13/03/2026
da Remocontro
Un successo tattico molto discutibile e una catastrofe strategica quasi sicura: è questa la prima seria considerazione politica e militare che emerge, dopo due settimane di attacchi israeliano-americani all’Iran. Anche perché arrivano notizie che lasciano stupiti. Una fra tutte: i Servizi di Intelligence erano stati chiari nel prevedere che il regime degli ayatollah difficilmente sarebbe caduto solo con i bombardamenti.

Rapporti inascoltati
L’esclusivo rapporto della Reuters lascia pochi dubbi, confermando di fatto quanto già anticipato dal New York Times e dal Washington Post. L’Agenzia sottolinea due aspetti della pianificazione operativa americana assolutamente deboli. Con presupposti sbagliati, smentiti poi dalla situazione sviluppatasi sul campo. L’iniziativa strategica della Casa Bianca e del Premier israeliano Netanyahu, insomma, è stata portata avanti ugualmente, nonostante i chiari avvertimenti della Cia. E non solo. Perché, a tutti i documenti elaborati sul format dei National Intelligence Estimate, concorre ognuno dei 16 Servizi segreti Usa, coordinati dal Direttorato per l’Intelligence.
Il rilancio della Reuters
Dunque, secondo la Reuters, il succo del rapporto è che «l’Intelligence statunitense non prevede un imminente crollo del governo di Teheran, mentre le milizie curde iraniane (che dovrebbero sollevarsi contro il regime n.d.r.) sono a corto di combattenti e armi». Inoltre, aggiunge l’Agenzia (facendo capire che qualcuno deve avere ignorato gli avvertimenti), bisogna constatare che «i recenti rapporti di intelligence sono coerenti». Nel senso che seguono la stessa traccia e sostengono le stesse cose, già dette nei documenti precedenti, periodicamente sottoposti all’Amministrazione Trump. «Secondo tre fonti a conoscenza della questione – scrive Reuters – l’Intelligence statunitense indica che la leadership iraniana è ancora in gran parte intatta e non rischia di crollare nell’immediato, dopo quasi due settimane di incessanti bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele. Una ‘moltitudine’ di rapporti di intelligence – prosegue l’Agenzia – fornisce ‘un’analisi coerente secondo cui il regime non è in pericolo’ di collasso e ‘mantiene il controllo del popolo iraniano’. L’ultimo rapporto è stato completato negli ultimi giorni, ha affermato la fonte».
«Intransigenti» al potere
«Con la crescente pressione politica dovuta all’impennata dei costi del petrolio – prosegue l’analisi di Reuters – il Presidente Trump ha lasciato intendere che porrà fine ‘presto’ alla più grande operazione militare statunitense dopo il 2003. Ma trovare una conclusione accettabile alla guerra potrebbe essere difficile se i leader ‘intransigenti’ dell’Iran rimarranno saldamente trincerati». Il punto è proprio questo. I resoconti dell’Intelligence sottolineano la coesione della leadership clericale iraniana nonostante l’uccisione della Guida suprema, l’ayatollah Áli Khamenei». Ma c’è di più. La Reuters sostiene che nel corso di discussioni con fonti riservate, anche gli israeliani hanno riconosciuto che non vi è alcuna certezza che la guerra porterà al crollo del governo clericale. Sul caso specifico, ieri è stato il britannico Guardian a dare ampio spazio nella sua prima pagina.
Scettici anche gli israeliani
Ecco cosa dice il Guardian citando alti funzionari della Sicurezza israeliana: «Alcuni di loro sostengono che non è mai stato realistico aspettarsi che una guerra aerea potesse far crollare immediatamente il governo iraniano o replicare la svolta politica imposta a Caracas. ‘È un pio desiderio’, ha detto una delle fonti di intelligence. ‘Avevamo un piano su come eliminare i missili balistici, come gestire i siti nucleari, come gestire l’industria militare in Iran. Ma non ho mai sentito dire che sapessimo come condurre una campagna di cambio di regime dall’alto. Non abbiamo mai saputo come entrare nella testa di 90 milioni di persone. Quindi come potremmo sapere se scenderanno in piazza o no? Speriamo che ci vadano».
L’allarme del Washington Post
E veniamo alla ‘madre’ di tutti i rapporti sul tema molto delicato che stiamo trattando. Il primo articolo è quello del Washington Post che, in un certo senso, finisce per sbugiardare molti dei ‘teoremi geopolitici’, fabbricati in questi giorni nello Studio ovale di Pennsylvania Avenue. «Un rapporto classificato del National Intelligence Council – dice il giornale – ha rilevato che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti, difficilmente riuscirebbe a spodestare il consolidato establishment militare e clericale della Repubblica islamica, una valutazione che fa riflettere, mentre l’Amministrazione Trump solleva lo spettro di una campagna militare estesa che, secondo i funzionari, è ‘appena iniziata’. I risultati –confermati al Washington Post da tre persone a conoscenza del contenuto del rapporto- sollevano dubbi sul piano dichiarato del Presidente Donald Trump di ‘ripulire’ la struttura di leadership dell’Iran e insediare un governante di sua scelta. Il rapporto, completato circa una settimana prima che Stati Uniti e Israele iniziassero la guerra il 28 febbraio, delineava scenari di successione derivanti da una campagna mirata contro i leader iraniani o da un attacco più ampio contro la sua leadership e le istituzioni governative, hanno affermato le fonti a conoscenza dei risultati».
Le conclusioni
- «In entrambi i casi, l’Intelligence ha concluso che l’establishment clericale e militare iraniano avrebbe risposto all’uccisione della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, seguendo protocolli volti a preservare la continuità del potere, hanno affermato queste fonti». La prospettiva che l’opposizione frammentata dell’Iran prenda il controllo del Paese è stata definita improbabile

