08/07/2026
da Il Manifesto
Alla fiera dell'Est La presidente del Consiglio si presenta all’ultimo momento al summit atlantico, ma non può evitare di sedere a tavola con Trump. Per la stampa Usa all’origine della rottura c’è il rifiuto di Roma di aderire al Purl

Se non è divieto di incontro ci va a un millimetro. La premier arriva in tailleur-pantalone nero al ricevimento-cena sociale dei leader, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, quasi all’ultimo momento, evitando così di incrociare il litigioso Trump. Mai ritardo fu più strategico e per nulla casuale. A cena, però, i due si ritrovano allo stesso tavolo, con l’ospite Erdogan, il presidente francese, il premier inglese e il cancelliere tedesco e rispettive consorti. Il turco li ha voluti tutti insieme per tentare di ricomporre i rapporti tra Washington e gli alleati. Trump, del resto, nel pomeriggio si era tutto sommato contenuto. Senza risparmiare frecciate rivolte a Meloni ma meno triviali e offensive del solito.
«MELONI È UNA BRAVA persona», dice il presidente americano al bilaterale con il molto elogiato Erdogan. Però il rapporto non è certo quello di prima: «È peggiorato perché lei ha rifiutato di aiutarci. Non ha voluto essere coinvolta nello stretto d Hormuz e credo che abbia commesso un errore». A palazzo Chigi si aspettavano di peggio. Almeno per il momento quasi tirano un sospiro di sollievo anche se quel passaggio sull’errore commesso dalla premier una qualche minaccia sembra proprio veicolarla.
L’attacco di Trump stavolta è a tutto campo. Prende di mira l’intera Europa e in fondo è proprio questo che spiega il sollievo del governo: temeva di finire da solo nel tritacarne. Invece The Donald ne ha per tutti: «Sull’Iran Francia, Germania e Gran Bretagna ci hanno voltato le spalle. L’Italia ci ha voltato le spalle. E va bene così. Ma noi spendiamo centinaia di miliardi e loro per noi non ci sono? Guardano da un’altra parte?».
L’IRRITAZIONE non è posticcia. L’americano è davvero imbufalito con l’Europa tutta per la mancata partecipazione alla sua guerra e con l’Italia ha anche un conto più specifico aperto. Secondo la stampa americana all’origine della rottura c’è il rifiuto italiano di aderire al Purl, il programma di acquisto di armi americane per l’Ucraina. Il presidente lo avrebbe visto anche come segnale politico. Di certo lo ha preso malissimo. Il botta e risposta con Meloni dopo Evian ha completato l’opera, rendendo la rottura personale difficilmente recuperabile.
Quanto all’amministrazione Usa nel complesso però le cose stanno diversamente. A Chigi e ai ministeri della Difesa e degli Esteri sono convinti che gli umori del sovrano non siano condivisi dai suoi alti ufficiali, che mirano invece a evitare lo strappo. È probabile che sia davvero così. Ieri Rubio e il ministro degli Esteri italiano Tajani si sono incontrati ad Ankara e hanno deliberatamente ostentato massima cordialità. Tra Hegseth, che pure è forse il ministro oggi più vicino al presidente, e l’omologo italiano, il ministro della Difesa Crosetto, si è creato un rapporto di fiducia che contrasta con il gelo della Casa Bianca. Roma conta su questo per almeno limitare il danno.
Ma se l’irritazione di Trump è reale, è anche vero che il mercante della Casa Bianca la usa ora come arma negoziale nel suq che più gli sta a cuore: quello delle spese per la Difesa. Gli europei, oggi, faranno a gara per compiacerlo a parole senza doversi impegnare troppo, cercando di ritardare se non di evitare un ritiro americano che tutti danno per certo. L’Italia su quel fronte aveva ricevuto garanzie tranquillizzanti dopo l’incontro fra Crosetto e Hegseth. Alla Difesa ritengono che le cose non siano cambiate dopo il prolungato duello fra il presidente e la premier.
LA NOTA DOLENTE restano i soldi. Su quel fronte l’Italia è in realtà completamente scoperta. Parteciperà certamente alla contributo di 140 miliardi in due anni per l’Ucraina, insistendo però perché in quella cifra venga compreso il contributo di 90 miliardi già deciso dalla Ue e soprattutto evitando l’acquisto secco di armi. Mira a sostenere Kiev sul piano delle infrastrutture e con mezzi bellici prodotti in Italia o coprodotti con altri paesi europei.
SUL FRONTE DEL 5% per la Nato entro il 2035 l’Italia prometterà e garantirà ma senza aprire davvero i cordoni della borsa. Perché la priorità per il governo sono le elezioni del 2027 e non le si può affrontare con l’accusa di buttare decine di miliardi in armi sul groppone.

