16/06/2026
da Remocontro
«L’Iran – scrive tagliente il New York Times – ha chiarito che insisterà sul suo diritto all’arricchimento dell’uranio, anche dopo un periodo di sospensione, e che intende continuare a costruire missili balistici e a sostenere le sue forze per procura nel miglior modo possibile, tra cui Hezbollah in Libano, Hamas nei territori palestinesi e gli Houthi in Yemen. Inoltre, sarà in grado di chiudere nuovamente lo Stretto di Hormuz ogni volta che lo riterrà opportuno, a prescindere da qualsiasi promessa».
Tel Aviv: scoppia la rivolta
Mano a mano che si diffondono le notizie, in tutti i settori della società israeliana aumentano le perplessità, che spesso diventano vero e proprio scoramento: l’accordo raggiunto da Trump con il regime iraniano, visti i termini con i quali è stato anticipato, viene vissuto come un voltafaccia. Anzi, come una pugnalata alle spalle. “I politici israeliani, sia dell’opposizione che della coalizione – scrive Haaretz – hanno criticato duramente l’accordo tra Stati Uniti e Iran, con un ministro che si è spinto fino ad affermare che Israele non si ritiene vincolato. Nel frattempo, il Premier Benjamin Netanyahu non ha ancora commentato l’annuncio di Trump”. Durissimo è stato il commento del responsabile della Difesa, Ysrael Katz, il quale ha dichiarato che Tel Aviv si opporrà a qualsiasi ritiro dal Libano, “nonostante tutte le pressioni presenti e future”. Gli americani lo sanno e sono stati avvertiti, a cominciare dal Presidente Trump e dal capo del Pentagono, Pete Heghseth. Quindi, è il messaggio netto di Katz, gli Stati Uniti non possono prendere impegni che non sono in grado di far rispettare. “Perché, se l’Iran attaccasse Israele a causa degli eventi in Libano, lo colpiremmo con tutta la nostra forza – ha minacciato il Ministro della Difesa – e renderemmo ben chiara la disparità di potere esistente”.
Le dure proteste a destra
Anche il Ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, e il Ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, hanno espresso il loro feroce dissenso per l’intesa che sarebbe stata raggiunta, a loro dire “alle spalle di Israele”. “L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti; siamo uno Stato indipendente e sovrano”, ha scritto Ben-Gvir su X. Il ministro, famigerato per il suo ottuso estremismo, ha aggiunto di essere “grato a Trump”, ma ha ribadito che “Israele non è una repubblica delle banane”. E poi la stoccata finale in riferimento al Libano: “La mia posizione è chiara: non siamo parte di questo accordo che non affronta le nostre preoccupazioni in materia di sicurezza e non siamo vincolati da esso in alcun modo. Non possiamo scendere a compromessi su nulla che non sia lo smantellamento di Hezbollah”. Smotrich invece ha affermato che “l’accordo di cessate il fuoco è dannoso per Israele e per tutto il mondo libero. Dovremo continuare la campagna per rovesciare il regime islamico da soli e con metodi creativi, e garantire che l’Iran non possieda mai armi nucleari”. Ma aggiungerà altro Vittorio Da Rold.
Quelle furiose al centro
Non c’è alcun dubbio su un fatto: i termini dell’intesa abbozzata dalla Casa Bianca e dal regime di Teheran, benché ancora controversi e avvolti da una cappa di mistero, hanno avuto il potere miracoloso di compattare tutto l’arco politico israeliano. I punti circolati, infatti, hanno sollevato un vespaio di polemiche, indipendentemente dallo schieramento politico o ideologico. Insomma, se Trump voleva pacificare gli animi degli israeliani, il risultato è stato di gettare altra benzina sul fuoco. L’ex Premier e leader dell’opposizione (“Insieme”), Naftali Bennett, ha detto che l’accordo “è una svolta pericolosa per la sicurezza nazionale” e che “solo una nuova leadership può porvi rimedio”. “Nella guerra contro l’Iran – ha proseguito -, abbiamo visto le straordinarie prestazioni delle Forze di Difesa Israeliane e delle forze di sicurezza in prima linea e l’eroismo della popolazione sul fronte interno. Ma stamattina abbiamo scoperto che il governo è ancora una volta incapace di trasformare tutto ciò in successi duraturi in materia di sicurezza”. E qui viene il bello. Sentite cosa promette Bennett al popolo israeliano, se dovesse diventare nuovo Premier dopo le elezioni di ottobre: “La nostra responsabilità nel prossimo governo è garantire che tutti gli enormi sacrifici del popolo di Israele non siano stati vani. Abbiamo un piano strategico chiaro per abbattere il regime iraniano”. Capito? Si ricomincia.
E quelle velenose a sinistra
Come si diceva, la levata di scudi israeliana, contro la presunta “faciloneria” diplomatica di Trump, spazia lungo tutto l’arco parlamentare della Knesset. A dimostrazione di come la percezione della crisi iraniana sia decisamente “a geometria variabile”. In questo momento, per esempio, più di un milione di abitanti dell’Alta Galilea chiedono al loro governo di risolvere, una volta per tutte, il problema Hezbollah. Non ci si può stupire, dunque, se anche a sinistra si moltiplicano prese di posizione contro un accordo di pace (o, meglio, di cessate il fuoco) che viene vissuto come una sconfitta strategica. Il Presidente dei Democratici (centro-sinistra), Yair Golan, ha dichiarato che, con questa intesa, “Netanyahu ha cancellato con un solo tratto di penna, le grandi conquiste militari ottenute grazie al coraggio dei nostri piloti e al sangue dei nostri soldati, mentre lui se ne sta in disparte, debole, malato, isolato e senza influenza”. Golan ha icriticato Trump pesantemente, “per aver firmato un accordo che convoglia miliardi al regime degli ayatollah, mantiene intatte le infrastrutture nucleari, preserva la minaccia balistica e offre un’ancora di salvezza al regime sanguinario di Teheran. Netanyahu è un bene per Hamas – ha aggiunto esasperato Golan -, Netanyahu è un bene per l’Iran, Netanyahu è un bene per Hezbollah. Ma Netanyahu non è un bene per Israele”. Il deputato Ofer Cassif di Hadash-Ta’al, invece, ha descritto l’accordo “come un clamoroso fiasco di Netanyahu e del suo governo di estrema destra”, spiegando che a suo avviso la situazione dimostra “che non c’è mai stata e non ci sarà mai una soluzione militare”.
Gli “indipendenti”
Sono due le figure politiche di spicco che, in questo momento, possiamo qualificare come “indipendenti”, nel senso che potrebbero avere un ruolo di spicco, autonomo, alle prossime elezioni. Logico, quindi, che sfruttino la “tempesta perfetta” creata da anni di guerre logoranti, da quest’ultimo snervante confronto con gli ayatollah iraniani e dalle anticipazioni relative a un accordo che si preannuncia indigesto, per farsi un po’ di campagna elettorale. Il primo è Gadi Eisenkot, ex generale, Ministro della Difesa e Capo di Stato maggiore IDF, Presidente del partito Yashar, che ha attaccato Netanyahu, colpevole di non essersi rivolto direttamente al popolo israeliano. “Ancora una volta i cittadini di Israele – ha detto – vengono a conoscenza di un accordo attraverso i resoconti dei leader stranieri. Israele ha bisogno, invece, di una leadership responsabile e assennata che agisca in base alla sicurezza e agli interessi nazionali”. Benny Gantz, ex Ministro della Difesa, anche lui Capo di Stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, ha scritto su X “che Israele non può accettare un accordo che preveda la limitazione delle sue operazioni militari in Libano, né un accordo che porti al ritiro dell’esercito israeliano dal territorio del Libano meridionale. L’accordo che si sta delineando con l’Iran sembra essere un fallimento strategico che richiederà a Israele di intraprendere una battaglia diplomatica, militare e legale nei prossimi anni, che solo un governo sionista di ampia coalizione sarà in grado di fare”.
- Insomma, parliamoci chiaro, per chi ancora non lo avesse capito: firma o non firma, in Israele cambia poco e niente. Il dito resterà sempre sul grilletto, anche quando non ci sarà più Netanyahu.

