30/08/2026 15:17
da Il Fatto Quotidiano
Il Paese sceglie - in sostanza - di non entrare nell'unione doganale né tanto meno di adottare l'euro. Nella capitale il "sì" ha vinto ma con un distacco inferiore alle attese
La vittoria del “no” si è giocata fino all’ultimo voto. Poi è arrivata l’ufficialità, ed è emersa una capitale favorevole all’Europa e il resto del Paese schierato a difesa dell’autonomia nazionale. L’Islanda, chiamata alle urne nel referendum per la ripresa dei negoziati sull’adesione all’Unione Europea, sceglie – in sostanza – di non entrare nell’unione doganale né tanto meno di adottare l’euro: l
. Il Paese, infatti, è già parte del mercato unico dell’Ue e dell’area Schengen. Il No ha vinto con il 52,8%, mentre i voti favorevoli si fermano al 47,2 %. L’affluenza è stata alta: 225.031 votanti (82,5%. L’affluenza alle urne è stata altissima, secondo quanto riportato da Ntb. Dato l’esito, il tema dell’adesione alla Ue non tornerà sul tavolo almeno fino alla fine dell’attuale legislatura, ovvero fino al 2028. A plaudere l’esito della consultazione, sono Marine Le Pen e Nigel Farage. “Nel momento in cui alcuni spingono per un maggior federalismo e per il trasferimento della sovranità alla Commissione europea, questo voto ci ricorda che un’altra Europa è possibile, un’Europa di nazioni libere, sovrane, che cooperano su base volontaria su questioni di interesse comune”, ha scritto la leader di Rn su X. “Congratulazioni all’Islanda per aver votato per mantenere la sua indipendenza”, ha dichiarato il leader di Reform Uk, e promotore del referendum sulla Brexit, Nigel Farage.
Dall’analisi del voto, il sì ha prevalso soltanto nelle due circoscrizioni di Reykjavík, anche se gli europeisti, il fronte favorevole alla riapertura dei negoziati per aderire all’Ue, sono stati traditi dal risultato elettorale della capitale, dove il distacco dal “no” è stato inferiore alle attese. Nel collegio settentrionale di Reykjavík il Sì ha raggiunto il 57,5%, con 22.266 voti, contro il 42,5% del No. In quello meridionale ha ottenuto il 54,5%, pari a 20.738 voti, contro il 45,5%. Il vantaggio accumulato nella capitale è stato però cancellato dalle circoscrizioni rurali, dove il rifiuto della riapertura dei negoziati ha superato ovunque il 60%. Nel nord-ovest il no ha registrato il risultato più netto, con il 62,9% contro il 37,1% del sì. Nel nord-est i contrari hanno raggiunto il 61,2%, mentre nella circoscrizione meridionale si sono attestati al 60,5%. Il no risulta in testa anche nella circoscrizione sud-occidentale, che comprende i popolosi comuni intorno a Reykjavík: l’ultimo dato disponibile gli assegna il 51,5%, contro il 48,5% del sì. Il voto restituisce così una divisione non soltanto politica, ma geografica.
La posizione dell’esecutivo – Il governo di Eeykjavik aveva presentato il piano di adesione come un’occasione da non perdere, “ora o mai più”, e il primo ministro islandese Kristrun Frostadottir aveva dichiarato agli elettori che un “no” avrebbe messo da parte ogni speculazione sull’Ue. I sostenitori del “Sì” erano convinti che l’adesione alla Ue avrebbe potuto attenuare gli alti tassi di interesse e offrire maggiore sicurezza in un mondo sconvolto dalla guerra in Ucraina e dalla retorica del presidente statunitense Donald Trump sull’annessione della Groenlandia. I sostenitori del “no” affermavano che l’adesione all’Ue avrebbe minacciato la sovranità dell’isola e le sue acque di pesca. L’Islanda ha presentato per la prima volta domanda di adesione all’Ue nel 2009, quando una crisi finanziaria colpì l’economia del paese. Un governo euroscettico interruppe i negoziati nel 2013.
Come membro dell’Efta, l’Associazione europea di libero scambio con l’Ue e del See, lo Spazio economico europeo, nonché dell’area Schengen, l’Islanda già recepisce gran parte della legislazione europea senza tuttavia prendere parte al processo decisionale. Anche su questo hanno fatto leva i sostenitori del Sì. Senza contare poi la prospettiva di aderire all’euro, molto più stabile della corona islandese. Il campo avverso, invece, ha insistito sulla perdita di autonomia dell’isola artica e sulle limitazioni delle quote pesca che Bruxelles potrebbe imporre. Oltre a un approccio meno allarmistico sulle sfide geopolitiche globali e sulle mire del presidente Usa Donald Trump sulla regione Artica e la vicina Groenlandia. Proprio sull’isola autonoma danese la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si recherà il 6 e 7 settembre, in una visita annunciata da tempo ma che forse ha preferito svolgere a urne chiuse. Sono state proprio le minacce di Washington e la politica commerciale aggressiva a spingere la premier Frostadóttir ad anticipare il referendum che aveva promesso di svolgere nel 2027.

