23/10/2026
da Remocontro
Martedì si vota per le legislative: è testa a testa, secondo gli ultimi sondaggi, tra il blocco di Netanyahu e il cartello delle opposizioni, guidato da Eisenkot. Anche se l’estrema frammentazione dello scenario politico rende difficile avere maggioranze stabili. E si riparla di guerra all’Iran.
Non si capisce più niente
La campagna elettorale in Israele, dove si voterà tra qualche giorno, è diventata una specie di suk levantino. E le previsioni sondaggistiche, complicate dalla soglia di sbarramento (3,25%) e dal numero dei partiti, assomigliano molto a una lotteria. Sostanzialmente e per semplificare diciamo che il voto serve, essenzialmente, come referendum su Netanyahu. Non solo, ma anche come giudizio su tutto quello che Israele ha combinato di bene (poco) e di male (assai) negli ultimi anni. Dunque, non si tratta solo di esprimere pollice verso nei confronti di “Bibi”, ma anche di condannare senza appello tutto quell’apparato statale e di sicurezza che lo ha fiancheggiato e assecondato. Insomma, Netanyahu non è solo un leader, è un vero e proprio sistema di potere, un modello di esercitare l’autorità. E gli israeliani su quello si dovranno esprimere: cioè se il concetto di “guerra perpetua” li renda più sicuri, anche a costo di vivere nell’emergenza la loro quotidianità. Il problema più serio per il Paese è che, a parte Netanyahu (di cui molti farebbero volentieri a meno) non ci sono leader capaci di prendere in pugno la situazione. I motivi sono diversi e tutti riconducibili alla nascita ‘anomala’ dello Stato israeliano, che crediamo abbia il record mondiale di Primi ministri con un curriculum da generali di prima linea. Trattandosi poi di un Paese a forte immigrazione, la governance israeliana spesso è frutto di risultati elettorali influenzati dalle origini culturali dei protagonisti. Questo per dire che i modelli interpretativi del consenso, che normalmente si applicano alle elezioni, in Israele vanno rivisti. Ad esempio, una delle caratteristiche principali è la ‘cristallizzazione’ del voto. Spesso si apre un ciclo elettorale di ripetute consultazioni, proprio perché i consensi non si spostano. Insomma, il quadro politico è praticamente ingessato e il risultato sono governi di coalizione, incollati con lo scotch, che stanno assieme per scommessa e che basano la loro maggioranza su un pugno di voti. Si tratta dunque di esecutivi facilmente ricattabili, come è stato il caso del governo Netanyahu.
Gli schieramenti in campo
Per farla breve, da un lato c’è il blocco di governo di centro-destra di Netanyahu, imperniato sul Likud e sui partiti religiosi e nazionalistici. Dall’altro, il blocco variegato delle opposizioni, che fa capo, in primis, a Gadi Eisenkot (Yashar), l’ex capo di Stato maggiore dell’esercito. Nel cartello, trovano posto “Insieme”, partito nato dalla fusione dei gruppi di Yair Lapid e Naftali Bennett e i Democratici di Yair Golan, cioè la sinistra israeliana. Questa coalizione non basta a prendere il potere. Bisognerà vedere quello che farà Avigdor Lieberman, col suo Ysrael Beitenu. Lieberman, ex ministro di origine moldava (già buttafuori nelle discoteche, tanto per capirci) è un personaggio da prendere con le molle. Quindi, punto interrogativo. Un’altra questione che andrà discussa tra gli oppositori di “Bibi” è l’eventuale accettazione dell’appoggio offerto dal Partito arabo Ra’am, una possibilità che sta sollevando molte polemiche. E che, se Eisenkot non coglierà, potrebbe essere la sua rovina e tramutarsi invece in carta vincente per l’attuale maggioranza.
Cosa dicono i sondaggi
Nell’ultimo sondaggio – dimostra il quotidiano di Tel Aviv, Haaretz – il blocco pro-Netanyahu è sceso sotto i consensi che adesso raccoglie il cartello delle opposizioni guidato da Gadi Eisenkot. Stiamo parlando di un 50 a 55, con altri 14 seggi giudicati “non allineati”. In questo caso si tratta dei due partiti arabi. Mentre il Likud di Netanyahu perde terreno (19 seggi), Yashar di Eisenkot dovrebbe assicurarsene 23. Si tratta, indubbiamente, di piccoli spostamenti se paragonati alla lunga litania di cifre che, in questi ultimi mesi, quasi ogni giorno, hanno riempito i notiziari dei media locali. La verità è che, rispetto alle premesse, finora non ci sono state formazioni politiche capaci di emergere “per distacco”, segnando una discontinuità col passato. L’unica novità in questo senso è proprio il partito dell’ex Capo dell’esercito, il generale Gadi Eisenkot, la cui ascesa, che sembrava inarrestabile, però adesso pare avere perduto la sua spinta propulsiva. Il partito ‘Insieme’ di Naftali Bennett recupera qualcosa e arriva a 15, mentre i Democratici calano un pochino, con 9 seggi. ‘Otzma Yehudit’ ottiene sette seggi, due in meno rispetto al sondaggio precedente. Più frastagliate le performance di ‘Sionismo Religioso’ (6 seggi), ‘Yisrael Beiteinu’ (8 seggi) e ‘Lista Unita’ (9 seggi). Segnatevi Ysrael Beitenu di Avigdor Lieberman, perché secondo gli ultimi rumors, pur essendo un feroce critico di Netanyahu, potrebbe fare qualche giochetto. Il partito religioso ‘Giudaismo Unito della Torah’, invece, viene accreditato di 7 seggi (uno in meno rispetto al sondaggio precedente), così come ‘Shas’. ‘Amichai Yisrael’ di Ofer Winter otterrebbe quattro seggi. Infine le liste arabe. Ra’am, “collaborazionista” di Eisenkot è accreditato di cinque seggi, mentre gli “intransigenti” della cosiddetta “Lista Araba Unita” potrebbero aggiudicarsene tra otto e nove.
Guerra all’Iran in vista?
- Financial Times e New York Times ripresi da Haaretz non hanno dubbi: Netanyahu voleva attaccare l’Iran di nuovo, all’inizio di ottobre, per rimandare le elezioni. Trump si è opposto, non per “umanità”, ma perché anche lui deve affrontare elezioni rognose, quelle di Mid Term. Ma, a quanto pare, sarebbe stato raggiunto un compromesso. Un grande attacco congiunto contro Teheran scatterà dopo la prima settimana di novembre. Così, comunque vadano le elezioni in Israele, Netanyahu forse avrà modo di congelare tutto.

