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Iran, ucciso Larijani. Dialogo chiuso, il regime si compatta

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Una testa dietro l'altra Assassinati il capo della Sicurezza nazionale e il comandante dei Basij. Popolazione senza tregua: il fumo dei raid oscura Teheran. Netanyahu e Pahlavi invitano alla rivolta, la gente riempe le strade contro l’attacco e la polizia minaccia

Teheran si è svegliata sotto il fumo intenso di bombardamenti che hanno oscurato per alcune ore l’intensa giornata della capitale. Internet è quasi ridotta a zero. Neanche chi ha le «sim bianche», che potevano comunicare con l’estero, ha più linea. I messaggi arrivano con il contagocce con forti ritardi.

Nella notte di ieri i quartieri di Narmak, a nord-est della città, Tehranpars e Ghelek hanno subito attacchi. Ogni esplosione arrivava in sequenza, cinque, sei colpi uno dietro l’altro, e il rombo dei jet militari completava la sinfonia del terrore. In uno di quei raid sono stati uccisi Gholamreza Soleimani, comandante delle forze paramilitari Basij, e Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, di fatto il leader più alto in grado dopo la Guida suprema.

A DARNE NOTIZIA, ieri mattina, è stato il governo israeliano. Al momento Teheran conferma solo l’uccisione di Soleimani. Il nuovo leader Mojtaba Khamenei, in un breve messaggio scritto, ha ordinato a tutti i funzionari nominati dal padre di restare al proprio posto senza necessità di rinnovo degli incarichi. Un segnale chiaro: nessuna discontinuità nella macchina dello Stato.

Dal centro alla periferia continuavano intanto sporadici bombardamenti. A Jannat Abad, i residenti hanno sentito passare a bassa quota aerei da guerra, mentre a Niyavaran e Kamraniyeh le esplosioni erano così vicine che si temeva per le case. A Piruzi, Shahre Beheshti e Azgol, le esplosioni si susseguivano, tra urla e sirene.

Teheran rivendica nuovi lanci contro obiettivi strategici, tra cui industrie della difesa israeliane, mentre l’esercito di Tel Aviv segnala ondate di missili in arrivo e invita la popolazione a rifugiarsi. In parallelo, il ministro della difesa Israel Katz dichiara apertamente che le operazioni mirano a «eliminare» i vertici della Repubblica islamica. La notizia dell’assassinio di Soleimani e Larijani non scuote la gente. Non sono figure molto amate dalla popolazione, sospesa tra paura e attesa. Non solo per le devastazioni che i bombardamenti israeliani e americani continuano a infliggere alla capitale – con migliaia di abitazioni, negozi, scuole e ospedali danneggiati – ma anche per il clima politico incandescente, alimentato da appelli esterni.

A scuotere l’attenzione pubblica è stato l’invito lanciato da Reza Pahlavi, figlio dell’ex shah deposto, sostenuto dai messaggi del premier Benjamin Netanyahu e del presidente israeliano Isaac Herzog, a scendere in piazza in occasione di Chaharshanbe Suri, festa del fuoco tradizionale persiano che si celebra la sera dell’ultimo mercoledì prima del capodanno persiano (Nowruz). La tradizionale celebrazione, secondo il piano di Pahlavi, avrebbe dovuto trasformarsi in una ribellione popolare per debellare definitivamente la Repubblica islamica.

UN’IPOTESI che non è sfuggita ai servizi di sicurezza iraniani, inizialmente orientati – secondo indiscrezioni – verso l’ipotesi di un coprifuoco per prevenire disordini e possibili infiltrazioni. La risposta di Teheran ha però preso una direzione diversa. Le autorità hanno scelto di non imporre restrizioni generalizzate, autorizzando lo svolgimento delle celebrazioni. Una decisione che appare un tentativo di evitare tensioni ulteriori e di non offrire pretesti a proteste spontanee.

Parallelamente, il ministero dell’intelligence ha inviato un messaggio diretto alla popolazione tramite sms, mettendo in guardia da presunti tentativi di sabotaggio: «Un numero limitato di agenti israeliani intende sfruttare la cerimonia per disturbare la sicurezza pubblica». Un avvertimento che riflette il livello di allerta e la crescente diffidenza verso possibili operazioni sotto copertura.

Il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei ha annunciato misure durissime: confisca dei beni e possibili condanne a morte per chi collabora con il «nemico». Arresti e controlli si moltiplicano, mentre le autorità mettono in guardia da possibili disordini in vista della festa del fuoco.

Nel frattempo, secondo i media iraniani, il rafforzamento dell’apparato di sicurezza passa anche dalla nomina di Mohsen Rezaei a consigliere militare. Una figura storica, scelta per gestire una fase in cui il baricentro del potere si sposta sempre più verso l’ambito militare. Sul terreno diplomatico, però, lo spazio resta chiuso. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi smentisce qualsiasi contatto con l’inviato Usa Steve Witkoff e respinge le voci su un possibile canale negoziale. Teheran, insiste, non ha chiesto alcun cessate il fuoco: la guerra deve finire, ma «in modo tale da non ripetersi». Parole che suonano come un rifiuto di una tregua immediata senza garanzie strategiche.

«MOLTE STAZIONI della polizia sono state distrutte: solo oggi sono state distrutte otto stazioni dei Basij a Teheran. Ma i poliziotti e i Basij ci sono e presidiano la città, mentre i sostenitori del governo riempiono le piazze. In questo contesto, qualsiasi esternazione di dissenso potrebbe scontare una reazione violenta della popolazione stessa», dice Mohamad, unica persona che siamo riusciti a raggiungere. Fino a quando scriviamo, le piazze di Teheran sono invase dai sostenitori del sistema.

Chi puntava sulla fragilità interna del regime iraniano si è trovato di fronte a una realtà scomoda. La guerra ha compattato, rafforzando i Guardiani della Rivoluzione e giustificando concentrazione di potere e repressione. Il meccanismo del rally-around-the-flag ha spinto la popolazione a stringersi attorno al potere. Paradossalmente, l’intervento pensato per indebolire il regime ha trasformato e conferito legittimità a Teheran, ora percepita come difensore di un paese sotto assedio. Ma la notte è lunga e nulla è scontato.

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