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Inflazione a colpi di dazi dall’America sul mondo

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Il pianeta rischia un’altra serie di imbardate inflazionistiche, esattamente come avvenne negli Anni ’70. Allora i mercati entrarono in un periodo di schizofrenia finanziaria, con i prezzi che cominciarono a oscillare violentemente. Un ottovolante che durò quasi 10 anni e mise a dura prova la pazienza dei consumatori e i nervi delle Banche centrali. Oggi, secondo diversi e autorevoli analisti, c’è il rischio che quella logorante altalena ai registratori di cassa si possa ripetere.

Il ‘Fattore Trump’

A complicare (incupendoli) i risultati di qualsiasi previsione, ‘il fattore Trump’. E non serve essere macroeconomisti per capire che il feroce approccio protezionistico trumpiano, utilizzato come clava politica per risolvere le controversie internazionali, si porta (potenzialmente) appresso una dirompente carica inflazionitica. Ci sono, evidentemente, anche diversi altri fattori che giocano al rialzo. Ma resta un fatto conclamato, e cioè che i consumatori americani già ‘si aspettano’, come risultato dei dazi doganali di Trump, prezzi più alti. Una valutazione che si estende al mercato del lavoro, dove la ‘sofferenza’ per mancanza di manodopera in alcuni settori manifatturieri o, soprattutto nell’agricoltura, si farà presto sentire in modo acuto. E questo anche per le draconiane misure anti-immigrati, volute dalla nuova Amministrazione repubblicana, che provocheranno un conseguente aumento dei salari. E quindi del costo finale dei beni, che sarà scaricato sui consumatori. Fin qui la teoria.

A seguire dagli Usa al mondo

I fatti confermano i timori e allargano le preoccupazioni di chi teme la crescita di una nuova ondata inflazionistica a stelle e strisce. Pronta a contagiare tutti. Ieri il Financial Times, sulla piega che sta prendendo il mercato americano: «L’inflazione statunitense è aumentata inaspettatamente al 3% a febbraio e gli ultimi verbali della Fed hanno messo in guardia dal rischio rialzo per l’inflazione. Le aspettative dei consumatori di aumenti dei prezzi a lungo termine sono ai massimi dal 1995». Quest’ultima valutazione è la chiave per comprendere le paure dei mercati, e quanto difficile sia il compito della Federal Reserve. Finora Jerome Powell, il suo Presidente, ha resistito a tutte le «esortazioni» (chiamiamole così) di Trump, tese a ottenere un ulteriore taglio dei tassi. D’altro canto, l’universo finanziario del pianeta ha gli occhi puntati sulla Federal Reserve americana, considerata la «madre» di tutte le Banche centrali, la musa ispiratrice che detta il livello dei tassi di interesse. E che quindi influenza la vita di ogni singolo individuo, anche europeo, dato che la BCE pensa con la sua testa, ma sente e guarda costantemente verso Washington.

Europa sulla scia anche economica Usa

Quello che fanno gli americani, prima o dopo lo faremo anche noi. Il problema è il ‘quando’, visto che la Banca centrale europea, per come è strutturata, non ha certo la snellezza della Federal Reserve e si porta dietro tutte le incrostazioni burocratiche proprie dei carrozzoni di Bruxelles. Se Trump fa danni, dunque, l’Europa potrebbe essere lenta, ma soprattutto scoordinata, nel reagire. Ma quali sono le prospettive? Il Financial Times rivela parte dei verbali desecretati della FED. «I funzionari della Federal Reserve – scrive – il mese scorso hanno indicato che servivano ulteriori progressi sull’inflazione prima di qualsiasi nuovo taglio dei tassi di interesse, e la Banca centrale statunitense ha mantenuto stabile la politica monetaria di fronte all’elevata incertezza sulle prospettive. Un approccio cauto a qualsiasi modifica della politica monetaria. Nel corso della riunione, i funzionari della Fed hanno ritenuto opportuno mantenere la politica monetaria a livelli restrittivi, preoccupati per il crescente rischio al rialzo delle politiche economiche della nuova Amministrazione Trump. Alcuni hanno valutato per ora improbabile che le condizioni del mercato del lavoro siano una fonte di pressione inflazionistica nel prossimo futuro, ma sono preoccupati che potenziali cambiamenti nella politica commerciale e di immigrazione proposti da Trump possano ‘ostacolare’ la disinflazione insieme alla ‘forte domanda dei consumatori’».

Fed avverte, se Musk non la chiude

«Durante la riunione della Fed, i funzionari hanno anche notato che ‘i contatti commerciali in diversi distretti avevano indicato che le aziende avrebbero tentato di trasferire ai consumatori i costi più elevati derivanti da potenziali tariffe imposte dall’Amministrazione Trump sui beni importati». E siccome le disgrazie non viaggiano mai da sole, il Financial Times ha anche pubblicato la notizia di una prima risposta in ambito BCE. Un’alta funzionaria tedesca, Isabel Schnabel, esponente del Comitato esecutivo (e ‘monetarista’ di ferro) ha detto che con le prospettive di rialzo dell’inflazione, tagliare ancora i tassi è impossibile. Chissà cosa ne pensa l’inguaiato candidato Cancelliere (Friedrich Merz), dell’inguaiatissima Germania….

26/02/2025

da Remocontro

Piero Orteca

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