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Iran: trattativa ad ostacoli con i ‘duri’ al comando

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Politica estera

04/06/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Trump, sempre più zigzagante, cerca di rassicurare tutti, con un misto di promesse e minacce, sul buon esito dei negoziati. Ma i segnali che arrivano da Teheran, ci dicono che la situazione resta confusa e che la tregua e l’eventuale intesa sono sempre appesi a un filo. E gli “intransigenti” lanciano messaggi trasversali.

Uno scontro nel regime

La lettura che possiamo dare di questa complicata fase della crisi del Golfo è quella di ribadire alcuni concetti essenziali: nel regime iraniano si agitano scuole di pensiero diverse, che riflettono gruppi di potere contrapposti, tra “moderati” e “intransigenti”. Alla Casa Bianca, invece, il “one man show” del Presidente è solo una parte del discorso. Nei fatti, Trump è assediato da mezzo Partito Repubblicano, insoddisfatto del suo tira e molla con la teocrazia persiana. La risultante è una linea diplomatica contorta, che risente delle disomogeneità istituzionali di entrambe le parti. L’altro ieri, per esempio, il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamidreza Haji Babaei, ha puntualizzato un concetto che i negoziatori americani sembrano sottovalutare. Il regime vuole un accordo, ma non a tutti i costi. Soprattutto, ha rimarcato l’importante esponente politico, “non rinunceremo mai al controllo sullo Stretto di Hormuz e al diritto all’arricchimento dell’uranio”. Babaei è un “duro e puro”, anzi per essere più precisi un “superfalco” anti-occidentale, cresciuto alla scuola del Presidente più duro di tutti, Mahmoud Ahmadinejad, un leader così intransigente da dare fastidio persino agli ayatollah più conservatori. Babaei, Ministro dell’Educazione con Ahmadinejad, ha in seguito partecipato al complotto politico per defenestrare il Presidente “riformista” Rohuani. E poi ha fatto carriera nel Parlamento. Ora si sta dando da fare per rendere le trattative una corsa a ostacoli, nel senso che rivendica quasi una vittoria strategica per Teheran e, dunque, la facoltà di imporre condizioni a Trump.

Hormuz e il nucleare

Babaei, in un discorso ampiamente riportato dal Teheran Times, che per la verità sembra più indirizzato a degli interlocutori (o avversari?) interni, piuttosto che a quelli che siedono Oltreatlantico, ha lanciato un avviso, che suona però anche come una velata minaccia trasversale. “Facendo riferimento a un recente messaggio della Guida suprema della Rivoluzione islamica – scrive il giornale – Babaei ha sottolineato che i funzionari dovrebbero adottare posizioni che rafforzino il morale nazionale, consolidino l’unità e costringano gli avversari alla ritirata, anziché creare ansia tra la popolazione”. Tradotto dal politichese, è un “consiglio” per chi sta trattando, a non fare troppe concessioni. Soprattutto sui due punti chiave, Hormuz e il nucleare. Infatti, a scanso di equivoci, l’ex ministro ha inoltre sottolineato l’importanza strategica dello Stretto  affermando “che nessuna decisione riguardante questa vitale via navigabile può ignorare i diritti e gli interessi del popolo iraniano”. Haji Babaei ha fatto lo stesso per l’arricchimento dell’uranio e lo sviluppo delle tecnologie nucleari, definiti dal vicepresidente del Parlamento iraniano “diritti legittimi della nostra nazione”.

Atomiche: doppio standard?

Loro dicono di non volerla la bomba atomica. Anzi, citano sempre una fatwa (editto religioso islamico) di Alì Khamenei, emessa nel 2003, che impedisce all’Iran di dotarsi di queste armi. Prima di tutto per motivi di fede. Detto questo, gli iraniani contrattaccano e pongono il problema (cruciale) del “doppio standard”. Noi no, e altri perché si? Intervenendo alla Conferenza sul disarmo di Ginevra, Mohammad Hossein Sayyadnejad, in rappresentanza di Teheran, ha chiesto un disarmo nucleare generalizzato, criticando i tanti impegni non mantenuti. “Il diplomatico iraniano – sostiene Teheran Times – ha inoltre condannato i ‘doppi standard’ riguardanti l’arsenale nucleare non dichiarato di Israele, sostenendo che il regime israeliano rimane il principale ostacolo alla creazione di una zona libera da armi nucleari in Asia occidentale”. Ha poi aggiunto che le attività nucleari del suo Paese sono sviluppate a scopo pacifico, sotto la supervisione dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’energia atomica).

Ricatto strategico

Ridotto all’osso, l’ayatollah-pensiero sulla conduzione della guerra di logoramento contro il binomio israelo-americano e, per la disgraziatissima proprietà transitiva, contro il resto dell’Occidente (e del pianeta) ha principalmente un nome: Hormuz. Ormai solo gli imbecilli (ce ne devono essere assai però), che affollano le paludate “Situation room” non hanno compreso che è là che si gioca la partita. E che le carte non le dà più Trump, ma le mischiano i mercati e, soprattutto, gli umori sempre più cupi degli elettori americani. A Teheran l’hanno capito da un pezzo e ci marciano. Leggiamo cosa scrive Teheran Times, che possiamo ritenere l’organo internazionale semiufficiale del regime: “Lo Stretto di Hormuz appare oggi più che mai il teatro centrale dello scontro strategico tra Teheran e Washington, uno scontro con implicazioni significative non solo per la sicurezza del Golfo Persico, ma anche per i mercati energetici globali, il commercio internazionale e la stabilità regionale. Alcuni analisti occidentali hanno addirittura definito lo Stretto di Hormuz la ‘carta vincente’ dell’Iran, con Al-Monitor che lo ha descritto come uno degli strumenti di deterrenza più efficaci di Teheran contro le pressioni straniere”.

  • E per essere più convincenti, al Teheran Times elencano una sfilza di analisti, researchers e professoroni (occidentali) che dicono tutti la stessa cosa: attaccare l’Iran, trascurando il destino dello Stretto di Hormuz, è stata una delle maggiori idiozie storiche di tutti i tempi. Se Trump voleva diventare famoso, insomma, c’è riuscito.
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