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Il regime di Teheran risponde alle piazze con i raduni e la repressione

Il regime di Teheran risponde alle piazze con i raduni e la repressione

Politica estera

13/01/2026

da Il Manifesto

Francesca Luci

Iran Manifestazioni a favore del governo e obitori pieni. Ma la rivolta rifiuta interventi esterni: «Non siamo ingenui: il regime non crolla in pochi giorni. Un intervento militare non servirebbe a nulla. Occorre pazienza: lavorare per lunghi scioperi, portare i militari dalla nostra parte»

Dopo due settimane di proteste antigovernative, repressione, scontri e sangue per le strade delle città iraniane, ieri mattina il potere teocratico ha mostrato la sua forza nei raduni oceanici dei suoi sostenitori nella capitale e in altre città del Paese. Hanno sfilato anche il presidente Pezeshkian, il ministro degli esteri Araghchi e le massime autorità dello Stato.

I CANALI TELEVISIVI nazionali hanno dedicato ampio spazio alle manifestazioni di regime, quasi a nascondere la loro totale assenza nelle due settimane di proteste popolari. Intervistata, la gente comune denuncia il caro vita e la crisi economica, ma non sostiene atti di vandalismo e terrorismo.

Il presidente Masoud Pezeshkian, che inizialmente aveva assunto toni più moderati nelle sue dichiarazioni tv, ha bollato i manifestanti come «terroristi addestrati» e «vandali» che agirebbero sotto gli ordini di Stati uniti e Israele. Una narrazione per la quale non ha ritenuto necessario presentare prove, poiché la presenza di cellule del Mossad sarebbe stata confermata dai canali di propaganda della stessa organizzazione di spionaggio israeliana.

Dalle poche notizie che sono filtrate nonostante il blocco di internet e dei telefoni, imposto da giovedì scorso, emerge un quadro di violenta repressione nelle strade, con centinaia di vittime e migliaia di feriti. Le fonti più attendibili all’estero parlano di 500 uccisi. Tuttavia, l’isolamento informatico non consente una valutazione indipendente. Il numero reale delle vittime potrebbe essere molto più alto.

L’immagine simbolo della tragedia arriva dall’obitorio di Kahrizak, alla periferia di Teheran. Video verificati mostrano file interminabili di 180 sacchi per cadaveri allineati nel cortile – esaminati dagli esperti di Bbc Persian – mentre i familiari, in pena, cercano di identificare i propri cari. Il personale medico di alcuni ospedali ha riferito che molti giovani sono arrivati ai pronto soccorso già senza vita, colpiti da munizioni. Le autorità attribuiscono le morti dei civili a presunti «elementi addestrati» infiltrati tra la folla. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi ha persino annunciato che verranno presto rese pubbliche «confessioni» che dimostrerebbero il coinvolgimento straniero.

È VERO CHE l’entità dei danni subiti da palazzi pubblici, mezzi pesanti e altre infrastrutture in un arco di tempo così breve, insieme al numero dichiarato di oltre 100 vittime tra le forze di sicurezza, potrebbe far ipotizzare il coinvolgimento di nuclei organizzati. Tuttavia, l’ampiezza della partecipazione nelle due settimane di proteste non lascia dubbi sulla natura profondamente popolare della mobilitazione.

Nel frattempo, il rischio di un’escalation internazionale rimane ai massimi storici. Il presidente statunitense Donald Trump ha avvertito ripetutamente che gli Stati uniti interverranno se il massacro continuerà, dichiarando che il regime iraniano ha ormai superato la «linea rossa». Alcuni iraniani d’opposizione, specialmente i sostenitori della deposta monarchia, auspicano l’intervento americano.

La continua repressione, protrattasi a lungo, ha generato una profonda disperazione tra alcuni iraniani, che emotivamente sperano nella caduta dei leader teocratici oppressivi, anche a costo di un intervento straniero. Tuttavia, questa posizione non è condivisa da molti altri oppositori, che considerano l’eventuale intervento militare Usa potenzialmente in grado di scatenare una guerra devastante. Storicamente, il Paese non ha mai tollerato un dominio straniero.

MENTRE LA RISPOSTA di regime di Teheran rimane una sfida aperta: Il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf ieri in mezzo alla folla ha detto che l’Iran sta conducendo «una guerra su quattro fronti, una guerra economica, una guerra psicologica e una guerra militare» contro Stati uniti e Israele e «ora una guerra contro i terroristi». «La grande nazione iraniana non ha mai permesso ai suoi nemici di raggiungere i loro obiettivi», ha detto Ghalibaf, promettendo che l’esercito iraniano avrebbe inflitto «una lezione indimenticabile» a Trump in caso di un attacco americano.

«Non siamo ingenui: il regime non crolla in pochi giorni. Il nocciolo duro del potere regge ancora e mantiene intatto il proprio apparato repressivo, insieme a una forza economica riservata a pochi – ci scrive Arezu F., una degli attivisti del movimento Donna, Vita, Libertà – La strada è lunga. Un intervento militare non servirebbe a nulla, né a cambiare il sistema né a difendere i manifestanti. Occorre pazienza: lavorare per lunghi scioperi nei settori chiave, portare i militari dalla parte della popolazione ed evitare di trascinare il Paese verso un futuro di conflitti dagli esiti imprevedibili».

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