmente sotto forma di disegno di legge di iniziativa governativa con provvedimenti specifici predisposti dal Mim. La formula del decreto sembra tramontata, anche perché non si intravede l’urgenza. Non a caso ieri il presidente della Repubblica, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice, rivolgendosi a Valditara, ha rimarcato che «La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola è aperta a tutti – ha sostenuto Sergio Mattarella- come dispone l’art. 34 della Costituzione». Il capo dello Stato ha quindi ribadito il principio che «la scuola è chiamata a produrre coesione sociale e deve aiutare a non formare ghetti». Anche il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi ha messo in chiaro che la chiesa cattolica non può «accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo». Due ostacoli non di poco conto. Il Quirinale, nel corso di un breve colloquio con titolare del Mim, ha lasciato intendere che sul niqab non si passa. Così come il tetto per alunni con background migratorio, che Valditara aveva lanciato ad agosto scorso parlando di circolare per le scuole, anche il divieto di velo integrale era un impegno della Lega, poi oggetto di una pdl di Fdi e infine rilanciato dai vannacciani. Una misura spot dato che vestono il burqa meno dell’1% delle donne di religione islamica, con un’incidenza nelle scuole di una ragazza ogni 660 classi (dati Tecnica della Scuola). In origine il suo approdo doveva essere il decreto sicurezza.

DA VIALE TRASTEVERE sostengono che «per gli uffici legislativi non c’è nessun problema». Ma i problemi ci sono e dentro FdI lo hanno percepito benissimo, da qui la sopraggiunta cautela. Che si tratti di un dl o di un ddl, non avrà un percorso facile. L’intenzione dell’esecutivo è incardinare il provvedimento alla Camera subito dopo la legge elettorale ma potrebbe arenarsi subito. Uno sbarramento automatico non si può fare: negare l’iscrizione a una scuola di quartiere a un bambino solo in base alla provenienza della sua famiglia è una discriminazione contraria alla Costituzione e alla normativa Ue sui diritti dell’Infanzia. Per evitare i ricorsi il Mim vorrebbe affidare la regia agli Uffici scolastici regionali che dovrebbero riequilibrare i flussi tra plessi vicini. Tutto ciò però si scontra con l’autonomia scolastica. E con la realtà di diversi territori periferici o vicino a distretti industriali con alta percentuale di famiglie di origine migrante. La Sardegna e la Toscana hanno già respinto l’idea del governo e il sindaco di Prato, dove la presenza di studenti non italiani (in maggioranza cinesi) supera la media nazionale dell’11.6% ha scritto a Meloni per spiegare perché «il tetto del 30% è inapplicabile, imporrebbe due alternative insostenibili: negare il diritto allo studio o costringere famiglie ed educatori a trasferimenti verso plessi distanti chilometri».

PER I SINDACATI della scuola, servirebbero, invece, insegnanti specializzati nell’insegnamento dell’italiano L2 per i ragazzi neo arrivati e mediatori. Il ministro ha promesso di aumentare i primi, ma è un fatto che i docenti L2 siano stati fino a ora usati in segreteria, come supplenti, dislocati su altre materie. Senza contare che il presupposto di fondo, come hanno fatto notare le realtà che si occupano di infanzia, da Save the Children alle associazioni cattoliche, è errato: «La gran parte di coloro che sono censiti come “studenti stranieri” sono nati in Italia – rileva l’Università per Stranieri di Perugia – 607 mila su 931 mila, oltre il 65%». Da sottolineare come solo il 9% dei ragazzi con background migratorio arrivi alle superiori. Una questione di classe sociale più che scolastica.

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