20/05/2026
da Il Manifesto
Muro di gomma Intercettati a 80 miglia dalla meta. 400 attivisti sono ora in mano a Tel Aviv, 27 gli italiani. “Girolama” abbordata a colpi di fucile
Per farla finita con la Global Sumud Flotilla, le forze speciali israeliane hanno messo da parte ogni scrupolo. Così, ieri pomeriggio, una delle ultime imbarcazioni ancora in navigazione, la “Girolama”, è stata abbordata a colpi di fucile, mentre gli attivisti a bordo, con le mani in alto, gridavano ai militari: «Why are you shooting? Perché sparate?».
Si è saputo poi che i proiettili erano di gomma, ma l’effetto scenografico sarà certamente piaciuto al premier israeliano Benjamin Netanyahu, che solo poche ore prima, rivolgendosi ai suoi marò, aveva detto – senza mezzi termini: «State facendo un lavoro eccezionale; state sventando un piano malvagio ideato per rompere l’isolamento dei terroristi di Hamas a Gaza».
IL «LAVORO ECCEZIONALE» si è concluso, per l’appunto, ieri pomeriggio, quando i dieci scafi della Flotilla che erano scampati alla grande retata di lunedì (40 barche intercettate nell’arco di dodici ore) sono stati raggiunti e assaltati, come da copione, mentre si trovavano ormai a circa ottanta miglia nautiche dalla costa della Striscia di Gaza.
In totale, dunque, sono circa quattrocento gli attivisti attualmente in mano delle autorità di Tel Aviv, e tra essi ci sarebbero ben 27 cittadini italiani. I primi trecento prigionieri – ovvero, presumibilmente, quelli catturati nella giornata di lunedì – sono arrivati nel porto israeliano di Ashdod già nel tardo pomeriggio di ieri, dopo aver percorso oltre duecento miglia a bordo della ormai celebre nave-prigione Ins Nahshon, già utilizzata durante gli abbordaggi del 29 e 30 aprile scorso come una sorta di piccolo campo di concentramento galleggiante.
Di base, secondo quanto viene fatto sapere dalla Farnesina, a tutti gli attivisti dovrebbe essere applicata la procedura accelerata di espulsione, che prevede la cacciata dal Paese nel giro di sole 24 ore. Diversa però potrebbe essere la sorte di chi già ha avuto un divieto di ingresso nel passato, o di chi venga ritenuto “sospetto” da Israele – una attribuzione che, come abbiamo visto nelle scorse settimane, gli uomini di Netanyahu sono soliti dispensare in modo piuttosto disinvolto.
DAL CANTO SUO, nonostante la presenza di una così ampia rappresentanza di nostri connazionali, il governo italiano ha tenuto un profilo decisamente basso, con il ministro Antonio Tajani che si è limitato a invocare «la verifica dell’uso della forza da parte delle autorità israeliane, che secondo quanto riferito dagli attivisti italiani avrebbero utilizzato i proiettili di gomma contro le imbarcazioni della Flotilla». Di fatto, insomma, tutto è andato secondo i piani di Tel Aviv, le cui truppe – a differenza di quanto avvenuto nel passato, durante le intercettazioni contro le precedenti fottiglie – hanno deciso di agire addirittura alla luce del sole.
«LI ABBIAMO VISTI BENE in faccia, questa volta – ci ha fatto sapere Dario Salvetti, del collettivo di fabbrica della Gkn di Firenze, la cui imbarcazione, la “Don Juan”, è stata una delle ultime ad essere abbordate ieri -. Abbiamo visto le quattro navi militari, abbiamo visto la nave prigione, e abbiamo visto i rib che vengono utilizzati per assaltare i nostri velieri. Alcuni degli scafi della Flotilla, coraggiosamente, gli sono andati addirittura incontro, mettendosi di traverso e cercando di ostacolarli in ogni modo. Questo è quello che abbiamo visto, io e i miei compagni, ed ecco: vorrei che lo avessero visto anche coloro che ieri ci chiamavano “crocieristi”, perché se veramente fossimo dei “crocieristi”, ricchi, bianchi e col conto in banca, è probabile che le cancellerie di tutto il mondo si sarebbero già messe in moto per tirarci fuori dai guai. Ma la realtà della Flotilla è un’altra: noi siamo cittadini, lavoratori, gente comune, e le nostre barche sono perlopiù vecchie e malandate. Ma nonostante questo, e nonostante Israele, abbiamo deciso di andare comunque avanti, per rompere il blocco illegale di Gaza».
UNA PROSPETTIVA, evidentemente, che i marine della famigerata “Shayetet 13” hanno avuto l’ordine di scongiurare in ogni modo – se necessario, anche aprendo il fuoco contro gli attivisti.
Ad oggi, dunque, il bilancio è il seguente: in tre settimane esatte, tra l’abbordaggio di oggi, quello di ieri e quello della notte tra il 29 e il 30 aprile, l’Idf è riuscita a mettere ko ben settantadue imbarcazioni su settantatré – e ad annullare dunque, almeno per ora, l’intera Global Sumud Flotilla. L’unica, piccola eccezione è rappresentata da “Vivi”, un tredici metri con a bordo tre italiani, uno spagnolo, un messicano e un marocchino. Domenica abbiamo avuto una serie di guai tecnici, sicché quando gli israeliani hanno iniziato ad attaccare le altre barche, nella mattinata di lunedì, noi ci trovavamo già molto più indietro – ci racconta il capitano -. Su indicazione degli organizzatori, abbiamo perciò deciso di puntare su Cipro, dove siamo arrivati sani e salvi dopo diverse ore di navigazione solitaria».
AL MOMENTO, questi sei ragazzi dalle barbe lunghe e i volti arsi dal sole sono, di fatto, gli unici superstiti della «più grande missione umanitaria che abbia mai tentato di rompere l’assedio di Gaza». Sarà da questo seme che rinascerà la prossima Flotilla?

