05/06/2026
da Il Manifesto
Il piano Tecnologie immature, costi alti e dipendenza dall'estero: il nucleare difficilmente sarà la soluzione ai problemi energetici italiani
L’accelerazione del governo Meloni sul nucleare è una mossa più ideologica che industriale. Il settore dell’energia e dell’ambiente è quello in cui l’esecutivo di destra è più deficitario: nonostante il Pnrr, non è stato fatto nulla di strutturale su un tema che, dall’Ucraina al Golfo, continua ad agitare sia la macroeconomia che le bollette di casa.
Forzare sul nucleare adesso significa trarre il massimo profitto senza pagarne le conseguenze in termini di consenso, incassando pure il plauso di un pezzo di (teorica) opposizione centrista. Per un eventuale referendum abrogativo entro la legislatura il tempo scarseggia. Però l’approvazione di un disegno di legge sul nucleare sarà la carta con cui l’esecutivo risponderà a chi chiede spiegazioni dell’inerzia sul dossier energetico. Soprattutto in Europa, dove l’inazione italiana viene regolarmente sottolineata.
Per aggirare i ripetuti stop referendari e dipingere il ritorno al nucleare come una svolta innovativa, il governo deve fare sfoggio di una certa creatività linguistica. La legge, ad esempio, punta sui cosiddetti «piccoli reattori modulari», un tipo di impianto che «generalmente non supera i 400-500 megawatt». L’uso dell’avverbio è curioso: al momento i piccoli reattori sono in fase di sviluppo e forse se ne parlerà per il prossimo decennio. «Generalmente», cioè, i reattori modulari non esistono. In più, anche l’aggettivo «piccolo» è discutibile: le centrali atomiche italiane erano quasi tutte al di sotto di quella soglia, e solo Caorso la superava di non molto.
Dunque un referendum sui «piccoli reattori» si è già svolto e sappiamo com’è andata.
È immaginifico anche il riferimento all’«indipendenza energetica», che ricorre ben quattordici volte tra il preambolo e il testo della legge. Secondo il governo, il nucleare tutelerà «le future generazioni» dai terremoti geopolitici che agitano la nostra epoca. Eppure, un problema strutturale del settore denunciato dalla stessa Agenzia internazionale per l’energia è l’estrema concentrazione del combustibile: i tre quarti dell’uranio sono prodotti da appena quattro Paesi (Kazakhstan, Canada, Namibia e Australia) e il 99% viene arricchito da quattro aziende in tutto, controllate rispettivamente dai governi di Cina, Russia, Regno Unito e Francia. Gli approvvigionamenti dunque dipenderebbero da un numero ristrettissimo di decisori, alcuni dei quali ci sono esplicitamente ostili.
Infine, il governo vende come una svolta un programma nucleare destinato a rimanere marginale. Secondo il fantasioso Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima, nel 2050 i «piccoli reattori» italiani forniranno fino a 16 gigawatt di potenza, circa il 20% della domanda nazionale di elettricità. Le attuali proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia prevedono che entro il 2050 saranno installati impianti di questo tipo per 50 gigawatt su tutto il pianeta: a dar retta al governo, dunque, l’Italia ospiterà un terzo dei reattori modulari realizzati nel mondo nei prossimi 25 anni, una previsione non credibile. È assai più probabile che un eventuale programma nucleare copra una percentuale irrisoria del fabbisogno elettrico e che i suoi costi infrastrutturali appesantiscano ulteriormente le nostre bollette. Conviene solo al governo.

