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Israele ora apre ai colloqui, ma continua i raid sul Libano

Israele ora apre ai colloqui, ma continua i raid sul Libano

Politica estera

10/04/2026

da Il Manifesto

Michele Giorgio

La guerra grande Il primo incontro la prossima settimana a Washington. Hezbollah contro. Intanto il governo israeliano approva altre 34 colonie in Cisgiordania

Benyamin Netanyahu apre al negoziato diretto con il governo di Beirut, tenendo allo stesso tempo la capitale libanese e il sud del Libano sotto una pioggia di bombe israeliane. Non ci sarà alcun cessate il fuoco con Hezbollah prima dell’avvio dei colloqui, hanno fatto sapere da Tel Aviv. L’uso della forza resta quindi la leva principale della strategia israeliana, che ora ha anche un nome: «Oscurità eterna». Ieri i giornali libanesi pubblicavano le foto e le biografie di molte delle 303 vittime del massacro dell’8 aprile, il «mercoledì nero» in cui l’aviazione israeliana ha sganciato, in appena dieci minuti, dozzine di bombe e missili sul Paese dei cedri. Per il ministro della Difesa israeliano Katz, invece, il bombardamento «è stato soltanto un colpo durissimo per Hezbollah. Abbiamo eliminato più di 200 terroristi».

«Alla luce dei ripetuti appelli del Libano ad avviare negoziati diretti con Israele», ha affermato il premier israeliano in un comunicato, «ho dato istruzioni di iniziare al più presto negoziati diretti» con Beirut. Ha aggiunto che i colloqui «si concentreranno sul disarmo di Hezbollah… apprezziamo l’appello lanciato oggi dal primo ministro libanese (Nawaf Salam) per la smilitarizzazione di Beirut». La priorità di Netanyahu non è la fine della guerra. Vuole il disarmo di Hezbollah e fa capire che si propone di ottenerlo direttamente in Libano, attraverso le forze armate israeliane, in collaborazione con il governo di Nawaf Salam e con la partecipazione di quelle forze della destra libanese nemiche del movimento sciita alleato dell’Iran. Una strategia che rischia di far precipitare il Libano nel baratro di una nuova guerra civile, oltre a far naufragare la tregua con Teheran. Un parlamentare di Hezbollah, Ali Fayyad, ha ribadito il rifiuto del suo gruppo di qualsiasi negoziato diretto tra Libano e Israele.

Secondo il sito Axios, il primo incontro diretto tra israeliani e libanesi dovrebbe svolgersi a Washington la prossima settimana, con la mediazione statunitense. La delegazione libanese sarà guidata da Nada Hamadeh-Moawad, mentre per Israele siederà al tavolo l’ambasciatore Yechiel Leiter. L’apparente disponibilità di Netanyahu al negoziato non coincide con un allentamento della pressione militare sul terreno. Al contrario, nelle ultime ore l’aviazione israeliana ha intensificato i bombardamenti, colpendo ancora la capitale libanese e varie parti del Paese. Interi quartieri della periferia sud di Beirut, da Haret Hreik a Ghobeiri, fino a Jnah, sono stati sotto minaccia diretta. Gli Stati Uniti per ora si limitano a modulare l’escalation, non a fermarla. Trump ha confermato di aver chiesto a Netanyahu di ridurre l’intensità dei bombardamenti, secondo quanto riportato da media americani e dalla tv Canale 13. Washington si mostra accondiscendente nei confronti degli alleati israeliani, che pure vorrebbero sabotare la fragile tregua con l’Iran. La riduzione richiesta da Washington non serve a fermare la macchina bellica israeliana e americana.

Eppure, dietro la scelta della guerra permanente e di mantenere aperto il fronte libanese, si intravede la fragilità politica interna di Netanyahu. Il premier israeliano domenica è atteso in tribunale per rispondere alle accuse di corruzione. Un sondaggio condotto dai giornali online Maariv e Walla mostra che solo il 47% degli israeliani si dichiara soddisfatto del suo operato, mentre la guerra contro l’Iran, scatenata il 28 febbraio insieme agli Stati Uniti, è percepita da molti come un fallimento. L’uso della forza militare, per Netanyahu, non è solo una scelta ideologica, ma anche una necessità politica.

Se vuole vincere le elezioni previste nei prossimi mesi, il premier israeliano deve compattare i ranghi della destra estrema. E la strada per raggiungere quell’obiettivo passa per la confisca di terre palestinesi e la costruzione di nuove colonie israeliane. Il governo ha autorizzato in modo riservato la costruzione di 34 nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania, segnando un’ulteriore accelerazione della politica di espansione nei Territori palestinesi occupati. La decisione è emersa attraverso indiscrezioni e, se confermata ufficialmente, porterebbe a 103 il numero delle colonie autorizzate da quando il governo Netanyahu è entrato in carica dopo le elezioni del 2022.

Il piano riguarda in parte la legalizzazione e l’espansione di avamposti già esistenti e in parte la creazione di nuovi insediamenti. Tra i siti indicati figurano aree nei pressi di Nablus, Hebron e Ramallah, oltre alla Valle del Giordano. I nomi citati includono Evyatar, Givat Harel, Havat Gilad e nuovi nuclei abitativi nell’area di Shilo e a Masafer Yatta, la zona collinare a sud di Hebron. Il progetto prevede anche l’ampliamento di colonie già esistenti e il collegamento infrastrutturale tra diversi insediamenti. L’esercito e il governo si starebbero già muovendo per portare acqua ed elettricità nelle aree interessate.

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