08/05/2026
da il Manifesto
Il nero vince Poco prima dell’annuncio, alle 3:50 del mattino, qualcuno investe al ribasso. E realizza

Che l’uranio e la libertà del popolo iraniano c’entrassero poco con l’ultima guerra americana era chiaro fin dall’inizio. Certo, c’è Israele e la sua volontà di consolidare il proprio dominio regionale. Ma non basta. Gli Stati Uniti oggi producono abbastanza petrolio da esportarlo, e la crisi del Golfo – con la chiusura di Hormuz – ha finito per favorire, guarda caso, proprio le big oil americane. Manca però un tassello: chi conosce in anticipo mosse e annunci del tycoon sta facendo soldi a palate. È già successo con il sequestro di Maduro, con i dazi, con i tecnologici e con le criptovalute. Ed è successo in modo clamoroso anche questa volta. Ormai è un metodo di governo.
L’ULTIMO CASO è stato ricostruito dal settimanale finanziario The Kobeissi Letter in un post su X. È l’alba di mercoledì scorso: senza notizie rilevanti, vengono aperti 10.000 contratti «short» – vendite allo scoperto per lucrare sul calo dei prezzi – pari a 920 milioni di dollari nominali. Un volume anomalo per quell’ora. 70 minuti dopo, Axios pubblica la notizia-scoop di un presunto accordo in «14 punti» tra Stati Uniti e Iran. Si fa giorno, il prezzo del greggio è già crollato del 12%, generando un profitto di 125 milioni in poche ore per chi aveva scommesso al ribasso. Una tempistica da orologio svizzero.
Sul fronte opposto, questa volta Teheran punta il dito contro Axios e il suo giornalista Barak Ravid, accusato di aver annunciato cinque volte in 19 giorni un accordo «imminente» mai arrivato – e ogni volta i corsi del greggio precipitavano per un giorno. Per la tv di Stato iraniana, quelle indiscrezioni avrebbero alimentato la volatilità, favorendo «gli amici nel governo Usa». Ravid, d’altra parte, da anni tra i cronisti più informati su Washington e Tel Aviv, è passato da giornalista «ben introdotto» a voce quasi ufficiale del potere. L’informazione è parte della guerra, ma ora anche un mezzo per far fare soldi.
Intanto, secondo Abc News, il Dipartimento di giustizia e la Commodity Futures Trading Commission starebbero analizzando operazioni sospette per oltre 2,6 miliardi di dollari di transazioni effettuate pochi minuti prima degli annunci presidenziali su guerra, tregue e rinvii militari. Il 23 marzo, 15 minuti prima che Trump comunicasse il rinvio degli attacchi alla rete elettrica iraniana, qualcuno ha puntato 500 milioni sul ribasso del greggio e ha vinto. Il 7 aprile, altre scommesse per 960 milioni poche ore prima del cessate il fuoco temporaneo, fino al caso di mercoledì. «È un’economia predatoria, l’odore di corruzione è insopportabile», ha scritto Paul Krugman su Substack, avvertendo che la presenza di operatori con informazioni privilegiate rischia di minare la fiducia nel mercato dei futures, che dovrebbe ridurre l’incertezza anziché moltiplicarla.
MA IL PUNTO è anche un altro: come si forma davvero il prezzo del petrolio? La chiusura di Hormuz ha inciso sull’offerta, certo. Ma gli Stati Uniti – oggi primi esportatori mondiali davanti all’Arabia Saudita – hanno compensato parte del deficit. Il resto lo fanno le scommesse. La quasi totalità delle operazioni non riguarda barili reali, ma «petrolio di carta»: futures e opzioni. Gli speculatori comprano contratti puntando sul rialzo (long) o li vendono scommettendo sul ribasso (short), senza alcuna intenzione di ricevere fisicamente il greggio. Questa massa di denaro influenza il prezzo reale molto più dei flussi fisici. E la speculazione amplifica la volatilità: basta un allarme su Hormuz, un attacco a un impianto, un annuncio del tycoon, per generare oscillazioni violente.
È UN CIRCUITO che si autoalimenta: guerra, rischio di strozzature, aumento della domanda di petrolio americano, balzo dei prezzi, nuove scommesse. Un meccanismo che negli ultimi mesi ha favorito i produttori Usa e, in misura diversa, anche la Russia, insieme – come si è visto – a investitori «bene informati». Secondo il Financial Times, le compagnie petrolifere Usa potrebbero incassare fino a 63 miliardi di extraprofitti. Ma la distribuzione resta squilibrata: nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 50% dei guadagni da combustibili fossili è finito all’1% più ricco d’America, mentre il 50% più povero ha ricevuto appena l’1%. Anche oggi lo scenario è simile, come mostrano i prezzi alla pompa, aumentati di oltre il 30%.
PETROLIERI, BANCHE, speculatori, «insider». Non il popolo, che paga la guerra con inflazione e caro carburante. La partita nel Golfo è ancora aperta, ma ciò che accadrà non dipende solo dalla Casa Bianca: il baricentro resta nell’equilibrio tra lobby finanziarie, petrolifere e industria degli armamenti.

