15/07/2026
da Remocontro
A pagare il prezzo più salato, dei danni collaterali provocati dalla guerra, sono sempre loro: gli Stati del Golfo. Ormai è un scontato effetto-domino, frutto di un copione sempre più logoro. Gli israeliani provocano (a partire dal Libano), gli americani tornano a bombardare e, infine, gli ayatollah se la scontano con gli amici di Washington.
Esortazione o ricatto?
Ogni volta che, nel Golfo Persico, torna a rialzarsi bruscamente la tensione tra Iran e Stati Uniti, la successiva cronaca bellica sembra già codificata. Dopo un “incidente” qualsiasi, preso a pretesto, l’aviazione americana attacca, seguendo le bizze umorali di un Trump sempre più farneticante. Che dice tutto e il contrario di tutto, tranne poi smentirsi regolarmente l’indomani. Intanto, però, l’attacco dell’US Air Force (o dell’US Navy) è già partito, stimolando la reazione immediata degli ayatollah. O, per essere più precisi, del Corpo delle Guardie rivoluzionarie. Sono loro infatti, i “duri e puri” del regime, che gestiscono in piena autonomia gli attacchi e i contrattacchi missilistici iraniani. Non solo. Ma per quello che si è potuto capire, ne decidono anche gli obiettivi, in base a una filosofia strategica assai chiara: colpire gli alleati che gli Stati Uniti hanno nella regione, per massimizzare i danni collaterali. In che modo? Gli “intransigenti” della teocrazia persiana sperano, così, che i governi sunniti moderati della regione facciano pressioni consistenti sulla Casa Bianca, perché si dia una calmata. Loro con l’Iran ci dovranno convivere, anche quando le armate americane avranno fatto i bagagli per tornarsene a casa. E un futuro costruito sullo scambio di missili e droni, per chi campa di esportazione di petrolio e gas, si presenta plumbeo. La parola d’ordine è abbassare i toni, convincere Trump a deporre la clava e, soprattutto, trovare uno straccio di soluzione alla madre di tutti i problemi: lo Stretto di Hormuz. Una rogna che, prima della genialata di Trump e Netanyahu, esisteva solo sui libri che parlavano di sicurezza internazionale. E di fantapolitica. Ma che ora, grazie a loro, toglie il sonno a mezzo pianeta.
L’analisi del Wall Street Journal
“Gli ordini di Trump di attacchi a tempo indeterminato – scrive il Wall Street Journal – sono andati oltre le rappresaglie reciproche che Teheran e Washington si sono scambiate nelle ultime settimane, colpendo radar, missili antinave e droni iraniani che Teheran utilizza per cercare di controllare lo Stretto. Questi attacchi statunitensi includono anche il primo utilizzo americano di navi di superficie senza equipaggio per attaccare il porto di Bandar Abbas e un attacco contro un ponte ferroviario nel nord dell’Iran, utilizzato per gli scambi commerciali con Russia e Cina. Finora, questi colpi sono meno intensi rispetto alle prime settimane della campagna militare statunitense, segnando un uso più calibrato della potenza militare americana, mentre l’Amministrazione Trump cerca di fare pressione sull’Iran affinché abbandoni il suo obiettivo di controllare lo Stretto. Una mezza dozzina di B-52 che erano stati schierati in Gran Bretagna per essere utilizzati contro l’Iran sono tornati negli Stati Uniti. Sebbene le prospettive di un accordo sul nucleare si siano affievolite – prosegue il WSJ – i funzionari dell’Amministrazione Trump mantengono aperta l’opzione di colpire i depositi di uranio arricchito che i bombardieri B-2 e i missili da crociera americani hanno colpito un anno fa, nel conflitto precedente. Intanto, l’Iran ha continuato a colpire petroliere e Stati del Golfo nella regione, uccidendo e ferendo alcuni marinai. Tuttavia, si è astenuto da nuovi attacchi contro obiettivi israeliani o sauditi, poiché Teheran sembra stia calibrando la sua politica nella regione. Con questa nuova fase della guerra, le prospettive di una rapida vittoria o di una pace duratura si sono affievolite. ‘Entrambe le parti stanno intensificando pericolosamente le tensioni per aumentare la propria influenza e indebolire l’altra, per poi tornare al tavolo delle trattative, preferibilmente con una posizione di forza’, ha affermato Sanam Vakil, direttrice per il Medio Oriente presso il think tank londinese Chatham House”.
Haaretz sugli alleati Usa
Trump deve porre la massima attenzione (cosa che finora non ha dimostrato) quando prende delle decisioni che, indirettamente, coinvolgono i suoi alleati arabi della regione. C’è molta inquietudine, anzi, un vero e proprio timore che la Casa Bianca, per la fretta di regolare lo spinoso “affaire” con gli ayatollah, sia disposta a fare delle concessioni che lascerebbero il Golfo Persico in una condizione di strutturale insicurezza. Insomma, molti partner di Washington non si fidano più di Trump e ritengono che possa “venderli” al miglior offerente. Questa antipatica (e svantaggiosa) posizione diplomatica è riassunta in un report di Haaretz, il quotidiano liberal di Tel Aviv. “La rinnovata escalation tra Stati Uniti e Iran e la diffusione del conflitto negli stati del Golfo e nello Stretto di Hormuz – sostiene il giornale – pone ancora una volta i governi della regione di fronte a una dura prova. Da un lato, dipendono da profonde alleanze con Washington, tra cui un’ampia cooperazione in materia di sicurezza e l’ospitalità di basi e forze militari statunitensi. Dall’altro lato, sono determinati a evitare di essere trascinati in uno scontro con l’Iran, che potrebbe trasformare il loro territorio in un campo di battaglia e minare la loro stabilità economica. Gli attacchi iraniani contro installazioni militari statunitensi in Qatar, Kuwait, Oman e Giordania, lanciati in risposta a un vasto blitz americano contro decine di obiettivi militari in Iran, hanno dimostrato con quanta facilità i Paesi confinanti possano diventare, loro malgrado, partecipi di un conflitto. Sebbene Teheran insista sul fatto di colpire solo la presenza militare statunitense – e non gli Stati del Golfo stessi – i detriti missilistici, gli attacchi sul loro territorio e le vittime civili rafforzano la percezione che l’intera regione stia diventando un’arena di confronto tra Washington e Teheran”.
Condanna, ma sostegno alla pace
Certo, gli Stati del Golfo hanno condannato all’unanimità gli attacchi radiali, definendoli “violazioni della loro sovranità e minacce alla sicurezza regionale”. Tuttavia, come sottolinea Haaretz, “non hanno mostrato alcuna intenzione di abbandonare la loro politica di lunga data volta a prevenire un’escalation verso una guerra totale e – almeno nelle loro dichiarazioni ufficiali – non hanno appoggiato un conflitto più ampio con l’Iran. Anzi, negli ultimi mesi, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman hanno profuso notevoli sforzi diplomatici per promuovere il dialogo tra Washington e Teheran”. Esempio di vecchia saggezza araba. Perché, uno stolto impara dai propri errori, e un saggio, invece, impara guardando quelli degli altri.

