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Israele, le elezioni oscurano le vittime del 7 ottobre

Israele, le elezioni oscurano le vittime del 7 ottobre

Politica estera

07/10/2026  

da Il Manifesto

Eliana Riva

Tre anni dal 7 ottobre I partiti, a partire dal Likud, preferiscono la campagna per il voto. La commemorazione di associazioni e famiglie escludono il governo

Per le strade di Gerusalemme, il terzo anniversario del 7 ottobre segna una spaccatura visiva tra la volontà di commemorazione e la corsa verso le elezioni di fine mese. Simboli e slogan tracciano un solco che separa i messaggi della leadership politica dai contenuti scelti dalle associazioni.

SONO PROPRIO queste ultime a dichiarare l’obiettivo di «riportare la memoria delle vittime nel dibattito pubblico», attraverso una campagna di affissioni che mostri immagini, volti e storie. Quando tre anni fa, all’alba, Hamas lanciò un attacco coordinato contro Israele, circa 1.200 persone vennero uccise e 251 vennero sequestrate e portate a Gaza come ostaggi. Il successivo attacco e l’invasione israeliana della Striscia hanno causato finora più di 73.400 vittime palestinesi, , cifre che anche l’esercito israeliano in larga parte conferma, come hanno ricostruito i giornalisti del Times of Israel il 5 ottobre, in occasione della giornata nazionale in memoria dell’attacco di Hamas.

A Gerusalemme il 7 ottobre e la campagna elettorale sono fisicamente sovrapposti nello spazio urbano. I monumentali manifesti affissi lungo le strade, sulle facciate dei palazzi, appesi ai balconi e ai cavalcavia lasciano ormai poca presenza ai simboli delle vittime e degli ostaggi, mentre rivendicano da un lato una vendetta ancora da compiere e dall’altro la responsabilità di un fallimento con cui Israele non ha fatto i conti. Il Likud ha ampliato la rosa delle figure indicate come i principali «nemici» di Benyamin Netanyahu: in orizzontale, uno accanto all’altro, nelle città svettano i volti del supremo leader iraniano Mojtaba Khamenei, del sindaco di New York Zohran Mamdani, del presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen, di quello turco Recep Tayyip Erdogan, e del leader di Hamas Naim Qassem, accompagnati dalla scritta «Vogliono che Netanyahu perda. Non lasciate che vincano».

LUNEDÌ DUE CERIMONIE separate si sono tenute presso il cimitero militare del monte Herzl, una per i soldati uccisi e l’altra per ricordare le vittime civili. In entrambi i casi il premier ha costruito il suo discorso sulle minacce ai «nemici» regionali e sulle accuse ai leader e ai governi mondiali che criticano gli attacchi militari a Gaza, le violenze dei coloni in Cisgiordania e le occupazioni dei territori palestinesi, del Libano e della Siria. «La verità è che stiamo proteggendo anche voi – ha dichiarato Netanyahu – E la verità è che la moralità dei nostri soldati non ha eguali E voi dovreste vergognarvi delle vostre menzogne». Discorso interrotto da un uomo che dal pubblico ha urlato al premier: «Non hai protetto mio figlio il 7 ottobre. Non hai protetto 1.200 assassinati in un giorno, il 7 ottobre, vergogna».

IL LEADER di opposizione, Yair Lapid, ha deciso di non partecipare alle celebrazioni della giornata nazionale in memoria dell’attacco per non dividere il palco con i membri del governo «che si sono rifiutati di assumersi la responsabilità, hanno incolpato i comandanti dell’esercito e si sono opposti all’istituzione di una commissione statale d’inchiesta». Anche il presidente Isaac Herzog e il capo di stato maggiore Eyal Zamir hanno chiesto un’indagine completa sulle responsabilità politiche, ipotesi a cui Netanyahu si è sempre opposto. Anzi, lunedì ha rivendicato di aver riportato a casa «uno per uno» tutti gli ostaggi rapiti il 7 ottobre, suscitando la protesta di molte famiglie, secondo cui avrebbe potuto fare di più per liberare quelli poi morti in prigionia. Dei 251 ostaggi portati a Gaza, 166 sono tornati vivi: 158 sono stati rilasciati e otto liberati dall’esercito. Ottantacinque sono morti: 51 corpi sono stati recuperati dai militari israeliani e 34 restituiti attraverso gli accordi.

Anche il principale sfidante di Netanyahu, Gadi Eisenkot, ha parlato delle responsabilità politiche, descrivendo quello del governo «un fallimento che continua», mentre il suprematista ebraico Itamar Ben Gvir, la cui faccia straripa per le strade del paese, ha dichiarato che se fosse stato lui ministro della difesa, quel 7 ottobre non sarebbe mai arrivato. Rivendicando una posizione ufficialmente estranea alla contesa elettorale, stasera il movimento Kumu e le famiglie del 7 ottobre terranno al parco Ganei Yehoshua di Tel Aviv la loro cerimonia nazionale, alternativa a quella istituzionale. Secondo gli organizzatori l’evento, il più grande tra i circa 400 previsti, dovrebbe richiamare oltre 50mila persone. Ma la giornata sarà segnata anche da numerose azioni di protesta nei pressi delle abitazioni di ministri e rappresentanti del governo, con installazioni e blocchi stradali annunciati fin dalle prime ore del mattino.

MENTRE LE COMMEMORAZIONI si susseguiranno in Israele, il governo impone misure restrittive ai palestinesi: per l’intera giornata l’esercito chiuderà valichi e checkpoint verso Gaza e la Cisgiordania, sospendendo l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia e limitando il movimento dei palestinesi della West Bank, le stesse misure imposte il 5 ottobre. Ieri il ministro Katz, paventando possibili attacchi contro i soldati che occupano Gaza, ha direttamente minacciato l’intera popolazione palestinese: «Se le nostre truppe verranno colpite, Hamas e la popolazione di Gaza pagheranno un prezzo altissimo, oltre ogni proporzione».

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