19/07/2026
da Il Manifesto
La strage Settimo giorno di raid su tutto il Paese. La risposta di Teheran infiamma il Golfo. Nella Repubblica islamica dal 6 luglio almeno 50 morti. Nel mirino anche le infrastrutture
Stati Uniti e Iran scivolano verso il punto di non ritorno, e nessuno nella comunità internazionale sembra avere la forza, o la volontà, di fermare l’escalation. Da sette giorni Washington colpisce il sud e anche il nord dell’Iran, mentre Teheran risponde colpendo gli interessi Usa nei paesi limitrofi.
Ogni ora che passa avvicina le due parti a una guerra totale in Medio Oriente, un conflitto che, se non arginato, rischia di travolgere l’intero scacchiere internazionale. Il prezzo più alto lo pagheranno, come sempre, gli iraniani con la vita, i cittadini dei paesi più fragili con la povertà, e infine anche l’Occidente, alle prese con inflazione e carovita.
I NEGOZIATI, ORMAI, sono un ricordo che si sbiadisce a ogni nuovo attacco: resta solo la cronaca di una guerra che ha il sapore amaro della follia umana. Tra venerdì e sabato l’offensiva statunitense si è intensificata, spingendosi ben oltre le coste del Golfo Persico fino a colpire obiettivi nell’entroterra iraniano. Tra i raid più distruttivi, quello contro l’impianto di desalinizzazione Bunji, nella città portuale di Jask, dove sono stati colpiti una stazione di pompaggio e un trasformatore elettrico: circa 10.000 abitanti, distribuiti in una ventina di villaggi, sono rimasti senza acqua potabile.
Nel mirino anche le infrastrutture di trasporto: danneggiati i tunnel gemelli Shahid Mirzaei e un ponte sull’autostrada settentrionale verso Bandar Abbas, mentre esplosioni sono state segnalate a Yazd, Ahvaz, Sirik e sull’isola di Qeshm. Pesante il bilancio sulle comunicazioni: nella provincia di Hormozgan oltre cento piloni per le telecomunicazioni sono stati messi fuori servizio, con interruzioni diffuse di telefonia e internet in vaste aree della regione.
Il ministero della Salute iraniano ha comunicato che gli attacchi Usa contro il Paese, iniziati il 6 luglio, hanno causato almeno 50 morti e oltre 500 feriti.
La Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha dichiarato ieri che le ripetute violazioni da parte di Washington del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti dimostrano che la firma del presidente Trump è «completamente priva di valore e di credibilità».
LE GUARDIE DELLA RIVOLUZIONE (IRGC) hanno colpito due impianti di desalinizzazione e un centro petrolifero, provocando incendi, gravi danni e numerosi feriti tra lavoratori e soccorritori. Nel mirino anche le installazioni militari statunitensi di Camp Arifjan e della base aerea di Ali Al Salem, oltre a un molo per il rifornimento di carburante nel porto di al-Ahmadi. Le autorità kuwaitiane hanno dovuto sospendere temporaneamente i voli dall’aeroporto internazionale. In Bahrain gli attacchi hanno preso di mira la base aerea di Sheikh Isa – dove sono schierati caccia americani – e un centro dati dell’intelligence gestito da Batelco. Le sirene d’allarme hanno risuonato più volte in diverse zone del paese.
Ma è l’ attacco contro la base statunitense di Al Azraq, in Giordania, a presentare il conto più salato: l’IRGC ha sostenuto di aver abbattuto due caccia Usa, Amman ha parlato solo di dieci missili balistici iraniani diretti verso il proprio spazio aereo e intercettati. Ma il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) conferma che nell’attacco due militari statunitensi sono rimasti uccisi e un terzo risulta disperso. Al,emo altri quattro militari sono rimasti feriti.
PER LA PRIMA VOLTA in tre mesi, infine, l’Iran ha esteso gli attacchi all’Arabia Saudita: allarmi antiaerei sono scattati presso la base aerea Prince Sultan, ad Al-Kharj, e nei pressi delle infrastrutture di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso, segno di un’ulteriore escalation regionale.
Hormuz resta di fatto chiuso. Il conflitto ha scatenato una violenta volatilità sui mercati del greggio, con il Brent salito oltre gli 88 dollari al barile. La Banca Mondiale stima un aumento dei prezzi energetici del 24% e prevede che, a lungo andare, le banche centrali saranno costrette ad alzare i tassi d’interesse, rendendo il debito pubblico più costoso.
Per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz, le compagnie petrolifere statunitensi hanno firmato accordi da circa 60 miliardi di dollari con l’Iraq per sviluppare rotte di esportazione alternative, inclusa la riabilitazione dell’oleodotto Iraq-Siria. Goldman Sachs stima però che la costruzione delle nuove infrastrutture richieda almeno due anni e mezzo, un orizzonte che rende queste soluzioni inutili per la crisi attuale.

