19/02/2026
da Il Manifesto
Co2 Un paper appena pubblicato su «One Earth» rileva che le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due milioni di anni
La minaccia di una catastrofe ecologica incombe tuttora sul mondo. Un paper appena pubblicato su «One Earth» rileva che le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due milioni di anni.
E ci stanno avvicinando al cosiddetto «punto di non ritorno». Con la temperatura terrestre fuori controllo ed effetti economico-climatici potenzialmente devastanti.
In sostanza, i dati indicano che le politiche ecologiche di decarbonizzazione stanno fallendo. E che pagheremo le conseguenze. Ma perché un tale esito? Per quale ragione le emissioni non diminuiscono? L’attuale dialettica in tema, tra Unione europea e Italia, offre spunti per rispondere.
La politica ecologica dell’Unione europea ha finora seguito una dottrina che è stata talvolta definita di “capitalismo verde”. In pratica, per ridurre le emissioni, si avvale di tipici meccanismi di mercato. Il caso dell’elettricità è emblematico. L’Unione adotta il sistema Ets di «scambio delle emissioni». In poche parole, fissa un tetto alle emissioni totali di anidride carbonica che poi ripartisce distribuendo «diritti» di emissione alle singole aziende produttrici di energia. Più le imprese sono inquinanti, più devono comprare «diritti», per cui i loro costi aumentano.
Il mercato determina quindi un prezzo di equilibrio dell’energia appena più elevato del costo di produzione più alto, ossia dell’impresa produttrice che solitamente inquina di più. Così anche questa impresa potrà produrre ma dovrà accontentarsi di un profitto minimo. Al contrario, le imprese più efficienti e meno inquinanti, producendo a costi minori e potendo vendere al medesimo prezzo di equilibrio, godranno di elevate «rendite differenziali». In definitiva, il sistema è concepito in modo da far guadagnare di più a chi inquina di meno.
In apparenza il congegno sembra efficace per incentivare la transizione ecologica. Ma a ben vedere genera tremendi effetti collaterali. In primo luogo, essendo basata su un meccanismo di mercato, la formazione dei prezzi è condizionata dall’azione degli speculatori. Questi provocano oscillazioni del valore dell’energia «irrazionali» e difficili da controllare, con effetti perversi sulla decarbonizzazione e pesanti ricadute sulle bollette. In secondo luogo, il meccanismo dei «diritti» di emissione è tipicamente «regressivo»: pesa in modo indifferenziato su consumatori ricchi e poveri, e quindi in termini percentuali colpisce molto di più questi ultimi.
In definitiva, il «capitalismo verde» di Von der Leyen e soci provoca instabilità e sperequazioni, soprattutto a danno delle classi sociali più deboli. Visti i risultati, sarebbe allora interessante indagare su forme alternative di politica ecologica. In Cina, per esempio, tuttora resistono alle mode “pro-market” alcune forme di pianificazione ecologica basate su criteri di «command and control», per molti versi più efficienti dell’Ets europeo.
Ma dalle nostre parti prevalgono altre filosofie. Per esempio quella degli inquinatori, che propongono di risolvere ogni problema col «negazionismo»: a loro avviso il pericolo della catastrofe climatica non esiste, per cui la politica ecologica è inutile. Una soluzione anti-scientifica che, tuttavia, sta facendo proseliti tra spezzoni rilevanti di classe operaia. Le ingiustizie sociali del «capitalismo verde», potremmo dire, creano consenso intorno alla ritornante catastrofe del «capitalismo nero».
In Italia, il governo Meloni non è così spudorato da sostenere la folle narrazione del «negazionismo» climatico. Ma la sua strategia, di fatto, muove in quella direzione. Lo dimostrano gli ultimi provvedimenti di Palazzo Chigi sul caro-energia.
Meloni mette a disposizione cinque miliardi, con una esplicita ripartizione “di classe”: quattro miliardi alle imprese e un solo miliardo alle famiglie meno abbienti. Come esemplifica la premier, il bonus bollette per i nuclei familiari più deboli non andrà molto oltre i 115 euro aggiuntivi all’anno, le famiglie a reddito medio-basso non riceveranno un bel niente e gli imprenditori potranno invece ottenere prebende fino a 200 mila euro.
Pochi giorni fa, un rapporto della Bce segnalava che in Italia le famiglie italiane pagano bollette doppie rispetto alle imprese. Uno scarto che non si registra in altri paesi, tra cui Francia e Spagna. Ebbene, il decreto del governo è destinato ad aggravare la sperequazione.
Per giunta, i generosi sussidi alle imprese saranno congegnati soprattutto per compensare il costo dei «diritti» di emissione. In pratica, l’Ue multa gli inquinatori e i contribuenti italiani pagano. Col risultato che l’incentivo a ridurre l’anidride carbonica va a farsi benedire. In Italia, a quanto pare, il «capitalismo verde» è già diventato «nero».

