27/09/2026
da Il Manifesto
La guerra grande La Casa bianca vede un segnale di disperazione nella mossa di Teheran, dove qualcuno invece pensa che sia meglio l’escalation
Il presidente statunitense ha respinto la proposta di accordo iraniano mostrandosi scettico sul fatto che Teheran rispetti le sue richieste di smantellare il programma nucleare. Ai suoi collaboratori avrebbe confidato di essere orientato a una ripresa dei bombardamenti sull’Iran dopo le elezioni di medio termine di novembre. Nel frattempo Trump ha pubblicato su Truth una mappa che rinomina lo Stretto di Hormuz come “Stretto di Trump”. Né il rifiuto della proposta iraniana era imprevisto, né lo era questa tediosa trovata scenografica.
L’IRAN AVEVA PROPOSTO di riaprire lo stretto e di riavviare i negoziati sul nucleare entro sette giorni. In cambio, oltre alla revoca del blocco navale, Teheran chiedeva agli Stati Uniti di rilasciare alcuni asset congelati, di ripristinare l’esenzione dalle sanzioni sulle esportazioni petrolifere iraniane e di osservare un «cessate il fuoco su tutti i fronti». Bastava questa clausola, che includeva il Libano, per rendere la proposta inaccettabile. Come si è visto nei mesi passati, il presidente Usa non ha grande presa sul suo alleato israeliano.
La disponibilità di Teheran a raggiungere un accordo sembra che sia stata letta dalla Casa bianca come un segnale di disperazione e la conferma che la pressione economica sta funzionando. Il blocco marittimo impone costi economici pesanti a Teheran, e le restrizioni sul traffico aereo aggiungono ulteriore pressione. Il Pease subisce i colpi di una guerra economica che ha come alleati, paradossalmente, quasi tutti i paesi del mondo che per interesse o paura obbediscono al diktat di Washington e si accodano a una guerra che non è più contro il potere della Repubblica Islamica, ma contro l’intera popolazione iraniana.
IL TENTATIVO DI TRUMP di convincere Xi Jinping a ridurre la collaborazione con Teheran non sembra aver prodotto gli impegni che Washington si aspettava. Secondo la dichiarazione diffusa da Xinhua, Xi ha auspicato che si torni al dialogo e ai negoziati, tuttavia non risultano indicazioni di un nuovo impegno cinese per favorire questo processo. L’ambasciatore Usa a Pechino, David Perdue, ha poi riferito che Trump avrebbe detto a Xi che il sostegno cinese all’Iran è inaccettabile, anche se non è emerso pubblicamente alcun accordo per limitarlo.
Anche la Russia non cede pienamente alle pressioni degli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov all’Assemblea Generale dell’Onu ha ribadito che la Russia è pronta a contribuire in modo costruttivo alla stabilizzazione della regione del Golfo Persico.
Molti a Teheran ritengono che Trump sia fortemente riluttante a un confronto militare su larga scala prima delle elezioni di medio termine. Per questo, in assenza di prospettive diplomatiche, non sarebbe sorprendente un’ulteriore escalation iraniana nel Golfo Persico nelle settimane precedenti al voto, con l’obiettivo di mettere Trump davanti a un ultimo bivio di accettare un accordo oppure tornare a una guerra che rischierebbe di compromettere le prospettive elettorali dei repubblicani.
Paradossalmente gli Stati Uniti, per evitare un conflitto prima delle elezioni, cercano di non reagire troppo duramente alle provocazioni iraniane. Ma è proprio questa riluttanza a scontrarsi, agli occhi di Teheran, che potrebbe spingere l’Iran a riaprire il conflitto per migliorare la propria posizione negoziale.
PIÙ LO STATUS QUO diventa doloroso, maggiore diventa l’incentivo dell’Iran a sfidarlo. La decisione di Trump di non tornare a un accordo non garantisce affatto uno status quo stabile. Anzi, rafforza la posizione di chi a Teheran sostiene che l’unico modo per trattare con Trump sia irrigidirsi, e rendere l’escalation militare l’unica opzione praticabile.
Dopo un incontro con il segretario generale dell’Onu António Guterres, il presidente iraniano Pezeshkian ha dichiarato che l’Iran non ha abbandonato il tavolo dei negoziati, ma che, date le esperienze passate, non si fida più degli Stati Uniti. Se il piano strategico Usa è distruggere le infrastrutture economiche iraniane, impoverire la popolazione fino al punto in cui gli iraniani, non avendo più nulla da perdere, procedano da soli al cambio del sistema, allora è difficile immaginare che il potere si rassegni a lungo a questa realtà. Bastano le dichiarazioni degli alti funzionari iraniani per capire che Teheran non considera l’assedio una situazione da assorbire semplicemente, in attesa che Washington cambi rotta.
I media iraniani riportano che i colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti proseguono attraverso mediatori, nonostante il presunto rifiuto di Washington all’ultima proposta di Teheran.

