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Iran: il New York Times conferma l’attacco in due fasi

Iran: il New York Times conferma l’attacco in due fasi

Politica estera

24/02/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Arrivano conferme autorevoli sull’esistenza di un piano americano di attacco all’Iran in due fasi. Dopo le anticipazioni del Wall Street Journal, questa volta è il New York Times a ribadire il rischio di un’escalation militare programmata della crisi. Intanto, giovedì riprendono le trattative a Ginevra, mentre a Teheran si confrontano ‘moderati e intransigenti’.

Diplomazia delle cannoniere

Giovedì prossimo, a Ginevra, riprenderanno gli incontri tra Stati Uniti e Iran sui piani nucleari di Teheran, per quelli che il New York Times giudica ormai come dei negoziati «disperati, per evitare un conflitto militare». Lo stesso giornale titola: «Trump valuta un attacco mirato contro l’Iran, seguito da un attacco più ampio». Spiegando poi, che l’opzione in due fasi si sta delineando come tra le la più probabili tra quelle prese in esame dall’Amministrazione Usa, per costringere gli ayatollah a firmare un nuovo trattato. Trump, secondo il ‘Times’, ha illustrato ai suoi consiglieri una sorta di ‘strategia delle cannoniere’, che consiste nel dare una prima dimostrazione di forza mirata, per costringere gli avversari a capitolare. Questo progetto ibrido, di trattative che si mischiano con una guerra ‘a bassa intensità’, dovrebbe indurre la leadership iraniana ad accettare le condizioni poste dagli Stati Uniti per arrivare a un’intesa. Che tuttavia, per quello che filtra dalle segrete stanze di Pennsylvania Avenue, non dovrebbe essere limitata solo all’arricchimento dell’uranio (e quindi a un’ipotetica fabbricazione di ordigni atomici), ma anche contenere altri rigorosi paletti, che riguardano, in particolare, lo sviluppo della missilistica e il sostegno all’Asse della Resistenza. Cioè a tutti quei gruppi di matrice islamica (quasi sempre sciita) che operano con attività di guerriglia, tra Yemen, Iraq, Siria e Libano. «Sebbene non siano state prese decisioni definitive, hanno affermato i consiglieri – come aggiunge il NYT – Trump è propenso a condurre un attacco iniziale nei prossimi giorni, con l’obiettivo di dimostrare ai leader iraniani che devono essere disposti ad accettare di rinunciare alla capacità di costruire un’arma nucleare. Se queste misure non dovessero convincere Teheran ad accogliere le sue richieste, il Presidente ha detto ai suoi consiglieri che lascerà aperta la possibilità di un attacco militare entro la fine dell’anno, con l’obiettivo di rovesciare l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema».

La reazione iraniana

Per riuscire a trattare con successo, bisogna conoscere le reali intenzioni dell’avversario e, soprattutto, chi detiene il potere di ‘concedere o di negare’. Nel nostro caso, e a scanso di equivoci, un organo come il Teheran Times è lo specchio fedele di quelli che sono gli input che arrivano dalla anziana Guida Suprema, Alì Khamenei. Nell’articolo di apertura di ieri, viene citata per prima una frase del Ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, estratta da un’intervista concessa alla CNBC: «Rispondiamo alla forza con la forza e rispondiamo al rispetto con il rispetto». «A quanto pare – aggiunge sferzante Teheran Times – quel messaggio non è arrivato alla Casa Bianca». Che significa? Beh, ciò che abbastanza ambiguamente finora hanno cercato di dire e non dire i negoziatori iraniani per guadagnare tempo, adesso viene ripetuto dal giornale, che rispecchia le prese di posizione ufficiali del regime. In sostanza, è una sorta di messa in guardia, fatta per vie traverse, ma che ha una sua autorevolezza, perché rispecchia la reale volontà della leadership sciita. Dopo avere fatto la storia dei fallimenti che hanno segnato i tentativi di altri Presidenti americani ‘di soggiogare l’Iran’, il Teheran Times lancia il suo avvertimento: «Se Trump si rifiuta di offrire un accordo che sia rispettoso e reciprocamente vantaggioso, che riconosca gli interessi dell’Iran, anziché esigere una resa incondizionata, e opta invece per un’aggressione militare, replicherà l’errore di calcolo che ha condannato la politica americana nei confronti dell’Iran per decenni. Scommetterebbe che la pressione e la forza militare possano spezzare una nazione sopravvissuta a otto anni di guerra con Saddam Hussein, decenni di sanzioni, l’assassinio dei suoi comandanti e la presenza costante di navi da guerra americane nelle sue acque. Scommetterebbe che gli iraniani, che storicamente hanno trasformato le minacce esterne in ragioni di unità nazionale – conclude il giornale – decideranno finalmente di capitolare. Quella scommessa è già stata fatta. Ha sempre perso».

Gli intransigenti non si fidano

Se la diplomazia planetaria è già in stato confusionale, possiamo immaginarci quanto precari siano diventati gli equilibri geopolitici, in questo momento, in un’area ad alto rischio come il Golfo Persico. Semplicemente, si fatica molto più di prima a comprendere le reali posizioni della controparte. E se è spesso difficile indovinare la logica che guida le scelte dell’America trumpiana, ancora più complicato è ‘leggere’ le complesse dinamiche di potere che si agitano nei palazzi della teocrazia persiana. Un report di Zvi Bar’el sull’israeliano Haaretz, spiega la diversa percezioni della crisi tra moderati e intransigenti. I primi ritengono che il gioco al rialzo dell’escalation, fatto da Trump, rientri nella sua tattica negoziale. I secondi, invece, sono molto più allarmati e ne fanno una vera e propria questione di sopravvivenza del regime. «La dimostrazione di forza americana e la minaccia israeliana di unirsi a essa – scrive Bar’el – non sono più semplicemente merci di scambio o tattiche di pressione, ma vengono viste come tentativi di progettare un cambiamento strategico nell’equilibrio di potere regionale e di neutralizzare la capacità deterrente a lungo termine dell’Iran, negandogli un’opzione di secondo attacco. Questa ipotesi conservatrice attribuisce la fine della guerra di giugno alla deterrenza iraniana e al massiccio lancio di missili su Israele, piuttosto che all’intervento di Trump. La conclusione è che l’Iran può mostrare flessibilità sulla questione nucleare, ma non su quella missilistica, poiché qualsiasi concessione in questo ambito costituirebbe un colpo strategico alla sicurezza nazionale, indebolendo definitivamente l’Iran.

I conservatori iraniani

  • I conservatori iraniani deducono da questa conclusione due possibili linee d’azione principali. Nella prima, un attacco statunitense limitato nel tempo e nella portata incontrerebbe una risposta iraniana altrettanto limitata. L’altro scenario, molto più pericoloso, è che l’Iran risponderebbe a un attacco limitato con un attacco diffuso e su più fronti, che includerebbe l’attivazione dei suoi alleati in Iraq, Libano e Yemen, l’interdizione delle rotte commerciali nel Golfo Persico e il blocco dello Stretto di Hormuz. Tutto questo, naturalmente, accadrebbe se la leadership sciita avesse la convinzione che americani e israeliani intendono sfruttare la mancata intesa sul nucleare, per puntare in realtà al crollo del regime sciita.
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