29/10/2029 h.15,31
da Il Fatto Quotidiano
Respinto il ricorso straordinario di Ilva e Acciaierie d'Italia: la produzione di acciaio non riprenderà. Si apre ora una partita occupazionale che interessa 20mila lavoratori
I giochi sono fatti: l’Ilva è finita e gli altiforni resteranno spenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso straordinario confermando la sospensione dell’area a caldo della fabbrica di Taranto, decretando – sostanzialmente – la fine dell’impianto siderurgico a ciclo integrale. La Suprema Corte ha rigettato tutti motivi avanzati dalle due società, sia sotto il profilo della competenza della giustizia ordinaria in materia di disapplicazione dell’Autorizzazione integrata ambientale che nel merito delle questioni sollevate dall’associazione Genitori Tarantini nell’azione inibitoria collettiva e accolte dalla Corte d’Appello di Milano: confermata la pericolosità attuale delle 2.140 tonnellate di amianto presenti nei cowpers degli altiforni, i giudici hanno spiegato che è perfino superfluo discutere la questione delle emissioni di polveri sottili dai camini.
Nelle 70 pagine della sentenza si legge che “l’ordine impartito dai giudici non determina di per sé alcun effetto segregativo sui beni dell’impresa, incidendo solo sulle modalità di esercizio dell’attività produttiva, che per fini superiori deve essere svolta nel rispetto e a protezione di beni di rango costituzionale, come la salute e l‘ambiente”. In sostanza, la Cassazione – riunita a Sezioni unite – ha confermato quanto già sostenuto in due gradi di giudizio dai magistrati milanesi, cioè che il diritto alla salute è in ogni caso preminente sulla libertà d’impresa: esistono “pericoli ‘gravi e rilevanti'” che “impongono la sospensione dell’attività” senza violare il principio di proporzionalità, “tenuto conto anche dell’annoso protrarsi della vicenda”, si legge nelle motivazioni. I giudici di merito, viene spiegato nella sentenza, hanno operato in modo “corretto e ragionevole” e “faticoso bilanciamento degli interessi”.
Per la Suprema Corte, innanzitutto, non c’era alcun vizio – come reclamavano Ilva e Acciaierie d’Italia – legato alla legittimità del Tribunale di Milano, poiché si è limitato a disapplicare l’Autorizzazione integrata ambientale in via incidentale, con effetti limitati alle parti, e a inibire alle società la prosecuzione di condotte nocive. La competenza, dunque, non era del Tribunale amministrativo regionale poiché i Genitori Tarantini reclamavano non l’annullamento dell’Aia ma chiedevano di inibire una condotta privata pregiudizievole per la salute dei cittadini: “Si tratta dunque di un diritto soggettivo, costituzionalmente tutelato” e quindi la giurisdizione è del “giudice ordinario”, ha sentenziato la Cassazione.
Il decreto di sospensione dell’attività dell’area a caldo disposto dalla Corte di Appello di Milano, quindi, resta in vigore: toccherà ora ai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, gestore dello stabilimento, spegnere definitivamente gli impianti che erano stati posti in preriscaldo, cioè in una condizione di stand-by che avrebbe permesso un’eventuale ripartenza senza danni qualora la Cassazione avesse cancellato l’ordine dei giudici milanese. Tecnicamente, l’acciaieria potrebbe ricominciare a produrre qualora risolvesse i problemi che hanno portato all’inibitoria, ma i tempi lunghi e la condizione degli impianti sanciscono di fatto la fine dello stabilimento, che aveva iniziato la sua produzione nel novembre 1964. Si apre ora una partita occupazionale e industriale che riguarda quasi 9.000 lavoratori diretti e circa 20mila considerando l’indotto.

