29/06/2026
da Pagine esteri
Israele rivendica il diritto di restare nei territori occupati di Siria e Libano “finché necessario”, trasformando la sicurezza in una formula adatta a sospendere la sovranità degli altri Stati.
Nel lessico ufficiale israeliano non esiste la parola occupazione. Esistono “zone di sicurezza”, “operazioni preventive”, “minacce neutralizzate”, “presenze temporanee” che poi diventano indefinite. Non solo a Gaza e on Cisgiordania ma anche in Siria e Libano, due Stati sovrani dentro i cui confini l’esercito israeliano entra, resta, arresta, distrugge, decide chi può abitare, coltivare, muoversi. Come se la sovranità degli altri non avesse alcun valore.

Sabato Tel Aviv ha annunciato di aver ucciso “uomini armati” in un’area del sud della Siria che occupa oramai da mesi. Dalle notizie trapelate sono due le persone uccise, i cui corpi sono stati sequestrati da Israele, in maniera predatoria e illegale per qualsiasi tipo di legge internazionale e di guerra. Nelle stesse ore, fonti siriane hanno riferito della presenza di soldati israeliani nella provincia meridionale di Daraa e dell’avanzata verso Tel al-Ahmar, sul Golan siriano, dove sarebbero state piantate tende.
Dal crollo del regime di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, Israele ha esteso l’occupazione nel sud della Siria. I soldati di Tel Aviv hanno rapito decine di civili, senza registrazioni ufficiali di fermo. Le famiglie sono tenute completamente all’oscuro dello stato di salute delle persone sequestrate, non sanno dove si trovano, se sono vive o morte. È la modalità che Israele utilizza per cacciare la popolazione locale delle zone che decide di predare: rendere impossibile e pericolosa la vita per gli autoctoni. I siriani rilasciati hanno raccontato di abusi e torture e portano sul viso e nel corpo i segni della privazione e della fame, proprio come gli uomini, le donne e i minori rapiti da Tel Aviv nella Striscia di Gaza. In Siria Israele ha espulso residenti dalle loro case, bombardato edifici, ucciso intere famiglie, compresi bambini, invaso terreni agricoli e stabilito almeno postazioni militari. Diverse fonti siriane denunciano l’utilizzo di pesticidi chimici sulle colture nell’area di Quneitra. Proprio come in Libano.
A New York, intanto, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha rinnovato il mandato della forza di osservazione dispiegata dopo l’accordo di separazione delle forze del 1974 tra Israele e Siria. L’inviato siriano ha chiesto a Israele di rispettare quell’accordo, rilasciare le persone detenute illegalmente e riconoscere la sovranità e l’integrità territoriale della Siria. Ma la diplomazia internazionale continua domandare regole che Israele ha già dichiarato e deciso di non voler rispettare.
Il ministro della Difesa, Israel Katz, lo ha detto senza giri di parole: l’esercito resterà nelle “zone di sicurezza” in Libano, Siria e Gaza “a tempo indeterminato”. Tel Aviv dichiara, semplicemente, che Israele resterà lì dove illegalmente occupa.
Lo stesso schema vale in Libano. Venerdì, dopo cinque round di colloqui a Washington, Libano, Israele e Stati Uniti hanno firmato un accordo quadro che secondo i firmatari dovrebbe aprire la strada alla fine formale del conflitto tra i due Paesi. Il presidente libanese Joseph Aoun ha parlato di “primo passo” verso il ripristino della sovranità del Paese. Ma in Israele si racconta tutta un’altra storia.
Netanyahu ha celebrato l’accordo come un risultato storico, “un colpo all’Iran e a Hezbollah”. Poi ha chiarito il punto: secondo il premier, Stati Uniti e Libano avrebbero riconosciuto il diritto di Israele a mantenere una “zona di sicurezza”, ossia di occupazione, dentro il Libano “per tutto il tempo necessario” a garantire la propria incolumità. “Per tutto il tempo necessario” significa finché Israele lo riterrà necessario. E cioè senza un limite verificabile, senza un’autorità esterna di monitoraggio, senza una scadenza vincolante.
Anche Katz ha insistito: nessun ridispiegamento, nessun ritiro dal sud del Libano finché Hezbollah non sarà disarmato in tutto il Paese. In altre parole, la presenza militare israeliana in territorio libanese viene subordinata non a un accordo internazionale, non alla sovranità del Libano, non a una decisione delle Nazioni unite, ma al giudizio israeliano sull’adempimento di una condizione politica e militare che riguarda solo il Libano. Hezbollah non è solo una forza combattente, è un partito politico che raccoglie il sostegno di larga parte della popolazione libanese. È anche una organizzazione che garantisce sanità, istruzione, infrastrutture e sostegno alla popolazione sciita del Paese (e non solo). Israele evoca un principio di occupazione preventiva: mi prendo con la forza la tua terra finché non ritengo che tu abbia fatto abbastanza per rassicurarmi.
Il leader di Hezbollah Naim Qassem ha definito l’accordo “umiliante”, “vergognoso”, una resa della sovranità libanese, avvertendo che potrebbe aprire la strada all’annessione israeliana del sud del Paese: un accordo che accetta, anche solo temporaneamente, la permanenza di truppe straniere dentro i confini di uno Stato sovrano non ripristina la sovranità ma la sospende.
Nel governo Netanyahu, Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale, ha criticato l’intesa perché non si fida del governo libanese e perché ritiene che solo i soldati israeliani possano distruggere Hezbollah. La sua opposizione non riguarda l’occupazione in sé, ma il rischio che essa prima o poi finisca. È la versione esplicita, sguaiata, di una politica che il governo presenta in forma istituzionale. Pagine Esteri

